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numero 280
6 marzo 2008
 
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Bernarde de Mandeville

La favola delle api

recensione di Fabrizio Gualco - 24 maggio 2002

A partire dal seme razionalistico gettato da Cartesio, ed in modi e tonalità differenti germogliato attraverso teorie come quelle di Hobbes, Rousseau e Leibniz, predomina, dalla cosiddetta Età moderna in poi, la credenza che la società, il mercato, la cultura ed in generale ogni tipo o modello di istituzione umana costituiscano un prodotto di deliberate costruzioni: oggetti di pianificazioni attuate, per così dire, "a tavolino". In questa prospettiva, Mandeville mostra il come di una generazione spontanea, ossia la possibilità reale di un ordine senza piano preventivato a priori: e dimostra senz'altro che la spontaneità dell'ordine sociale è la chiave di volta di teorie che, evitando il pregiudizio mentale dell'onniscienza, si sviluppano nella pratica a beneficio di tutti.

Bernarde de Mandeville (1670- 1733), è medico e filosofo olandese. Trasferitosi a Londra dopo aver compiuto gli studi gli studi universitari, inizia la pratica medica specializzandosi nelle malattie dello stomaco e dei disturbi di origine nervosa. Traduttore delle Favole di La Fontaine (1703), autore di un Trattato sulle malattie isteriche ed ipocondriache (1711), firma inoltre varie poesie burlesche, poemi satirici, scritti sulla prostituzione e sulla pratica dell'impiccagione (Free thoughts on religion, 1720). Grazie alla sua Favola delle api, dal punto di vista delle scienze politiche e sociali è ritenuto da molti un precursore della libertà individuale ed economica, nonché un anticipatore di tesi che hanno fatto storia nel campo delle teorie economiche e filosofiche. Probabilmente nemmeno Mandeville si rese conto appieno dell'importanza dei suoi scritti. Sta di fatto, però, che i problemi da lui evidenziati fornirono temi e problemi che stimolarono riflessioni future, tese alla loro risoluzione risolvere, o quanto meno ad un loro chiarimento.

Dal punto di vista dei limiti della conoscenza umana, Mandeville anticipa ed ispira le teorie di David Hume. Per ciò che riguarda la libertà economica, i primi ad accogliere ed elaborare le idee mandevilliane sono Adam Smith e Adam Ferguson. Ma la tradizione iniziata da Mandeville coinvolge anche pensatori come Burke e, attraverso Burke, pensatori come Herder e Savigny. In senso generale, forse l'apporto epistemologicamente più apprezzabile dell'opera di Mandeville, peraltro già autorevolmente rilevato da Friedrich von Hayek, consiste nell'avere inserito, nel panorama culturale dell'epoca a lui contemporanea le idee di evoluzione e di ordine spontaneo. Un rivolgimento culturale che solo negli ultimi decenni, con il fallimento delle economie pianificate e dei regimi ad esse connessi, si può comprendere adeguatamente nelle sue implicazioni politiche, sociali, economiche, civili.

Dal punto di vista delle referenze teoriche, Mandeville è sicuramente debitore del dibattito che nel diciassettesimo secolo si sviluppa in Olanda, a proposito di temi e problemi di oggetto giuridico, sociale e morale: dibattito in cui di sicuro ha influenzato in parte direttamente ed in parte indirettamente, lo sviluppo del pensiero inglese fra la fine del XVII e l'inizio del XVIII. Possono essere ispiratori di Mandeville i teorici inglesi della Common Law, ad esempio M. Hale che sul campo delle istituzioni sociali fu avversario delle teorie costruttivistiche di Hobbes. Il già citato Friedrich von Hayek, nota che alcuni motivi possono collegare Mandeville alle dottrine del diritto naturale di derivazione teologica espresse dalla Tardoscolastica del XVI secolo, ed in modo particolare dal fiammingo Leonardo Lessio, autore del trattato De Justitia et Jure.

La trama de La favola delle api è, in estrema sintesi, questa: nell'alveare si lavora in modo incessante ed i risultati generali per l'alveare sono estremamente soddisfacenti. Ogni ape, soddisfacendo le proprie necessità, finisce in un modo o nell'altro per soddisfare quelle dell'intera comunità. Un bel giorno, c'è chi si rende conto che il benessere raggiunto dall'alveare nel suo insieme nasconde dei vizi, delle storture morali che mal si armonizzano con il grado di ricchezza raggiunta: lusso eccessivo, ipocrisia individuale, avarizia sentimentale, invidia reciproca. Di tale corruzione morale alcune api iniziano a lamentarsi, certamente prede inconsapevoli di un'epidemia di perfettismo morale. E quello delle api è un lamento così insistente e reiterato che le loro parole giungono fino a Giove, il quale, agendo come un Grande Legislatore, impone loro, per decreto, l'esercizio della virtù da loro stesse invocata.

L'opzione della virtù nella forma del rigorismo etico prende il sopravvento su ogni attività singola, estendendo il proprio primato su tutto il resto. A questo punto la società dell'alveare, inondata dalla virtù che Giove impone ad essa, comincia a cambiare aspetto: l'intraprendenza si inaridisce, il desiderio di migliorare le proprie condizioni si fossilizza. L'alveare, adesso, è virtuoso ma statico. I rapporti fra le api cambiano radicalmente, così come radicalmente si modifica lo stato di benessere dell'alveare. Ogni ape non ha più problemi di coscienza, o perlomeno crede di non averne: ma tale situazione, anziché portare pace, apporta una sorta di quietismo che induce ogni ape, in netto contrasto con le situazioni passate, ad accontentarsi di ciò che ha senza più badare a ciò che potrebbe avere. Il risultato è negativo, e coincide con la rovina economica dell'alveare, cosa di cui ci si accorge solo quando, come suol dirsi, i buoi sono già scappati dalla stalla.

Eloquenti sono in tal senso le ultime strofe mandevilliane: «Così il vizio diviene benefico / quando è sfrondato e contenuto dalla giustizia. / Anzi, se un popolo vuole essere grande / esso è necessario allo stato / quanto la fame per farli mangiare. / La semplice virtù non può fare vivere la nazioni / nello splendore; chi vuole fare tornare / l'età dell'oro, deve tenersi pronto / per le ghiande come per l'onestà. » Come dire: stiamo attenti a chiedere agli dei qualcosa di perfetto, perché la loro punizione potrebbe passare proprio attraverso l'esaudimento delle nostre (irragionevoli) richieste: le buone intenzioni, molte volte e salvo rarissime eccezioni (che esistono per confermare la regola) lastricano la via che porta all'inferno. In realtà, la cooperazione che si stabilisce fra i membri di una società, risulta in un certo modo indipendente dalle loro singole intenzioni. Il buon funzionamento della società non presuppone alla sua base uno schema fisso di regole razionali, né una qualsivoglia ricetta definitiva che si arroghi la conoscenza della società perfetta e dell'uomo indefettibile.

Chiaramente l'alveare costituisce una metafora della società umana. Con La favola delle api di Mandeville ci si trova di fronte a due tipi di società. Da una parte, esiste un modello di società "aperta", consapevole tanto della propria imperfezione quanto della propria perfettibilità (una Open Society, come direbbe Popper); dall'altra vediamo una società chiusa in se stessa, dove in nome i un moralismo assoluto gli scambi e le interazioni sia umane che economiche sono ridotti al minimo, e dove vige la convinzione che l'uomo sia in toto l'artefice del proprio destino al punto tale da diventare l'esclusivista della verità di se stesso e della società in cui vive, infine intesa come società manipolabile attraverso pianificazioni onniscienti (una sorta di tribal Society direbbe Hayek).

Mandeville non è un moralista ma un realista. Un realista che si basandosi sul senso della realtà critica il moralismo di qualsiasi genesi e forma, sia esso di matrice religiosa o laica. Un individuo che sceglie di vedere il mondo e gli uomini così come sono, e non come qualcuno vorrebbe che fossero. Questa sua inclinazione gli permette di parlare di morale senza cadere egli stesso nel moralismo verso cui si indirizzano le sue frecciate.

Uno dei messaggi di Mandeville è che gli individui possono trovare soluzioni di reciproco vantaggio e di mutua soddisfazione anche se le aspettative singole, e le intenzioni individuali sono di diversa caratura morale una rispetto all'altra. Un ordine individuale non perfetto può generare un ordine sociale non solo accettabile ma anche pregevole. Ed è così che le pubbliche virtù di cui una società può farsi vanto è dovuto anche al fatto che esse sono frutto anche di vizi privati, di imperfezioni individuali di ordine morale. Imperfezioni che, del resto, sono inestirpabili in quanto connaturate alla condizione umana.

L'aspirazione al benessere fa parte della natura umana e convive non solo con le sue virtù ma anche con i suoi vizi. Il desiderio di migliorare la propria condizione, sia esso di natura materiale che immateriale, è di gran lunga più vantaggioso che svantaggioso. Le azioni intenzionali, primo motore della dinamica sociale, conducono spesso a risultati inintenzionali come effetto della combinazione non pianificabile a priori dell'agire umano. I singoli, tramite desideri, passioni, aspirazioni tentano un'impresa individuale i cui risultati vanno a volte oltre i limiti della stessa individualità, e si fissano nell'ordine sociale indipendentemente dalla razionalità intenzionale che muove le loro azioni. L'uomo è certamente capace di riflettere sia nei confronti di sé che nei confronti degli altri: ma il suo giudizio resta sempre limitato, incompleto, fallibile. Perciò anche quel che il moralismo "benpensante" può considerare un vizio, in realtà può costituire un potenziale credito a quell'ordine sociale libero che solo sull'interazione spontanea degli individui può crescere, trasformarsi e progredire dal punto di vista globale.

Il moralismo nega il buon senso così come il razionalismo nega la ragionevolezza. Quindi, non senza l'uso di una generosa dose di ironia, Mandeville tenta di evidenziare come un'ordine sociale, se non è sottoposto al multiforme vincolo moralistico e razionalistico della Donna Prassede di turno - che veicolano una presunta quanto astratta conoscenza del Bene e del Male - possa fruire anche di ciò che è ritenuto socially uncorrect.

Non a caso, esplicitando le sue convinzioni sull'origine delle istituzioni sociali, egli fonda il suo discorso sulla tesi centrale «che spesso noi ascriviamo all'eccellenza del genio umano e alla profondità della sua penetrazione ciò che in realtà è dovuto al corso del tempo e all'esperienza di molte generazioni, che differiscono molto poco l'una dall'altra per quanto riguarda per quanto concerne i compiti naturali e la sagacia». Ed in particolare riferimento alle leggi, afferma che «ve ne sono pochissime che siano opera di un solo uomo o di una sola generazione; la maggior parte di esse sono il prodotto, l'opera congiunta di diverse generazioni... La saggezza di cui parlo non è il frutto di un'intelligenza straordinaria, o di un pensiero profondo, bensì di un giudizio saldo e ponderato ricavato da una lunga esperienza negli affari e da una molteplicità di osservazioni».

Solo in apparenza l'attenzione primaria che l'individuo pone a sé e alle sue ispirazioni può essere chiamato egoismo. Solo per un errore di prospettiva intellettuale l'amor di sé può essere considerato come un qualcosa di riprovevole, una mala pianta da estirpare assolutamente all'interno del comportamento umano. L'accento che Mandeville pone sulla razionalità del comportamento umano è che tale comportamento, più che dall'istinto, è regolato dai vincoli che determinate norme impongono agli uomini: norme di cui peraltro essi non colgono appieno l'origine storica precisa né un fondamento logico chiaro e distinto. Mandeville afferma infatti che i motivi posti alla base dell'accettazione di certe norme da parte degli individui sono diversi dalle ragioni che queste norme hanno fatto prevalere. L'origine di tali norme perciò, poco o nulla ha a che fare con le ragioni attraverso cui gli uomini ad esse si adeguano.

Fabrizio Gualco

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La favola delle api
  • Autore:
    Bernarde de Mandeville
  • Editore:
    Edizione Laterza
  • Prezzo: n.d.
  • Pagine: n.d.

IN QUESTO NUMERO

Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008
Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008
Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero
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