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Una piccola tassa sul té all'origine di una grande Rivoluzione in nome della libertàdi Remo Viazzi - 17 settembre 2004 È opinione assai diffusa e in buona sostanza condivisa che raramente un episodio all'apparenza di così poco conto - al limite quasi banale - come quello che diede avvio, il 16 dicembre 1773, alla Rivoluzione Americana, abbia provocato nella storia dell'umanità cambiamenti tanto profondi e decisivi, specie se - come spesso proviamo a fare - interpretiamo il libro delle vicende del mondo come un lento cammino dell'imporsi dell'idea di libertà. Tutto questo è vero solo se ci si limita ad una semplice lettura dei fatti, senza badare, o semplicemente non dando il giusto peso, alle reali motivazioni che spinsero le colonie della Nuova Inghilterra a ribellarsi ai dettami della Madrepatria. Era, infatti, una rilevante questione di principio quella che gli Inglesi tentavano di imporre e sulla quale gli Americani non erano più disposti a fare alcuna concessione e non certo la misera tassa di tre pence, che gravava sull'importazione del té, a mettere l'una contro le altre l'Inghilterra e le sue colonie. Per comprendere a fondo questo periodo è utile rifarsi ad uno scritto, in realtà mai pubblicato, di Lord Acton, consigliere politico di William Gladstone e storico, che li analizzò a circa cento anni di distanza e del quale mi servo per queste pagine. La linea politica inglese era all'epoca tutta tesa a rafforzare i diritti e i privilegi che già aveva e a mantenere un riconoscimento della sua sovranità: per raggiungere questo obiettivo bastava imporre dei tributi, ma in realtà ciò che più importava era semplicemente che il diritto di riscossione fosse affermato: non erano necessari cioè i soldi, ma l'obbedienza. Insomma, nonostante l'Inghilterra fosse la patria di economisti del calibro di Adam Smith, Dean Tucker ed Edmund Burke (che all'epoca "predicavano nel deserto"): «La ragione per cui il libero scambio è preferibile al dominio coloniale era un segreto oscuro...». Grazie, quindi, all'intervento di James Otis, che sosteneva che, se anche l'Inghilterra avesse agito in maniera consona alle leggi, tuttavia bisognava avere il coraggio di ammettere che proprio le leggi erano sbagliate e che c'era comunque qualcosa che stava al di sopra delle leggi inglesi, il dibattito politico si spostò dal metodo al merito della questione, smascherando quindi come in realtà ci si stesse giocando una partita che andava ben oltre la semplice imposizione di un piccolo tributo per l'importazione del té. Ancora una volta è Lord Acton a cogliere con esattezza il centro della questione: «lo scopo da una parte era il dominio, dall'altra l'autogoverno. Si trattava di una lotta tra libertà e autorità, governo fondato sul consenso e governo fondato sulla forza, controllo dello Stato sui governati e controllo dei governati sullo Stato». La vittoria delle colonie sulla Madrepatria garantì, così, l'affermarsi di questo principio e questo è il lascito maggiore cui è necessario guardare. Dal punto di vista storico non deve interessare tanto il raggiungimento dell'indipendenza da parte degli Stati Uniti, quanto piuttosto il fatto che quella vittoria mise in crisi i principi politici sui quali si erano fondati sino ad allora gli Stati moderni. La partecipazione di tedeschi e francesi alle vicende militari consentì una rapida veicolazione di quelle devastanti novità che tendevano a legare, limitare e confinare lo Stato, l'esaltazione del quale era appunto stata motivo d'orgoglio per i teorici moderni. In realtà - vinta la guerra e ottenuta l'indipendenza - nel momento di darsi una Costituzione gli stessi Americani si trovarono di fronte alle difficoltà di garantire in essa gli stessi principi per i quali avevano deciso la ribellione contro il giogo inglese: gli stati più grandi, infatti, non erano disposti a cedere quote di potere a quelli più piccoli, mentre questi ultimi non potevano accettare come unico criterio dirimente quello che discendeva direttamente dalla forza dei numeri. Insomma, anche in seno agli Stati Uniti, l'imporsi dei principi rivoluzionari sortì esiti teorici assai più che partici. La Carta Costituzionale Federale era un'aberrazione e «misurata in base al criterio del liberalismo [...] era una mostruosa frode», ma grazie all'introduzione del principio federale, che garantiva a tutti gli Stati una base di parità, «essa ha prodotto una comunità più forte, più ricca, più intelligente e più libera di qualunque altra il mondo abbia mai visto».
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Ragionpolitica, periodico on line n.75 del 17/9/2004 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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