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Fahrenheit 9/11: la temperatura della noia

di Francesco Natale - 10 settembre 2004

Fahrenheit 9/11Sono sinceramente stupito e in una qualche misura... deluso.

Ebbene si: anche io sono rimasto vittima del battage mediatico, la cosiddetta "hype", che ha ammantato l'uscita dell'ultima opera di Moore, sia prima che dopo la vittoria della "Palma di Oricalco" in quel di Cannes, festival cinematografico tutto cocotte, lustrini e politically correctness che ormai si salva solo per il poco cinema

estremo-orientale del quale, peraltro, la stampa nostrana non ha quasi fatto menzione.

Ben prima dell'uscita in Italia del film mi sono documentato, ho letto numerose critiche d'oltreoceano, ho seguito i dibattiti che il film ha infiammato, mi sono infervorato al sentire le tracotanti dichiarazioni del regista il quale prometteva Verità con la "V" maiuscola a piene mani. George W. Bush non ha fatto che propalare menzogne per 4 anni? Ci pensa Moore a mostrarci il re nudo. Lui farà giustizia dei mestatori di Washington!

A prescindere dal fatto che le dichiarazioni di Moore in merito a brogli elettorali, guerra in Iraq, rapporti Bush-Bin Laden sono, come minimo, fantasiose, ho cercato di mantenermi il più obiettivo possibile durante la proiezione del film, aspettandomi un collage, per quanto non condivisibile nei contenuti, fresco, argutamente capzioso, dissacrante, e, nonostante la (apparente?) serietà dei contenuti trattati, in una parola divertente.

E invece? 110 minuti di noia mortale: sbadigli continui che affliggevano l'intera platea, ritmo inesistente, artifici umoristici indegni persino del cinema-pecoreccio dei fratelli Vanzina, deficit a livello di montaggio e, soprattutto, la totale disattesa delle promesse fatte in campagna promozionale. Siamo lontanissimi dal cinico humour di Jacopetti e dei suoi vari "Mondocane", film-verità che tanto furoreggiavano negli anni ‘60-'70.

Ma andiamo con ordine. Moore aveva promesso di gettare un chiarificatore raggio di luce sui presunti rapporti diretti tra George W. Bush e Osama Bin Laden: ci dice semplicemente che un lontano parente della seconda moglie di Osama ha una quota di flottante di una società appartenente a un vecchio collega di lavoro di Bush («ecchisenefrega» per parafrasare Feltri).

Moore aveva promesso di spiegarci come e perché Bush ha truffato l'America intera rubando "vi et clam" la scrivania dell'Ufficio Ovale all'inconsistente Gore. Tutto quello che vediamo è un Gore (più inconsistente del solito, se possibile) raggiante per la sua vittoria putativa. E allora? Solo perché il marito della bacchettonissima Tipper Gore (leader del famigerato PMRC, una farsesca congerie di censori al cui confronto il Minculpop sembra un'associazione ricreativa), credeva, poverino, di aver vinto le elezioni, questo non basta per parlare di brogli e pastette.

Stessa noiosa cantilena per quanto riguarda l'11 Settembre: Bush ci viene mostrato mentre visita una scuola elementare e legge fiabe insieme ai bimbi. Gli viene discretamente comunicato che il paese è sotto attacco. Moore accusa Bush di non aver reagito in alcun modo, di essere rimasto calmo e immobile a leggere fiabe, e così facendo insinua che o il Presidente sapeva (??), oppure è un imbecille rifinito.

Cosa si aspettava Moore? Che Bush, di fronte alle telecamere, si abbandonasse a scene da tragedia greca, si stracciasse le vesti e si cospargesse il capo di cenere o mettesse mano alla valigetta contenente i codici di lancio delle testate nucleari? Forse gli amici democratici di Moore avrebbero reagito così, scatenando il panico in un paese già dilacerato da un immane tragedia. Una volta di più ringraziamo Dio che la suddetta valigetta sia nelle responsabili mani di un Repubblicano e non in quelle di un'isterica pasionaria liberal.

Moore insiste poi sul culto dell'immagine dei Repubblicani: Bush ci viene mostrato mentre prova le espressioni facciali davanti alle telecamere prima della diretta, Wolfowitz si riassesta i capelli e viene incipriato, altri vengono poco elegantemente colti mentre si puliscono i denti con la lingua.

E allora?

A prescindere dal fatto che Michael Moore è tutt'altro che un avvenente adone maniaco dell'igiene personale, quale terribile cospirazione dei servizi segreti governativi si cela dietro a quel sospetto fondotinta? E quello strano deposito sulla giacca di Rumsfeld sarà impudente forfora o, magari, qualche residuo dei narcopetroltraffici promossi dalla CIA?

Forse siamo noi che non capiamo (espressione tanto cara al mondo liberal: gli oppositori politici "non capiscono" mai... beata ignoranza!). Forse non ci siamo ancora accorti che le major del make-up sono in combutta con Bush per dominare il mondo libero a colpi di mascara e correttore...

Si è vero, ogni tanto nel documentario George assume espressioni vagamente scimmiesche. Del resto Moore non sembra la persona più indicata a fare da image-promoter a chicchessia, visto che a giudicare dal suo modo di vestire e atteggiarsi verrebbe da dire che in casa ha solo specchi di legno.

La musica ovviamente non cambia con la profonda analisi del conflitto iracheno. Ma qui si aggiunge un elemento in più: la menzogna colossale.

In una sequenza vediamo una donna fuori di se dalla rabbia e dal dolore che grida in arabo "Perché ci hanno bombardato?" , "Dio li punirà" e, naturalmente, "Allah Akbar". Sullo sfondo vediamo macerie e corpi dilaniati. Peccato che il caseggiato in questione sia stato demolito "per errore" dall'efficiente artiglieria irachena. Al solito è bastato estrapolare qualche frase dal contesto fare un approssimativo lavoro di "taglia e cuci" ed ecco i macellai americani di nuovo alla ribalta.

Stesso trattamento subisce un'ignara Condoleeza Rice, alla quale viene fatto dire l'esatto contrario del suo originario intendimento. Peccato che il filmato originale nel quale la Rice depone di fronte alla commissione 11 Settembre l'abbia visto mezzo mondo.

Moore afferma poi che la guerra in Iraq è assolutamente pretestuosa poiché "il governo iracheno non ha mai assassinato alcun cittadino americano".

Di fronte alle accuse di bestialità che gli sono state mosse per questa aberrante asserzione egli si difende giocando sulla differenza tra "assassinare" (to murder, in Inglese) e "uccidere" (to kill).

Ma di fronte a quale profondo retore ci troviamo!! Socrate, Platone e Seneca riassunti in un'unica, potente, affermazione!! Ancora una volta, "non abbiamo capito"...

Non abbiamo capito, soprattutto, come Moore continui a definirsi vero patriota quando afferma "[...] molti americani sono d'accordo con la guerra a conflitto iniziato, e quindi ora tanti americani dovranno morire finchè il sangue versato non ci consenta di ottenere il perdono di Dio o, almeno, quello del popolo iracheno."

Ora, al di là del fatto che il film è mortalmente noioso, dobbiamo riconoscergli due aspetti positivi: il primo, di carattere commerciale, in quanto, nonostante sia lontanissimo dal successo che ha avuto l'altro film scandalo della stagione, "The Passion of Christ" di Gibson, ha avuto un buon successo al botteghino, merito soprattutto della notoria abilità pubblicitaria di Moore e del suo entourage (ricordiamo a questo proposito che la distribuzione del film in Libano sarà co-finanziata dagli Ezbollah. Nessun commento.), nonché della compiacenza dei "salotti buoni", che, come è risaputo, non vedono l'ora di foderarsi la bocca di contestazione all'acqua di rose contendendosi fresche bottiglie di Crystal.

L'altro aspetto positivo è di natura squisitamente politica: il documentario di Moore ha avuto l'inconsapevole merito di radicalizzare la sinistra antagonista americana, la quale ha già fatto sapere che non sosterrà in alcun modo John Kerry.

Non ha mobilitato la cosiddetta "palude", non ha smosso in alcun modo le convinzioni della middle-class statunitense, ma ha fornito carburante ad alto numero di ottani per i Bernocchi d'oltreoceano acuendo in maniera irreversibile il conflitto interno alla sinistra americana, quello tra Democratici e Liberal e quello tra Liberal oltranzisti e Liberal moderati.

Il fatto che un senatore democratico abbia pubblicamente sostenuto la rielezione di George W. Bush alla recente convention repubblicana indica come il confronto tra sinistra antagonista e moderata si sia risolto in una colossale spaccatura.

Le varie frange della pittoresca sinistra americana sono ora troppo impegnate a farsi la guerra tra di loro per ricordarsi che il loro avversario è il partito repubblicano. Ne sono ulteriore riprova gli scritti di Dave Kopel, liberal moderato (sulla scia di David Stoll, l'antropologo liberal che ha demolito il feticcio no-global Rigoberta Menchu Tum) che ha finora individuato 59 falsificazioni nel film di Moore (per chi volesse visitare il sito il link è: www.davekopel.org/Terror/Fiftysix-Deceits-in-Fahrenheit-911.htm).

Possiamo quindi sostenere che se Moore aveva come obiettivo quello di farsi l'ennesima scorpacciata di dollari è sicuramente riuscito nell'intento.

Ma se il suo film mirava ad abbattere lo "Stupid White Man" non solo ha fallito, ma ha contribuito a creare un effetto boomerang davvero inaspettato .

Moore, in definitiva, alterna il ruolo di misero prestigiatore che non si è accorto di avere una specchiera alle spalle, e i cui trucchi risultano di conseguenza immediatamente intelligibili, a quello del "fanciullino" di pascoliana memoria, colui "che dà il nome alle cose". Non ci mostra la Verità: crede che la sua parola (leggi: telecamera) sia dotata di potere demiurgico, e per questo pensa di poter raddrizzare le gambe ai cani.

Aspettiamo di vedere "Fahrenhype 9/11" (www.fahrenhype911.com) la dissacrante (a partire dal titolo) risposta del mondo neocon a questo insulso patchwork di ovvietà, che uscirà negli States il 5 di Ottobre in DVD, al quale partecipano tra gli altri Zell Miller, Dick Morris, Ron Silver e la bellissima e bravissima Ann Coulter.

! Francesco Natale
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  • finalmente - di forza ragazzi - 11 maggio 2005 22:11
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