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Una rovina per il cinema italianodi Matteo Loi - 23 ottobre 2004 Nel 1992 il film Cattive ragazze di Marina Ripa di Meana fece scandalo. Fece scandalo innanzitutto perché era una boiata pazzesca, ma soprattutto perché la pellicola era stata finanziata con i soldi dello Stato grazie al famigerato Articolo 28. Certo è, comunque, che la consorte del parlamentare verde Carlo Ripa di Meana appare poco credibile come regista cinematografica. L'articolo 28 riguarda le opere prime (in sostanza lo Stato co-finanzia le sceneggiature, a suo avviso, più meritevoli), ma anche dopo il debutto si possono ottenere contributi spacciando il film come opera di interesse culturale. Ultimamente, il 22 gennaio del 2004, il governo ha votato una modifica dell'articolo 28, in senso restrittivo. In sostanza non si dovrebbero più dare soldi a cani e porci. Ma questo provvedimento è servito soltanto a limitare il fenomeno, non a estirparlo. In Italia si continuano ad elargire miliardi al cinema kamikaze; certi film, poi, manco vengono realizzati, ma al ministero non interessa; il suo dovere lo ha già fatto, credendo e investendo nel nuovo cinema italiano. Si tratta di un cinema "della mutua", oppure, per essere ancora più oggettivi, si può dire che il nuovo cinema italiano è in "cassa integrazione". Ma non è sempre stato così! All'inizio degli anni '60, in pieno boom economico, l'Italia era il maggior centro di produzione dell'intera Europa occidentale: Cinecittà (grazie anche alle numerose coproduzioni con l'estero) sfornava un film dopo l'altro, mentre l'aumento del prezzo dei biglietti aveva ormai pareggiato il calo delle frequenze riscontrato nell'immediato dopoguerra. Le importazioni americane diminuivano e i film italiani dominavano gran parte del mercato interno. Nel 1965, con l'introduzione dell'articolo 28, lo Stato redasse la prima legge organica di finanziamento pubblico al cinema con lo scopo di dare un sostegno all'esordiente di talento coprendo il 90 per cento delle spese. Da allora saranno venti le opere prime sovvenzionate ogni anno con prestiti a fondo perduto, da restituire solo nel caso che il film incassi a sufficienza per coprire il debito. Riformata nel 1994 con l'articolo 8, la legge, affidando le valutazioni a una commissione di esperti nominata dal Ministero per Beni culturali, estende il finanziamento alle opere ritenute di interesse culturale nazionale abolendo di fatto il limite al numero di progetti che possono aver accesso ai fondi. Da allora gli aiuti a prodotti di assodata risonanza, destinati insomma a grandi incassi e diretti da più o meno grandi registi si fanno prassi, mentre oscure interferenze di natura politica (solitamente di sinistra) si incaricano di gestire il resto, spesso al di fuori di quelle che dovrebbero essere normali valutazioni di merito. Sulla carta il sistema risulta tutto sommato semplice: la casa di produzione che promuove il progetto (spesso costituita per l'occasione e sciolta una volta ottenuto il finanziamento e realizzato il film) presenta al Ministero la sceneggiatura, il soggetto, le "profonde" motivazioni artistiche e culturali, il cast tecnico-artistico, il preventivo, il piano di lavorazione e le prospettive distributive, oltre a un dettagliato curriculum dell'autore, del produttore e a una denuncia di avvenuto inizio di lavorazione. Come si è detto, al massimo lo Stato copre il 90 pe cento della spesa. Che c'è di meglio di un produttore che investe senza pretendere nulla in cambio? Del prestito (perché di questo si tratta) va restituito obbligatoriamente il 30 per cento, che scende al 10 nel caso si tratti di un'opera prima, ma per il resto scatta un fondo di garanzia. Detto in altri termini, se il film non incassa, lo stato ne acquisisce i diritti e buonanotte al secchio. In dieci anni lo Stato Italiano ha ammesso al finanziamento (tra cortometraggi, lungometraggi e documentari) la bellezza di 365 film ed erogato fondi per un totale di 1173 miliardi di lire. Solo nell'ultimo anno sono stati ben 69 i film di interesse culturale-nazionale approvati dalla Commissione Cinema, di cui 40 opere prime. Alcuni di questi, finanziati con svariati miliardi, non sono nemmeno usciti in sala, mentre la maggioranza ha incassato pochissimo, mostrando chiaramente i limiti del sistema. Questo perverso meccanismo ha reso possibile produrre alcune "perle" tra cui non possiamo non ricordare: la versione trash cult di Pinocchio realizzata da Benigni e per la quale lo stato ha sborsato la bellezza di 5 miliardi e 40 milioni di lire (l'opera è stata poi premiata come peggior film dell'anno in America nella serata degli anti-Oscar); El Alamein, mediocre film di Enzo Monteleone sulla seconda guerra mondiale, che non ha visto nessuno, è stato finanziato con 5 miliardi e 760 milioni. E già si vociferano leggende circa la proiezione, al festival di Venezia, dell'ultimo film di Michele Placido, Ovunque sei, co-prodotto da Cattleya e da Rai Cinema (quindi sempre dallo Stato). Pare che alcune scene di nudo di Stefano Accorsi abbiano scatenato ondate di incontrollata ilarità tra gli spettatori in sala. Staremo a vedere. E parafrasando me stesso concludo ricordando che in America i produttori non cacciano un dollaro se non sono più che sicuri di un ritorno economico.
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Ragionpolitica, periodico on line n.80 del 22/10/2004 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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