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A Torino, la mostra "Da Raffaello a Goya"

di Sara Franchino - 30 ottobre 2004

GoyaUn po' pazzo? Un sognatore? Forse... Eppure Lajos Kossuth nel 1948 quando si trattò di pensare all'unità ungherese ritenne che di contributo a questo disegno politico fossero anche l'arte e la cultura. Fu così che, profondamente convinto che potessero costituire un "tesoro" prezioso attorno a cui costruire, sviluppare e far crescere l'identità nazionale, personalmente si interessò affinché le collezioni del museo della capitale magiara fossero accresciute e ampliate. Quelle stesse collezioni sarebbero infatti servite a certificare «la legittimità dell'Ungheria di stare sullo stesso piano delle grandi nazioni europee e - servite - ai connazionali per trovare motivi di riconoscimento (Vittorio Sgarbi)». Non a caso il museo delle Belle Arti di Budapest aprì al pubblico nel 1906, ben 85 anni prima della pinacoteca nazionale austriaca, il Kunsthistorishes Museum di Vienna.

Oggi il museo di Budapest - che a differenza di tanti altri, come il sopra citato museo di Vienna, non nacque a partire da una collezione reale, bensì grazie all'intelligenza di «nobili e prelati: sofisticati e colti collezionisti (Arabella Cifani, Franco Monetti)», capaci di accaparrarsi capolavori assoluti - è indiscutibilmente uno dei templi dell'arte europea. E' inoltre una dimostrazione di quale possa essere la grande forza dell'arte, costituendo un esempio, su cui riflettere specie attualmente, mentre spesso, anche con riferimento all'Unione Europea, si critica la mancanza di cultura e tradizione in una politica talvolta sopraffatta da interessi economici e finanziari.

Per questi motivi "Da Raffaello a Goya", la mostra da poco allestita nelle sale di Palazzo Bricherasio a Torino (che rimarrà aperta fino al 23 gennaio), in cui si può appunto ammirare un importante nucleo di dipinti del Museo delle Belle Arti di Busdapest, sconfina oltre il tema su cui è incentrata e cioè il ritratto, così come allo stesso modo prescinde il valore estetico delle singole opere esposte.

Ciò non vuole certo dire che il ritratto non sia un tema di grande fascino. Ad evidenziarne l'attrazione e la magia, spesso subita anche da scrittori e letterati è, dalle pagine del catalogo della mostra, Daniela Magnetti, che prima di ricordare il mito di Narciso e il più recente Ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde, cita il Lomazzo. Il grande storico dell'arte nel 1584 scriveva infatti nel Trattato dell'arte della pittura: «L'uso di ritrarre dal naturale cioè di far le immagini de' gli uomini simili a loro sì che da chiunque gli veda sono riconosciuti per que' medesimi credo io che sia tanto antico che nascesse in punto insieme all'arte stessa del dipingere la quale da prima non fu ritrovata ad altro che a fare le imagini cioè ritratti di grandi uomini come idoli in terra». L'alchimia del ritratto, che - cita ancora Magnetti nel suo saggio I diari di Delacroix - «viene a creare un misterioso rapporto tra l'anima dei personaggi e quella di chi osserva il quadro», è dunque assai antica oltre che contagiosa per innumerevoli artisti, praticamente tutti.

Raffaello, Ritratto di giovaneIl percorso dell'esposizione, non organizzata secondo un ordine cronologico o per autori ma articolata in più sezioni (il ritratto del committente; l'immagine dell'individuo; studi dal vero; sovrani, nobili, ritratti di corte; portrait historiè, ritratto e allegoria; rappresentanti di mestieri; autoritratti e ritratti di artisti; ideali di bellezza femminile; coppie; ritratti di famiglia; ritratti di bambini; fra ritratto e pittura di genere) cerca tuttavia di mettere in evidenza differenti modi di ritrarre così come diversi tipi di ritratti. Seppur rimanendo nello stesso genere i ritratti differiscono infatti a seconda dei committenti, della loro destinazione, del gusto del tempo in cui vengono realizzati, della personalità e dell'interesse dell'artista, del carattere e all'indole del soggetto raffigurato. Basti pensare a quanto può essere differente un ritratto ufficiale da uno viceversa destinato ad uso familiare e dunque più intimo; una raffigurazione realistica della persona rappresentata da una più libera tesa magari solo a catturare uno sguardo, un'espressione, fino se vogliamo alle esasperazioni delle avanguardie storiche, come per esempio quelle cubiste che, a partire da una ricerca di maggior analiticità, hanno talvolta rischiato di scaturire nel nichilismo, geometrizzando, distorcendo, componendo e arrivando di fatto a spersonalizzare l'immagine dell'individuo. Ma questo è un altro discorso.

Ecco dunque che, a palazzo Bricherasio, da alcuni ritratti del pittore cinquecentesco Pieter Claessins il Vecchio si passa a quello che forse è il cuore della mostra e che ne determina il titolo, il Ritratto di Giovane di Raffaello Sanzio. Uno dei primi, forse il primo ritratto ancora conservato del grande maestro che tanto influenzò il rinascimento italiano ed i pittori di quello e di periodi successivi. Un'immagine di grande serenità dove un ragazzo, dai tratti raffinati e dolci, con indosso berretto e corpetto rossi, forse un giovane Pietro Bembo, è raffigurato a mezzo busto di tre quarti con le mani «timidamente» appoggiate su di un parapetto. Alle sue spalle un paesaggio armonioso e tranquillo appena movimentato dalle colline sopra le quali si alza il cielo azzurro e limpido.

Accanto al dipinto di Raffaello si scorge il Ritratto d'uomo attribuito ad Albrecht Dürer. Una piccola tavola, dall'indiscutibile valore artistico, di cui tuttavia rimangono ancora incerte paternità, identità del soggetto raffigurato e data di esecuzione. Poi il Ritratto d'uomo di Paolo Veronese ed il Ritratto di uomo anziano di Leandro Bassano. E ancora il Ritratto di un frate di Domenico Fetti fino al Ritratto di Manuela Camas y de las Heras, moglie di Juan Augustín Ceán Bermúdez (da cui il secondo estremo del titolo della mostra) dipinto dal grande pittore spagnolo Francisco Goya y Lucientes. «Uno dei dipinti più intimistici del maestro aragonese», come precisato nella scheda del catalogo, in cui Manuela, che indossa un ricco vestito verde-azzurro, tratteggiato con pennellate evanescenti e rapide, tra le quali risaltano i tocchi di bianco, volge lo sguardo complice e discretamente divertito a quello dello spettatore.

Ma esposti sono anche, fra gli altri, lo Studio di testa virile di El Greco, il Ritratto di Caterina Corsaro di Gentile Bellini, il Doge Marcantonio Trevisani del Vecellio e ancora ritratti di pittori quali Sebastiano del Piombo, van Dyck o Fra' Galgario, Meytens, Reynolds o Solomon.

! Sara Franchino
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