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Le ceneri Violette di Giorgione

di Sara Franchino - 24 settembre 2004

Natura e Maniera. Le ceneri violette di Giorgione tra Tiziano e CaravaggioIl manierismo, più precisamente il manierismo padano. Un periodo, un momento e una regione geografica. Sono queste le coordinate di riferimento della mostra che Vittorio Sgarbi con la collaborazione di Mauro Lucco ha ideato e curato. Ad ospitarla - e non poteva essere altrimenti - quella che lo stesso Sgarbi definisce una "centrale di idee", "quella macchina straordinaria, che è Palazzo Te", attorno a cui parallelamente alle esperienze toscane si elabora una maniera padana". "Un arte padana - come precisa sempre Sgarbi nel saggio di apertura del catalogo alla mostra - le cui caratteristiche sono perfettamente autonome rispetto a quelle dell'arte veneziana o dell'arte toscana".

Palazzo Te diventa dunque parte integrante e punto d'inizio della mostra che accoglie. Cosicché le straordinarie stanze affrescate da Giulio Romano e dai suoi allievi si ritrovano ad essere momento indispensabile di un cammino organico, delineato con attenzione e grande capacita nel selezionare da parte degli organizzatori, che conduce il visitatore ad entrare in contato con i "modi padani", tra Venezia, Ferrara, Brescia, Parma, Cremona, Padova ed oltre.

Carvaggio, Pala, Collezione Odescalchi"Natura e Maniera. Le ceneri violette di Giorgione tra Tiziano e Caravaggio", va a vagliare, riunire e comparare l'eredità lasciata da Giorgione. Ecco allora la citazione longhiana, ripresa nel preciso e didascalico titolo, "Le ceneri violette di Giorgione". Fu infatti proprio Roberto Longhi, trattando di Dosso Dossi, a scrivere attraverso un immagine altamente poetica: "La sua arte, come quella di tutti costoro, è di una sola fumata sorta su immensa dalle ceneri violette dei funerali di Giorgione, mescolatasi nella dolce nebbia della valle padana con qualche soffio gemente di espressionismo boreale, o diradatasi alla lucidezza dell'antichissimo classicismo ritmico dell'Italia centrale che splendeva fisso verso il sud".

Un'eredità che i curatori della mostra hanno sapientemente messo in luce con una scelta puntuale ed attenta di oltre 130 dipinti, tra cui anche molte tavole, di artisti che "dalle nebbie della valle Padana" sono stati cullati. Tiziano, Lorenzo Lotto, Pordenone, Paris Bordon, Palma il Vecchio, Andrea Previtali, Savoldo, Correggo, Parmigianino, Dosso Dossi, Garofalo, Mazzolino, Moretto, Romanino, Giovanni Cariani, Camillo Boccaccino,Girolamo da Carpi, Lelio Orsi, Salviati, i Bassano, Veronese, Tintoretto, Palma il Giovane, Sebastianino, ecc... Grandi giganti e pittori le cui opere, causa la loro collocazione periferica, sono meno note al pubblico. Tutti accomunati però dall'essere stati in qualche modo "contagiati" da colui che già Vasari aveva indicato come uno degli iniziatori della maniera moderna: Giorgione e il suo stile caratterizzato dall'"equilibrio tra Natura e Maniera" intese come "la osservazione e l'imitazione delle cose naturali" (Sgarbi). Perché davvero come osserva lo stesso Sgrabi: "Il fuoco di Giorgione si diffonde da Venezia in ogni angolo della terraferma padana, in forme diverse ma in modo capillare, come un'emorragia, una ferita che non si rimargina, una emozione del cuore, una condizione romantica e sentimentale, che non si esaurirà neanche in qualche decennio, continuando a effondersi nella pittura di Tiziano di diversi momenti e Maniere, fino alle opere della maturità, nel quinto, nel sesto, nel settimo decennio del Cinquecento".

Lorenzo Lotto, Ritratto di Giovanni Maria Pizoni, protonotario di AnconaLa mostra, che si apre con "La Giuditta con la testa di Oleoferne", capolavoro giovanile del Vecellio e che ruota attorno al lascito artistico del grande maestro di Castelfranco - di cui tuttavia, volutamente, non è presente alcuni dipinto - ha anche un suo preciso punto d'arrivo. Viene infatti a concludersi - salvo qualche problema tecnico, vedi i ritardi sull'arrivo a Mantova della grande tela - con "La conversione di Saulo" della collezione Odescalchi, che Carvaggio realizzò come prima versione della Caduta di Paolo per Santa Maria del Popolo. Quello che Sgarbi definisce: "il dipinto più manieristico di Caravaggio concepito a Roma", sottolineando così l'evoluzione per cui Merisi da pittore manierista divenne il primo realista del mondo, ponendo di fatto fine al manierismo e cioè a quel modo di dipingere "alla maniera" dei grandi pittori rinascimentali, in particolare di Michelangelo e Raffaello. Una fase, una tendenza che trova una sua collocazione temporale tra il 1520 (anno della morte di Raffaello), 1527 (sacco di Roma) e l'inizio del secolo con le straordinarie innovazioni apportate da Caravaggio.

Ma Caravaggio è pittore padano, allievo di Simone Peterzano, a sua volta allievo di Tiziano. Sicché acutamente Sgarbi, allontanando ogni dubbio sulla ratio di questa mostra, il cui titolo "implica un andata e un ritorno", argomenta: "Giulio Romano - il primo allievo di Raffaello - porta Roma a Mantova, Caravaggio porta la densità psicologica e umana del mondo padano a Roma". Un circolo che si chiude e che ai curatori piace immaginare teatralmente chiuso con la collocazione della Conversione di Saulo "sotto la volta della Caduta dei Giganti di Giulio Romano, quasi ad esserne spiritualmente e formalmente la continuazione".

! Sara Franchino
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Ragionpolitica, periodico on line n.76 del 24/9/2004
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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