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La Cultura AutoportanteLo spettacolo "drogato" dalle sovvenzioni pubblichedi Elena Siri - 8 ottobre 2004 La rinascita di una nuova e fiorente cultura in Italia può avvenire solo attraverso un grande cambiamento. La stagnazione in cui versa la nostra produzione nei vari ambiti del settore appare irreversibile e i costi pubblici per mantenere un sistema pigro e privo di bagliori sono enormi. Nell'ambito dello spettacolo i dati sono sconcertanti: le produzioni più costose - cinematografiche o teatrali - realizzate con soldi pubblici spesso incassano pochissimo o addirittura non entrano nemmeno nei circuiti di distribuzione e il deficit è rimarchevole. L' opera d'arte nasce dalla creatività individuale, dal talento personale, dall'idea, ed è totalmente slegata dal finanziamento pubblico di cui si avvale, quando se ne avvale. La provenienza del finanziamento nel settore culturale, tuttavia, ne influenza paradossalmente il risultato: se il denaro impiegato in un progetto è di provenienza privata il progetto risponde necessariamente a dei criteri di validità oggettivi o quanto meno di sostenibilità economica poiché deve rientrare dell'investimento; con il denaro pubblico, invece, non è importante che l'opera realizzata venga ad esempio usufruita dal pubblico, e quindi produca ricchezza economica o culturale né che sia particolarmente valida poiché i suoi costi sono pagati a priori indipendentemente dai risultati che essa potrà ottenere. Se prendiamo l'esempio delle sovvenzioni statali al cinema ci potremo rendere conto facilmente che il F.U.S. non ha certo alzato il livello del cinema italiano, tutt'al più ne ha gonfiato i preventivi ed ha limitato i rischi economici dell'impresa di produzione, con il risultato che anche i film di brutta qualità vengono circuitati (non essendo legati alla logica del mercato e quindi all'incasso di botteghino). In effetti, se si guarda la storia del cinema, si deve ammettere che spesso capolavori mondiali sono stati realizzati in economia, e talvolta in vere e proprie ristrettezze economiche (vedi i film di Orson Welles, o quelli di Roger Corman). Tutto ciò fa si che in Italia la produzione dello spettacolo sia legata ad un meccanismo malato: l'impresa di produzione viene ammessa al finanziamento pubblico sulla base di un preventivo economico e di un progetto artistico. Il risultato di quel progetto non viene valutato né controllato; il denaro è stanziato a priori e il problema del produttore è spendere quel denaro anche producendo un film indegno: il suo business è già finito nel momento in cui il film inizia la lavorazione e quindi innesca il finanziamento. Del resto, una volta ottenuta la sponsorizzazione economica da parte dello Stato, non si incorre in alcun rischio di controllo, poiché la liquidazione avviene presentando semplici autocertificazioni di avvenute manifestazioni e conteggi di bilancio credibili. Tutto questo non stimola certo la creatività degli artisti né lo sforzo a produrre spettacoli di qualità, visto che poi l'incasso al botteghino è davvero l'ultimo dei problemi. Le opere teatrali più innovative ed emozionanti spesso non sono quelle prodotte dai teatri pubblici, che pure sono quelle che impiegano capitali elevatissimi: scenografie a peso d'oro e spese gonfiate servono ai teatri di Stato per dimostrare spese enormi nei bilanci ed ottenere dal Ministero cifre spaventose che alimentano la sopravvivenza di questi baracconi. Se il pubblico poi diserta le sale non è certo un problema rilevante. Per non parlare del teatro lirico che succhia miliardi di vecchie lire per messe in scena spesso di cattivo gusto ma sempre rigorosamente costosissime! Il meccanismo perverso dei finanziamenti alla cultura in Italia è regolato dal fatto che occorre spendere più denaro pubblico possibile per farsene elargire sempre di più, in una voragine senza fine. Ribaltare questa logica, per arrivare ad avere un sistema-cultura che invece di spendere denaro lo produca, pare davvero un miraggio. La soluzione ottimale sarebbe riuscire ad avere una partnership attiva da parte dello Stato nelle produzioni culturali, cioè un controllo diretto sulla qualità e sulla riuscita dell'evento; evidentemente questo comporterebbe la presenza di ispettori di controllo e una partecipazione attiva e non solo finanziaria da parte dell'Ente pubblico nel progetto. Entrare nel merito dei risultati artistici finanziati e valutare la sostenibilità economica dell'opera dovrebbe essere un compito fondamentale del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali. Per ottenere un vero cambiamento di tendenza è indispensabile ripartire da zero, ristrutturando il sistema dei finanziamenti dalle fondamenta. In attesa di una simile rivoluzione legislativa, già sarebbe utile potere realmente far leva sul libero mercato: se la cultura fosse affidata alla libera concorrenza i produttori sarebbero costretti a puntare sulla qualità, poiché il consumatore avrebbe una qualche possibilità di scelta nell'offerta e questo sarebbe da stimolo a ricercare prodotti convincenti. Se l'incasso e il botteghino fossero il motore dello spettacolo in Italia le produzioni dovrebbero soddisfare dei criteri di valore intrinseco per non rischiare le sale vuote e quindi la perdita economica. Non trascurabile è il fatto che se, come per magia, venissero azzerati i finanziamenti allo spettacolo, i teatri comunali e statali si privatizzerebbero: questo comporterebbe che, pagando un affitto di mercato, i produttori piccoli e grandi potrebbero presentare al pubblico le loro opere senza subire l'ostracismo politico predeterminato dai cartelloni odierni e il divieto di accesso in spazi gestiti come feudi privati dagli amministratori pubblici. Contrariamente a quanto si potrebbe supporre, la privatizzazione delle sale porterebbe ad un aumento della disponibilità degli spazi poiché diventerebbe troppo oneroso per una gestione privata sostenere i costi di un teatro aperto solo poche serate l'anno (come invece è d'uso in molti teatri comunali); l'interesse di un gestore sarebbe quello di far rendere il più possibile la sala ospitando eventi di vario tipo in una programmazione più fitta possibile. Il teatro comunale spesso non è interessato alla propria autonomia economica e rifiuta la concessione dello spazio a molte iniziative; su questo punto, del resto, anche la Corte dei Conti pare abbia finalmente chiesto spiegazioni agli Enti Pubblici che presentano spese elevatissime per teatri che programmano poche decine di giornate di attività all'anno. La sinistra dirà subito che uno Stato civile non può sottrarsi al sostegno economico alla cultura: io ritengo che uno Stato sarebbe civile se non intervenisse politicamente, in modo clientelare, nel mercato della cultura. Il dovere dello Stato è certamente quello di sostenere la cultura in quanto scuola, patrimonio archeologico, artistico ecc...ma drogare il mercato dello spettacolo con finanziamenti discutibili senza controllo, questo non è certo un dovere dello Stato.
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Ragionpolitica, periodico on line n.78 del 8/10/2004 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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