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Open Water: quando il cinema è davvero indipendentedi Francesco Natale - 20 agosto 2004
Il senso di immersività pressoché totale che la pellicola dà allo spettatore, la suspense che riesce a creare attraverso semplici giochi di luce e, soprattutto, la capacità di non annoiare pur incentrando quasi tutta la narrazione filmica su due persone disperse nelle assai monotone, per quanto terrificanti, onde oceaniche sono, indubitabilmente, i punti di forza di questa produzione che, devo dire, merita tutta l'"hype" che ha generato nei mesi precedenti l'uscita. Questo bel film dimostra, inoltre, come il cinema cosiddetto indipendente non sia esclusivo appannaggio dei sicofanti alla Michael Moore, per i quali "indipendente" è diventato sinonimo di filo-maoismo. C'è ancora qualche "piccolo" cineasta che ha semplicemente a cuore la realizzazione di un buon prodotto cinematografico e che, pur nella ristrettezza di mezzi davvero oceanica se rapportata alle cifre da capogiro del jet-set hollywoodiano, cura la sua creatura come un figlio, seguendone passo dopo passo la lavorazione e la crescita, senza volere a tutti i costi ammanire ad un pubblico reso ebete dal battage mediatico pietanze che san di muffa e di stantio. I fatti narrati, ispirati ad una storia realmente accaduta in Australia, sono semplici, chiari e... incredibili! Una coppia di giovani sposi, afflitta da una leggera crisi matrimoniale, oberata da continui squilli di cellulare e da valanghe di e-mail dell'inopportuno capoufficio, decide di concedersi una rilassante vacanza su una non meglio determinata isola tropicale. Per staccare la spina dalla loro assuefazione al lavoro non basta certo fare shopping al colorato mercatino locale, sorseggiare Margarita in spiaggia o scattare una marea di foro ricordo.
Programmano un'immersione turistica per il loro secondo giorno di permanenza e, con moderato entusiasmo, si accingono al viaggio in barca che li porterà in mare aperto, presso un'area che gli autoctoni chiamano "Regno Magico", per la gran varietà di specie marine che la popolano. All'immersione partecipano altre 18 persone. I due coniugi, forti della loro esperienza come sub, si staccano dal gruppo principale mentre in superficie a causa di un inescusabile errore sul computo dei sub riemersi da parte del promoter della gita turistica, si consumano i prodromi della tragedia: una coppia di partecipanti è stata contata due volte, il comandante della nave ritiene pertanto che tutti siano a bordo e fa rotta verso l'isola. Quando, due minuti dopo Susan e Daniel riemergono vedono il battello in lontananza. Pensano di essersi allontanati troppo dall'area di emersione, e, giustamente ritengono che il battello li stia tornando a riprendere, ma di minuto in minuto lo vedono svanire all'orizzonte. Nonostante la percepibile tensione scherzano sull'accaduto: "...e pensare che abbiamo pure pagato per questo...", celia Daniel suscitando la nervosa ilarità di sua moglie. Susan suggerisce di nuotare in direzione della barca più vicina, ma il marito osteggia questa idea, sostenendo che in situazioni del genere è opportuno attendere i soccorsi senza sprecare forze. Daniel è padrone della situazione, non si perde d'animo e consola Susan che è afflitta da montanti ondate di panico. Ogni ombra sotto di loro, ogni barbaglio sulle onde, richiama alla mente uno dei terrori atavici più fortemente radicati nell'uomo che si rapporta al mare: lo Squalo.
Come ho già detto il senso di immersività e di immedesimazione è davvero totale, questo anche perché il film è praticamente girato in tempo reale, conservando pressoché intatte le tre unità aristoteliche di tempo, spazio e azione (conservazione che Alessandro Manzoni contestò nei riguardi della tragedia teatrale proprio perché spingeva ad un eccesso di immedesimazione lo spettatore). La cinepresa sembra quasi non esserci: tutto ruota intorno ai due protagonisti e allo spaventoso vuoto oceanico che li circonda (in superficie almeno...). L'Uomo è in balia della Natura, e la Natura sa essere di crudeltà sconfinata: chi si aspetta attacchi di giganteschi squali bianchi rapidi, letali e truculenti resterà deluso. Senza nulla togliere al masterpiece di Spielberg, qua siamo lontani anni luce: è infinitamente peggio lo stillicidio causato dal vederseli nuotare attorno per ore, senza intuirne le precise intenzioni, vederli lottare tra loro per il possesso di un pesce, trasalire ad ogni invisibile contatto sperando che a questo non segua il dilacerante morso, comprendere fino in fondo l'abissale cesura che ci separa da un perfetto, insensibile e bellissimo cacciatore che la Natura ha messo a punto cento milioni di anni fa. Lo straniamento è totale, pieno, completo: di fronte alla potenza obliteratrice della Natura l'Uomo è solo. Non c'è reazione possibile, se non quella determinata da un disperato attaccamento alla Vita, il primordiale istinto di sopravvivenza. Ritorna in mente il grande Dino Buzzati col suo Colombre, il pesce maledetto che insegue implacabile la sua preda fino a divorarla viva, ineluttabilmente. Nulla in questo film è lasciato al caso o tirato via per far contento qualche produttore milionario e stupratore di pellicole. Le situazioni non risultano mai scontate o banali, e i pochi punti morti inquietano forse anche più delle minacciose pinne dorsali. Speriamo solo che, visto il potenziale successo del film, non lo rovinino con un improbabile seguito...
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Ragionpolitica, periodico on line n.71 del 20/8/2004 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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