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Jacques Derrida, o della filosofia filo-sofista

di Fabrizio Gualco - 15 ottobre 2004

Jacques Derrida, considerato uno dei maggiori filosofi contemporanei, è morto pochi giorni or sono, in un ospedale parigino, all'età di 74 anni. Protagonista della scena mediatica contemporanea, al contempo persona di cultura e personaggio di culto sia in Europa che negli Stati Uniti, lascia alle spalle una felice carriera universitaria ed una ricca e variegata produzione saggistica, dalla quale emergono titoli noti anche ai non addetti ai lavori come ad esempio Posizioni (Bertani, Verona 1975), La scrittura e la differenza (Einaudi, Torino 1990), Spettri di Marx (Cortina, Milano 1994), Politiche dell'amicizia (Cortina, Milano 1995), Margini della filosofia (Einaudi, Torino 1997), Della grammatologia (Jaca Book, Milano 1998).

In tale prospettiva Derrida è famoso anche e soprattutto per il suo metodo procedurale: la cosiddetta decostruzione. Il decostruttivismo di Derrida, infatti, possiede una valenza negativa molto forte, originata a partire dal presupposto che destabilizzare sia infinitamente meglio che consolidare. Per accennare alla prassi decostruttiva, possiamo far riferimento alle sintetiche parole di Stefania Borradori: «Dato che la filosofia studia le idee, le credenze e i valori all'interno di uno schema concettuale, ciò che viene decostruito è la maniera in cui queste idee, credenze e valori sono sistemati all'interno di uno schema. A differenza di un metodo o una procedura analitica, la decostruzione è un intervento ad hoc, teso a destabilizzare le priorità strutturali della costruzione» (cfr. il suo Filosofia del terrore. Dialoghi con Jurgen Habermas e Jacques Derrida, Laterza, 2003).

Il metodo della decostruzione derridiana, va da sé, è applicabile ad ogni campo, problema o concetto: dalla letteratura all'arte, dall'etica alla politica, dalla questione del terrorismo internazionale alle idee di tolleranza ed amicizia. Svariati campi, unico risultato: in questo contesto ciò che il mondo offre, in termini di fatti e di idee, può essere smontato e ricomposto all'interno di una interpretazione che segue l'estro e l'inclinazione del momento. Del resto, a quanto risulta, nemmeno lui seppe dare della sua teoria una spiegazione univoca. Il concetto di decostruzione va oltre il principio di non-contraddizione aristotelico, perché anche la contraddizione va decostruita, messa in crisi, contraddetta essa stessa al fine di aprire spazio ad "altro", a sempre qualcosa d'altro dalla realtà concreta in cui si vive. Come dire: le parole possono giocare con l'esistenza perché l'esistenza, in fondo, si riduce ad un gioco di parole.

Derrida ha proposto le sue teorie attraverso l'adozione di uno stile linguistico particolare, per certi versi dirompente, spesse volte capace di evocare quello delle avanguardie letterarie. Detentore, dunque, di un modo di scrittura sicuramente originale, la novità apportata alla cultura novecentesca dell'intellettuale francese può essere giudicata più formale che essenziale. Nella sostanza, infatti, egli ha proseguito e sviluppato, seppur per vie diverse, la linea nichilista indicata da Nietzsche e Heidegger (curiosamente, entrambi pensatori comuni al nazismo e alla cultura di sinistra del secondo dopoguerra): ossia il sentiero interrotto che parte dalla morte di Dio e giunge al forte ridimensionamento - se non quando alla negazione esplicita - dell'uomo come individuo dotato di autonomia ontologica e dunque capace, per sua stessa costituzione, di conoscere il senso autentico della vita che scorre sotto il sole di questo mondo. La linea niciana-heideggeriana, insomma, è quella in cui si persegue la svalorizzazione sistematica delle potenzialità insite nella soggettività umana, a partire da quelle di matrice metafisica.

Su questa base, credo che si debba dar ragione allo statunitense Richard Rorty, che ascrive l'opera derridiana all'ambito letterario e non a quello filosofico. Derrida è professore di filosofia, gestisce corsi di filosofia, cita filosofi e tocca problemi filosofici, ma la sua vocazione originale, la sua specificità, la sua inclinazione fondamentale sembra essere quella dello scrittore: scrittore ironico e istrionico, capace non di rado di affabulare e sedurre il lettore attraverso sapienti dosaggi fra detto e non detto, fra esplicitazione ed allusione, seriosità e facezia.

Forse non è un caso, come accennato poco sopra, che la metodologia derridiana si avvalga di uno stile linguistico che ricorda quello adottato dalle avanguardie del primo Novecento. E forse non a caso Derrida è figlio della filosofia francese postbellica che saccheggia quella tedesca (Hegel, Marx, Nietzsche, Freud, Heidegger) e pretende di spacciarla per prodotto proprio; che fa audience negli anni sessanta e settanta nelle università (all'epoca centri mediatici per eccellenza), nelle piazze e soprattutto nei salotti di mezzo mondo, che si dichiara alternativa ma che in fondo finisce per risultare solo ripetitiva.

In questa prospettiva ben poco promettente - soprattutto perché niente promette in quanto niente è in grado di mantenere - il fine della filosofia non può che diventare la celebrazione della fine della filosofia. La leggerezza dell'essere, a cui Milan Kundera nel suo romanzo più conosciuto aggiunge l'aggettivo "insostenibile", per Derrida sembra essere, almeno in apparenza, sostenibilissima. Derrida flirta incessantemente con immagini, metafore concetti, ma sempre ben attento a non intessere con gli oggetti del suo interesse alcuni tipo di rapporto definitivo.

Leggendo Derrida, non di rado torna alla mente il giudizio che Luc Ferry e Alain Renaut esprimono all'interno di un saggio dedicato alle filosofie degli anni sessanta e settanta: «i "filosofisti" degli anni attorno al '68 hanno raggiunto il loro massimo successo quando sono riusciti ad abituare lettori e uditori a credere che la incomprensibilità fosse il segno della grandezza e che il silenzio del pensatore di fronte all'incongrua richiesta di un senso costituisse non già la prova di una impotenza, bensì l'indice di una salda tenuta rispetto all'Indicibile». Sta di fatto che per questa filosofia non esiste verità conoscibile sotto il sole di questo mondo, e pertanto ogni discorso edificante è insensato e praticamente inutile.

Non vi sono luci intellettuali capaci di orientare il giudizio, perché il terreno su cui cammina il filosofo è friabile ed incerto, ed il cielo verso cui il suo sguardo si indirizza è privo di stelle fisse capaci costituire punti di riferimento: se non c'è un senso in ciò che si è ed in quel che si fa, se la fatica del pensare secondo criteri forti non paga, tanto vale optare per l'opzione più facile: magari quella dello scrivere "difficile".

La pratica filosofica si riduce a metodologia decostruttiva perché, al fondo, già decostruita risulta essere la soggettività individuale nella sua costitutiva autonomia. Ogni forma di pensiero debole è il frutto di una concezione debole dell'essere umano: da questo punto di vista Jacques Derrida resta pur sempre una figura legata al proprio tempo e pertanto molto, troppo "novecentesca".

In questo, certamente sub contraria specie, Derrida ci è maestro.

Fabrizio Gualco

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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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