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La "Grande Riforma" della CdL e i marines dell'Ulivo

di Andrea Borneto - 17 settembre 2004

Come previsto, la maggioranza ha trovato l'accordo sulla "Grande Riforma" della Costituzione e mercoledì 15 settembre il ministro Calderoli ha presentato alla Camera i 38 emendamenti concordati tra le forze della CdL. Le modifiche rispetto al testo approvato a fine luglio dalla commissione Affari Costituzionali della Camera sono molto consistenti.

Per quanto riguarda il federalismo, la devolution - ossia l'attribuzione alle Regioni di competenze amministrative in materia di scuola, sanità e polizia locale - viene accompagnata da una robusta "bonifica" del Titolo V della Costituzione massacrato dalla riforma della sinistra, lo Stato riassume la competenza sulle reti di trasporto e di comunicazione, sulla distribuzione dell'energia elettrica e sugli ordini professionali. Queste competenze stavano a cuore solo alle Regioni rosse dell'Italia centrale che, grazie ad esse, dispongono di un'arma di ricatto verso il Nord e il Sud Italia. Inoltre, viene prevista la sussidiarietà fiscale, per evitare - ad esempio - che le Regioni tassino le famiglie per poi restituire i soldi come assegni familiari. Viene anche introdotta una clausola di supremazia che consente al Parlamento di intervenire «quando lo richiedano la tutela dell'unità giuridica o dell'unità economica e in particolare la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni» e, infine, viene reintrodotto il concetto d'interesse nazionale che era stato cancellato dalla riforma in salsa ulivista.

Per quanto riguarda il Senato Federale, è stato previsto che ai Senatori eletti contestualmente ai Consigli regionali (fino al 2011 la contestualità sarà affievolita, ossia fino ad allora saranno le Regioni a doversi sincronizzare col Senato) si affiancheranno, senza diritto di voto, anche due rappresentanti per ogni Regione, di cui uno sarà il Presidente della Giunta regionale e l'altro sarà eletto dal Consiglio delle Autonomie locali.

Molte innovazioni riguardano il procedimento legislativo: è previsto che la Camera abbia un ruolo prevalente sulle leggi che vertono sulle materie di competenza statale, sulle quali il Senato potrà proporre degli emendamenti che la Camera potrà accettare o rifiutare. Il Senato avrà un ruolo prevalente su tutte le leggi che vertono sulle materie a competenza concorrente tra Stato e Regioni; tuttavia, se il Governo dichiara che una legge di questo genere è essenziale per l'attuazione del suo programma, la competenza ad approvarla diventa bicamerale, e qualora le due Camere non riescano ad approvarla nello stesso testo, è previsto che i due Presidenti convochino una commissione paritetica che deve produrre un nuovo testo che, se è approvato a maggioranza assoluta, diventa definitivo (questo punto è il più complesso e controverso dell'intero provvedimento).

Per ciò che concerne il premierato, la norma anti-ribaltone si è trasformata dall'iniziale inamovibilità del premier in un semplice divieto di cambiare la maggioranza scelta dagli elettori.

La Camera dedicherà cento ore alla "Grande Riforma" che dovrà essere approvata entro l'8 ottobre, quando inizierà la sessione di bilancio. Durante la discussione della legge finanziaria, si giocherà un'altra fondamentale partita: quella sui costi del federalismo. Infatti verrà discussa la proposta del ministro della Funzione Pubblica Luigi Mazzella, che prevede la mobilità dei dipendenti pubblici. L'approvazione di questa disposizione è indispensabile per evitare che il federalismo porti ad un aumento delle spese (un recentissimo studio della Scuola superiore dell'Economia e delle Finanze, condotto in collaborazione con la Ragioneria generale dello Stato, ipotizza che l'applicazione della devolution e della riforma ulivista del Titolo V, così com'è, verrebbe a costare almeno 16,7 miliardi di Euro).

Se la CdL ha trovato l'accordo sulla "Grande Riforma", questa settimana le opposizioni parlamentari hanno provvisoriamente smesso di litigare tra loro e si sono accordate, incredibile ma vero, sulla proposta degli onorevoli Violante e D'Alema di convocare un'assemblea costituente.

La maggioranza ha bollato questa proposta delle opposizioni come il solito espediente per prendere (e perdere) tempo. Tuttavia, sarà facile vedere se i capintesta dell'opposizione fanno sul serio. Infatti, poiché è dimostrato dalla storia che le assemblee costituenti possono elaborare una costituzione funzionante solo in un paese occupato da potenze straniere [cfr. Arnaldo De Valles, "L'incapacità delle assemblee costituenti di elaborare costituzioni vitali", in F. Gentile, P.G. Grasso (a cura di), "Costituzione criticata", Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 1999, pp. 286 ss.], bisogna concludere che, se le sinistre sono sincere nel volere una nuova assemblea costituente, dovrebbero contemporaneamente richiedere agli americani di rioccupare l'Italia, così da ricreare le condizioni che c'erano ai tempi della "vecchia" Costituente del 1946/48; infine, dovrebbero anche trovare il coraggio e la faccia tosta di dire a Bush, a Rumsfeld e alla Condoleezza Rice che, dopo aver sudato sette camice in Afghanistan e in Iraq (che, grazie al loro aiuto, adesso hanno due costituzioni nuove fiammanti), devono anche venire in Italia a sobbarcarsi l'arduo compito di convincere i nostri comunisti e cattocomunisti a votare una Costituzione vitale!

! Andrea Borneto
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