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Maria Zambrano: cuore e ragione

di Fabrizio Gualco - 4 settembre 2004

Le donne che nel corso del Novecento hanno fornito un contribuito determinante alla storia della cultura e della cultura politica non sono moltissime. Tuttavia esse rappresentano un gruppo certo esiguo per quantità, ma senza alcun dubbio importantissimo per quanto riguarda la qualità. In questa prospettiva, oltre ai nomi di Hannah Arendt, Etty Hillesum, Ayn Rand, Simone Weil ed Edith Stein possiamo citare quello di María Zambrano, della quale quest'anno ricorre il centenario della nascita.

Negli anni '20 María Zambrano (Velez-Malaga 1904 - Madrid 1991) frequenta l'Università di Madrid e assiste alle lezioni di Ortega y Gasset e Javier Zubiri. Il suo primo libro appare nel 1930 con il titolo Nuevo liberalismo. Con l'ascesa del franchismo le si aprono le porte di un esilio più che quarantennale, che la condurrà sia in America (Cile, Cuba, Porto Rico, Messico) che in Europa (Francia, Svizzera e Italia in particolare). Negli anni '80 torna a risiedere a Madrid in pianta stabile. Nel 1988 le viene conferito il prestigioso premio Cervantes e nel 1989, due anni prima della morte, nasce a Vélez Malaga la Fondazione che tutt'ora porta il suo nome.

Molti sembrano essere gli interessi intellettuali di questa pensatrice. La sua produzione teorica è vasta e articolata, così come fitta di incontri e situazioni è la sua vita. Le riflessioni spaziano sull'ambito della politica (Persona y democracìa, trad. it. Persona e democrazia. La storia sacrificale, Mondadori, Milano 2000), della poesia (Filosofìa y Poesia), della mistica (El ombre y lo divino, trad. it. L'uomo e il divino, Edizioni Lavoro, Roma 2001 e Hacia un saber sobre el alma, trad. it. Verso un sapere dell'anima, Cortina Editore, Milano 1996). A ben vedere, però, una tale molteplicità di temi e problemi possiede un comune denominatore estremamente concreto, un imprescindibile punto di riferimento, poiché l'oggetto da lei privilegiato è in realtà un soggetto: la persona umana nella sua globalità dinamica ed il rapporto poliedrico, interiore ed esteriore, spirituale e corporeo, che essa intrattiene con le proprie circostanze.

Secondo Hannah Arendt non esiste pensiero senza esperienze personali: la vita della mente e la vita pratica rappresentano realtà interconnesse. Per Marìa Zambrano, similmente, il pensiero è ingrediente dell'azione. In un certo modo, pensare è agire: attraverso l'attività intellettuale la persona partecipa alla realtà, sapendo che la realtà non riduce al solo il pensiero.

In tal senso, pur essendo una delle prime donne spagnole a tentare la carriera universitaria, la Zambrano non rappresenta una pensatrice puramente "teorica", dedita all'astrazione tout court. Come è stato ribadito da Rossella Prezzo, per la Zambrano la filosofia non è mai stata un lasciapassare per accedere al mondo culturale, né un'occasione per trasferire sull'attività intellettuale ciò che non si può o non si vuole introdurre nella vita pratica.

La realtà è viva e vitale. Ma la vita non è solo un fatto biologico, bensì un evento spirituale che di volta in volta chiede di rivelarsi in forme personali. La Zambrano afferma che non si è compiutamente vivi solo per il fatto di esserlo. Non si nasce solo quando si viene al mondo, ma ogni volta che si scopre, da più punti di vista, il senso della propria esistenza ed il significato di essere persone.

La verità non esiste senza contatto con la vita, né la vita può avere un senso senza la verità: senza verità la vita è dispersione, senza la vita la verità diventa sterile. Da questo punto di vista la predisposizione intellettuale di Zambrano è felicemente antirazionalista: la sua preoccupazione costante, infatti, non sembra essere quella di "dimostrare" o "spiegare" qualcosa: ma quella di porre in luce, di "mostrare" la verità della realtà e la realtà della verità: l'esercizio dell'attività concettuale fa parte della filosofia, ma la filosofia non si riduce all'attività concettuale.

Uno dei grandi messaggi che Marìa Zambrano consegna all'Occidente del Terzo millennio è forse quello insito nella consapevolezza che non possiamo cambiare la realtà, ma possiamo modificare il modo di guardarla, recepirla, viverla. A tal fine, ella dimostra di saper fruire di grandi capacità letterarie: non scrive romanzi filosofici - come ad esempio Ayn Rand - ma innesta la sensibilità poetica nella rigorosità filosofica al modo in cui ci si avvale di un'immagine allo scopo di valorizzare un concetto. Detto altrimenti: al modo in cui si adotta il linguaggio non solo come mezzo esplicativo, ma anche come veicolo evocativo.

Attraverso l'interazione fra cuore e ragione, connubio mai dato una volta per tutte, il pensiero supporta la voglia di vivere e, pur mantenendo intatta la capacità creativa di sognare, evita di addentrarsi nei recinti dell'utopismo in cui la mente sganciata dal contatto vitale con la realtà disegna geometrie apparentemente solide e perfette, ma proprio perché tali impermeabili alle istanze del tempo ed incompatibili con la vita storica delle persone.

Del resto la filosofia di María Zambrano non è una disciplina accademica ma un modo di essere: e come tale rappresenta un percorso non solo concettuale ma anche e soprattutto sapienziale, un corridoio aperto attraverso cui la persona - essere che «respira nel tempo e si nutre di verità» - ricerca la verità di sé e del mondo che la circonda. Per amarlo e migliorarlo.

Fabrizio Gualco

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