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Se questo è l'ONU

di Anna Bono - 24 settembre 2004

È stata presentata alla 59esima Assemblea Generale delle Nazioni Unite apertasi il 21 settembre a New York, si chiama Dichiarazione di New York per la lotta alla fame e alla povertà e negli ambienti no global è stata accolta come «l'attacco più massiccio che sia mai stato lanciato contro gli spettri della fame e della povertà che, nell'alba piuttosto livida del Terzo Millennio, continuano ad agitarsi, sostanzialmente indisturbati, in molti, troppi spazi del pianeta» (MISNA, 21 settembre 2004).

Vengono in mente i toni usati per illustrare il testo presentato dalla Commissione Diritti Umani dell'ONU al vertice di Durban del 2001 contro il razzismo; l'Alto Commissario per i diritti umani lo definì una «stella polare» destinata a guidare finalmente l'umanità nella lotta all'intolleranza e alla discriminazione per gli anni a venire: e invece, in sostanza, era soltanto un ordinario atto di condanna dell'Occidente, diretto soprattutto contro Stati Uniti, Europa occidentale e Israele, ai quali il documento chiedeva di dichiararsi colpevoli di discriminazioni, crimini contro l'umanità e genocidio e di risarcire il mondo per i reati commessi; contro il razzismo non ha dato risultati tangibili, ma proprio nessuno.

Anche la Dichiarazione di New York mancherà l'obiettivo. L'attacco più massiccio della storia umana alla fame e alla povertà consiste, infatti, essenzialmente nell'istituire una tassa planetaria sulle transazioni finanziarie internazionali e sulla vendita di armi. Tassare le operazioni finanziarie per alleviare la povertà è un'idea vecchia che, a un'analisi competente, si è rivelata complicata da realizzare e soprattutto dannosa in termini economici e quindi controproducente, come spiegò prima di morire il premio Nobel per l'economia, James Tobin, che pure l'aveva formulata. Mai se ne convinsero i teorici anti utilitaristi che continuano a reclamare la Tobin Tax per sanare, con il denaro che se ne ricaverebbe, i mali del mondo. Adesso, opportunamente associata a una tassa sulla vendita di armi che la rende ancora più "virtuosa" e politicamente corretta, è stata presentata al segretario generale delle Nazioni Unite e ha dominato la scena al Palazzo di Vetro insieme ai suoi quattro promotori: il presidente del Brasile, Luiz Inacìo Lula da Silva, che è l'ideatore della Dichiarazione di New York, il leader spagnolo, José Luis Zapatero, il premier cileno Ricardo Lagos e Jacques Chirac per la Francia.

L'intenzione è ricavare ogni anno dalle nuove imposte quei 50 miliardi di dollari che, secondo il progetto Millenium Development Goals delle Nazioni Unite, sono necessari per dimezzare la povertà entro il 2015.

Il vizio di fondo di tutto il progetto è esplicito nel testo della Dichiarazione e nelle parole dei suoi padrini. «Lo scandalo più grande non è dato dal fatto che la fame esiste ma piuttosto dalla scoperta che continui ad esserci anche ora che esistono i mezzi per eliminarla», recita il documento; e Zapatero, nel presentarlo a New York, ha rimproverato l'Occidente che «dovrebbe esportare la sua democrazia e la sua civiltà proprio tra le genti che contribuisce, quando non le uccide con le armi, ad affamare» (MISNA, 21 settembre 2004).

Siamo alle solite, come si può vedere: l'Occidente è ricco perché sfrutta il resto del mondo; il 20 per cento dell'umanità dispone dell'80 per cento delle risorse mondiali; si produce già cibo abbastanza per sfamare il doppio degli attuali abitanti del pianeta, ma non viene distribuito a chi ne ha bisogno...

Il fatto è che il 20 per cento dell'umanità possiede l'80 per cento delle risorse perché le produce: nella testa degli Zapatero, dei Lula, degli Chirac e dei Lagos evidentemente il mondo può andare avanti in questo modo, basta portare una parte di quelle risorse - invece di reinvestirla in attività economiche - là dove non se ne producono abbastanza e nessuno morirà più d'inedia.

La fame, in effetti, si può eliminare così, almeno per qualche anno, ma combattere la povertà è tutt'altra questione. Che non lo capiscano i volontari delle organizzazioni non governative dediti alle "piccole opere buone" è già grave. Se non lo capisce neanche l'ONU, allora, prima di riformarla dandole più mezzi e potere, pensiamoci.

! Anna Bono
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Ragionpolitica, periodico on line n.76 del 24/9/2004
Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008
Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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