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Il Serpente di cemento

L'Unité d'habitation INA-Casa di Forte Quezzi a Genova (1956-68), modello pionieristico di edilizia residenziale moderna

di Riccardo Forte - 15 ottobre 2004

- Genova, quartiere residenziale INA-Casa a Forte Quezzi, 1956-68Nella storia dell'architettura moderna italiana, il quartiere residenziale di Forte Quezzi, costruito a Genova dall'architetto Luigi Carlo Daneri negli anni 1956-1968, è senza dubbio, per contenuti intellettuali e programmatici, uno dei più consistenti e significativi episodi di edilizia popolare moderna, traduzione flagrante di una concezione abitativa rivoluzionaria. La messa a punto di un nuovo tipo edilizio pone in evidenza un complesso di problematiche che rimandano al dibattito critico sul Movimento Moderno e il suo processo di diffusione internazionale. Il quartiere residenziale di Forte Quezzi, la cui linea a serpentina dell'edificio principale - ispirata direttamente al piano di Algeri di Le Corbusier (1930-33) - costituisce il tratto dominante, ha prodotto esiti contraddittori sul piano economico e sociale.

Nonostante la messa in accusa del Movimento Moderno e la campagna di distruzione iconoclasta degli anni Settanta, numerosi edifici "superstiti" testimoniano la validità dei fondamenti teorici di quella prodigiosa esperienza storica. Nondimeno, l'evoluzione del quadro sociale e culturale, le mutazioni dell'economia e delle condizioni di vita obbligano a nuove riflessioni sulla maniera di abitare oggi questi immobili costruiti cinquant'anni fa e sulle metodiche di conservazione e riuso di questo patrimonio.

Un manifesto della modernità

Quartiere residenziale INA-Casa a Forte Quezzi, veduta generale. Sullo sfondo, il blocco residenziale "A" (il Biscione)Il quartiere residenziale di Forte Quezzi a Genova costituisce un modello pionieristico di edilizia intensiva di massa. La costruzione di questo grande complesso fa parte dei grandi programmi nazionali d'intervento pubblico per la ricostruzione edilizia del dopoguerra (piani INA-Casa) , finanziati con fondi statali (legge Fanfani 43/1949). L'area prescelta per l'insediamento residenziale genovese copre una superficie totale di 33 ettari, situata sulla collina a ridosso del quartiere di Marassi.

Il piano, elaborato nel 1956 da una équipe di 35 architetti coordinati da Luigi Carlo Daneri, prevede la realizzazione, a quote differenti comprese tra 150 e 185 metri s.l.m., di cinque grandi blocchi edilizi per una capienza complessiva di 4500 abitanti distribuiti in 865 appartamenti. Gli edifici, dalla tipologia a serpentina, seguono le caratteristiche orografiche del sito, disponendosi lungo il profilo morfologico delle curve di livello. L'elemento dominante del progetto, l'edificio principale (blocco "A"), successivamente denominato "Biscione", è una barra curvilinea a undici piani (successivamente ridotti a sei) dalle dimensioni imponenti, che si sviluppa senza soluzione di continuità per 540 metri di lunghezza. Al terzo piano, una rue intérieure - che si richiama esplicitamente all'esempio dell'Unité d'habitation di Marsiglia di Le Corbusier (1947-52) - attraversa la struttura da parte a parte, costituendo un'immensa terrazza panoramica continua, che nelle intenzioni del progettista avrebbe dovuto costituire una moderna promenade architecturale . Il complesso residenziale comprende altre unità abitative: i blocchi "B", "C" ed "E" (3 piani), e il blocco "D", a sei piani, attraversato anch'esso dalla rue corridor, esempio, ques'ultimo, tra i più qualitativamente interessanti sul piano architettonico.

Il quartiere residenziale, funzionalmente autonomo, avrebbe dovuto prevedere la dotazione dei servizi più avanzati: centro di quartiere, sale di spettacolo, scuola materna ed elementare, chiesa, impianti sportivi, mercato e spazi a verde attrezzzato. Ad eccezione dell'asilo e della chiesa, quest'ultima completata trent'anni dopo la conclusione dei lavori (1998), nulla di quanto previsto in sede di progetto è stato realizzato.

Il dibattito critico

Quartiere residenziale INA-Casa, blocco "D" Fin dalla pubblicazione del progetto premliminare, l'Unité d'habitation di Forte Quezzi s'impone all'attenzione nazionale, suscitando il più vivo interesse e le polemiche più serrate del gotha professionale e della stampa specialistica. Riviste autorevoli come L'Architettura, Urbanistica e Zodiac danno molto risalto all' "evento", occasione privilegiata per avviare un primo dibattito critico che coinvolge direttamente gli organi d'informazione locali e i cittadini genovesi.

Le critiche vertono in particolar modo sulla scelta del sito, ritenuta inopportuna a causa della difficile accessibilità; ad essa si accompagnano osservazioni denigratorie legate all'eccessiva densità abitativa, e - elemento valutativo preponderante - all'assoluta carenza di servizi (centri di aggregazione sociale, scuole, impianti sportivi) e di un'adeguata rete infrastrutturale.

Il giudizio più sferzante prodotto dalla critica dell'epoca porta la firma di Renato Bonelli, il quale, in un articolo pubblicato nel marzo del 1959 su L'Architettura - pur lodando l'unitarietà planivolumetrica dell'insieme - esprime nondimento forti riserve sulle conseguenze «dell'abitabilità psicologica e pratica» di questo insediamento, che non costituisce «un centro urbano», ma si traduce in una congerie di «forme e dimensioni deprimenti tali da mortificare ogni esigenza di caratttere individuale».

Una posizione, quest'ultima, fortemente contestata da Bruno Zevi, il più strenuo difensore del quartiere genovese. In un suo intervento pubblicato sull'Espresso del 22 settembre 1958, lodando la scelta «coraggiosa e giusta» degli edifici a serpentina, domanda in modo provocatorio: «Dobbiamo forse insistere sulle solite casette uniformi a 3-4 piani che lasciano pochissimi spazi verdi, tagliando le visuali prospettiche e inducendo quell'atmosfera di periferia?». Dodici anni più tardi, in occasione della scomparsa di Daneri, così Zevi ne ricorda l'opera più rappresentativa: «dal meraviglioso piano di Algeri del 1931, [egli] riusciva ad ottenere il "vermicone" di Forte Quezzi, senza nulla perdere della freschezza originaria, [producendosi nello] scatto creativo più energico della sua poetica».

La fine dell'Utopia e la conservazione del moderno

Complesso residenziale INA-Casa, blocco "D": dettaglio della facciataIl quartiere residenziale di Forte Quezzi, modello sperimentale di urbanistica e architettura, ha costituito innegabilmente un episodio sociale d'importanza capitale. La notevole discordanza di giudizio che si registra tra il consenso quasi unanime del milieu intellettuale e professionale e il generale dissenso dell'opinione pubblica, obbliga tuttavia a riflettere sugli esiti finali dell'opera innovatrice di Daneri, in relazione al quadro più generale della cultura architettonica internazionale del dopoguerra.

La realizzazione di questo quartiere popolare ha rappresentato nel corso dei primi due decenni un'icona del progresso e della modernità. Nella criticità di un contesto storico, quale quello dell'Italia del dopoguerra, caratterizzato dalla cronica carenza di abitazioni a prezzi accessibili, il quartiere operaio di Forte Quezzi sembra aprire degli orizzonti d'attesa completamente nuovi.

La costituzione di un moderno ordine sociale deve garantire in primo luogo l'accesso ai servizi essenziali (centri educativi, spazi di aggregazione, attrezzature sportive). La dotazione dei servizi primari comuni - ivi inizialmente prevista ma puntualmente disattesa per la colpevole responsabilità dell'amministrazione municipale - risponde alle istanze fondamentali di quella "democratizzazione dei diritti e dell'estetica" che ha segnato le grandi utopie riformatrici dell'architettura moderna.

Il valore "patrimoniale" di questo complesso risiede tuttavia nel fatto che in esso Daneri ha saputo mettere a frutto in modo esemplare il patrimonio teorico ed etico del Movimento Moderno, creando un'unitarietà compositiva che non ha precedenti in alcuno dei modelli insediativi italiani di quell'epoca. Nella machine à habiter di Forte Quezzi egli immagina un'edificio che "compone" la città, in una visione organica e utopica che segna il processo di integrazione dell'architettura nell'urbanistica (l'utopia, come ricordava Zevi, è la radice dell'avanguardia). Tale visione si traduce, sul piano operativo, nella realizzazione di unità urbane, veri e propri edifici-città capaci di concentrare in poche emergenze isolate l'intera capacità insediativa di un quartiere. Coerenza formale e verità strutturale sono le parole chiave in cui si possono riassumere i principi di modernità di Daneri, mutuati da quello stesso Le Corbusier del quale condivide senza remissioni l'ortodossia degli inquadramenti teorici e l'etica della visione architettonica.

Edificio "A": il passage porticato al piano terreno Agli inizi degli anni Settanta, il Movimento Moderno ha conosciuto la sua crisi più profonda: la messa in accusa dei suoi principi e dei suoi "dogmi" ha generato, in una sorta di damnatio memoriæ, un discredito generalizzato che ha portato nei casi più estremi a demolizioni "espiatorie". Negli ultimi decenni, il quartiere genovese di Forte Quezzi ha conosciuto una condizione di forte degrado e fenomeni di emarginazione sociale, che hanno alimentato un processo di ghettizzazione, le cui conseguenze si sono protratte fino ai nostri giorni.

La crescita vertiginosa della società negli ultimi decenni, le trasformazioni sociali e culturali, la globalizzazione dell'economia e delle condizioni di vita obbligano a interrogarci sulla maniera di abitare oggi questi edifici. La concentrazione di un numero di alloggi così elevato in grandi unità residenziali implica necessariamente la messa a punto di un dispositivo di gestione razionale delle risorse.

Da qui la necessità di ripensare in modo radicale il concetto stesso di modernità, preservando nel contempo l'eredità culturale e i principi universali che questo patrimonio custodisce: il valore pedagogico ed etico dell'architettura, i principi di solidarietà, la fiducia verso un avvenire di progresso sociale.

! Riccardo Forte

Didascalie illustrazioni

  1. Genova, quartiere residenziale INA-Casa a Forte Quezzi, 1956-68 - arch.i coordinatori Luigi Carlo Daneri e Eugenio Fuselli (Pietro D. PATRONE, Daneri, Genova, Sagep, 1982. L'immagine risale alle fasi immediatamente successive alla conclusione dei lavori).
  2. Quartiere residenziale INA-Casa a Forte Quezzi, veduta generale. Sullo sfondo, il blocco residenziale "A" (il Biscione) - arch. Luigi Carlo Daneri (foto arch. Riccardo Forte, marzo 2000).
  3. Quartiere residenziale INA-Casa, blocco "D" - arch.i Mario Pateri e Antonio Sibilla.
  4. Complesso residenziale INA-Casa, blocco "D": dettaglio della facciata. Sullo sfondo, il blocco "A". In ambedue i corpi di fabbrica si nota il "taglio" della rue intérieure (foto arch. Riccardo Forte).
  5. Edificio "A": il passage porticato al piano terreno (foto arch. Riccardo Forte).

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Ragionpolitica, periodico on line n.79 del 15/10/2004
Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008
Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero
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