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Il silenzio assordante del regimedi Antonino Fortuna - 5 novembre 2004 Una fetta di mare separa due mondi, una striscia d'oceano che inganna spesso gli occhi stanchi dei cubani in fuga dalla tirannia castrista: sulla sponda opposta, risplende il sole della Florida, con le sue metropoli traboccanti di ricchezza e benessere, con la sua gente libera di camminare, copiosa, lungo i viali soleggiati di Miami, libera di decidere a chi affidare il governo dello stato, la gestione della cosa pubblica. E il tran tran veloce della vita quotidiana, quasi impedisce di pensare a quale sopruso nei confronti dell'umanità si consumi sulla riva opposta dell'oceano ricco d'insidie. Mutatis Mutandis, Cuba è rimasta quello che era quando il mondo era diviso in due dalla guerra fredda. Di torture, carcerazioni per reati d'opinione, esecuzioni di massa, si sa ben poco. Di celle stracolme, invivibili anche dal punto di vista igienico-sanitario, di carceri infestate da pulci e pidocchi nessuno ci dice. Quanto in nostro possesso è esclusivamente il frutto del racconto di qualche fortunato, nato con la camicia, di qualche naufrago di cui, quasi come per Odisseo al suo arrivo nella terra dei Feaci, persino l'oceano ha avuto pietà, risparmiandogli la fine riservata a tanti altri compatrioti. Già, perché tre cubani su quattro non riescono nel tentativo di attraversare il solco fatale che li divide dall'altra America. Poche volte v'è scampo per le loro zattere, accolte dai fondali dell'oceano o per i loro corpi sepolti per sempre dalle onde alte e impetuose del mare. Nemmeno una tomba su cui posare un fiore, neppure la possibilità di ricordare attraverso la memoria, questi eroi sfortunati che sfuggono così al logorio e alle torture fisiche e psicologiche, alla violenza pedissequa dei carcerieri feroci del tiranno rosso più autentico ancora in sella: Fidel Castro. Ma il silenzio oscura le prepotenze, mentre sopravvive l'educazione rigida, eseguita con metodi che ricordano da vicino alcune esperienze comuniste europee, il cui scopo primario consiste nel perseguire la disinformazione fine a se stessa, mezzo indispensabile ai dittatori per soggiogare le coscienze, disorientandole. Poi accade per caso, lo abbiamo preannunciato, che quattro fortunati, Pedro, Orlando, Blanca e Carmen, sebbene al costo di privarsi per sempre degli affetti più cari, riescono ad uscire vivi dall'inferno della dittatura e giungono a Roma in occasione del seminario Cuba Y democrazia promosso dall'internazione dei democratici centristi. Pedro ha lasciato la sua terra natia all'età di ventisei anni, condannato per reati politici a sei lustri di carcere e sfuggito al controllo delle guardie del regime quando già si profilava per lui una inevitabile esecuzione. Il suo racconto è a dir poco raccapricciante: a Cuba si vive nella santificazione degli interessi dello stato, a cui l'individuo è sottomesso, nessuno può tramare contro la nazione o permettersi il lusso di minarne la stabilità. Così, i giovani trascorrono gli anni più belli della loro vita senza nemmeno il diritto di sognare un domani, viene stroncata sul nascere ogni speranza, potremmo dire che addirittura se ne rinnega l'essenza e il valore. Nessuno di loro conosce la ragione per la quale, improvvisamente, all'età di sei anni si veda aumentata la dose di alcuni alimenti vitali - riferisce Carmen, l'altra esule - né i motivi per cui improvvisamente vengano allontanati dalle scuole qualora i genitori non si adeguino perfettamente al regime. Addirittura, le mogli di chiunque sia accusato di reati politici o d'opinione (liberati in fin di vita poiché il tasso ufficiale di mortalità di questa categoria di detenuti non deve mai superare il 10 per cento nelle carceri), vengono depredate anche delle tessere annonarie indispensabili a procacciarsi il necessario per vivere. E la repressione attende chiunque decida di fondare un'associazione in difesa dei diritti umani, come Oscar Biscet, né le torture vengono risparmiate a qualsivoglia giornalista indipendente dal regime. Cuba è ancora un paese che rappresenta un'enigma per il resto del pianeta, nonostante, già nel 1996, l'Unione europea abbia dovuto adottare misure e provvedimenti critici verso l'attuale regime che viola pedissequamente i diritti umani, come ha ricordato il presidente della camera Pier Ferdinando Casini vivamente partecipe alla conferenza e profondamente colpito dal racconto personale degli estradati. «Il nuovo corso della storia - ha spiegato - rende indispensabile un richiamo al cambiamento, dopo che la caduta del muro di Berlino ha aperto nuove prospettive rispetto alle rivendicazioni indipendentiste legate all'epoca della decolonizzazione». Un appello di cui il popolo cubano, energico e vitale, non verrà probabilmente mai a conoscenza. Un tentativo come tanti altri di dimostrare come ormai quella ferita tra l'Avana e il vecchio Continente non ha ragion d'essere, di cui senza dubbio i cittadini verranno tenuti all'oscuro. Ma al vecchio Fidel poco importa delle misure cooperative tra gli Stati che potrebbero risollevare l'economia del suo Paese, tutto è secondario al mantenimento del potere. Una teoria, per la verità, non proprio sconosciuta dalle nostre parti. E, perché lo status quo si perpetui, è necessario che la paura occluda le certezze, l'isolamento e la disinformazione vietino a chiunque di venire a sapere che un'altra vita è possibile. D'altronde, solo nel silenzio assordante della tirannia può legittimarsi la negazione dei diritti dell'uomo, senza che tribunali e processi possano affermare il contrario, nel perpetuarsi di un mutismo rotto solo dal rumore delle percosse o dalle grida strazianti di qualche disperato condotto sulla torretta delle esecuzioni capitali.
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Ragionpolitica, periodico on line n.82 del 5/11/2004 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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