|
|||||||
|
|
Più popolazione uguale più povertà: equazione sbagliata, pericolosa e immoraledi Giorgio Bianco - 5 novembre 2004 Il numero del "Sole 24Ore" di martedì 2 novembre ha ospitato un articolo di Jeffrey Sachs che ripropone l'ennesima rimasticatura di ciò che l'economista americano David Osterfeld ha definito "il perenne mito della sovrappopolazione", tanto antico (di primo acchito viene da pensare a Thomas Robert Malthus, ma se ne trovano tracce già in Platone, in Aristotele, in Confucio, in san Gerolamo, vissuto nel IV secolo d.C.) quanto puntualmente smentito, nel suo catastrofismo, dalla storia. "Sulla questione demografica il dibattito nel mondo - scrive Sachs - è confuso. Alcuni sostengono che la crescita della popolazione globale sia una minaccia per il benessere e l'ambiente della Terra. Acqua, energia, biodiversità sembrano più che mai in pericolo, e la crescita demografica è una delle cause di fondo". Sachs si dimostra assolutamente certo che i benefici legati al rallentamento demografico nei Paesi sviluppati superino i costi, mentre, sostiene, "la rapida ascesa della popolazione a livello globale aumenta sicuramente la pressione sulle risorse disponibili". In questa affermazione, Sachs cita, senza nominarlo, il concetto di carrying capacity (capacità di sostentamento), espressione mutuata dal mondo dell'ecologia, dove ha il significato, invero piuttosto generico, di "numero di individui in una popolazione che può essere sostenuto dalle risorse di un habitat". È stato proprio nelle Conferenze internazionali di quell'Onu, dai cui rapporti Sachs trae tutte le sue certezze, che, a partire dalla seconda metà degli anni Novanta, il concetto si è applicato con particolare riferimento all'ambiente e allo sviluppo, facendo sì che le politiche delle varie agenzie Onu fossero orientate in base all'assunto che una delle cause principali del sottosviluppo sia la crescita eccessiva della popolazione. A prima vista, l'equazione sembra talmente evidente da non aver bisogno di dimostrazioni: più individui popolano un determinato territorio, maggiore sarà l'utilizzo delle risorse disponibili. Ma un esame appena un poco più approfondito della questione dimostra che la realtà è ben più complessa e ben diversa da come ce la rappresentano i neomalthusiani delle agenzie Onu e i loro portavoce come Sachs. Questi, riconoscendo l'esistenza di "diversi trend demografici nel mondo", fa notare che "l'aumento è più rapido nelle regioni più povere, fino a sei figli per famiglia", e che "l'alta fertilità dell'Africa ha portato l'Onu a prevedere un raddoppio della popolazione del continente, dagli attuali 900 milioni a 1,8 miliardi nel 2050". Peccato che questi dati non siano per nulla sufficienti a dimostrare un nesso causale fra densità di popolazione e trend demografici da un lato, e povertà dall'altro. Ogni volta che si prova ad esaminare la questione con un minimo di obiettività e con mente sgombra da pregiudizi, infatti, ci si accorge dell'incredibile cecità dei neomalthusiani di fronte a un fatto di lampante evidenza: sono proprio i Paesi attualmente più poveri e sottosviluppati ad essere anche, ora, al di là delle tendenze demografiche, quelli meno intensamente popolati. Riccardo Cascioli e Antonio Gaspari nel recentissimo Le bugie degli ambientalisti (ed. Piemme), scrivono ad esempio che "dei 21 paesi più poveri del mondo solo 7 hanno una densità superiore ai 100 abitanti per 2; e i 5 paesi africani colpiti dalla fame nel 1991 (Etiopia, Sudan, Somalia, Mozambico e Liberia) il più popolato ha una densità di 41, 8 abitanti per km2". D'altronde, per rendersi conto dell'inconsistenza delle argomentazioni dei "fabbricanti di paure" alla Jeffrey Sachs, non c'è sicuramente bisogno di ricorrere a sofisticati studi statistici o a rapporti di agenzie internazionali: è più che sufficiente consultare un libretto che, per agilità, somiglia a un "bigino", ma in cui sono esposti dati che, da soli, basterebbero a demolire l'equazione "sovrappopolazione uguale povertà": stiamo parlando di "Il mondo in cifre", edito in Italia da Internazionale, traduzione italiana di Pocket World in Figures, pubblicazione legata al prestigioso quotidiano The Economist. Nell'edizione 2004 si trovano dati, peraltro non significativamente differenti da quelli degli anni scorsi, di cui le Cassandre della demografia dovrebbero degnarsi di rendere conto. Non risulta, infatti, che finora nessuno di loro si sia degnato di spiegare le ragioni per cui l'India presenta una densità di popolazione di 312 abitanti per km2, con un PIL pro capite di 470 dollari e un Indice di sviluppo umano (un indicatore ideato, somma beffa per Sachs che sembra considerare verità rivelata tutto ciò che viene snocciolato dall'Onu, proprio da un'agenzia delle Nazioni Unite, l'UNDP, Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo!Partendo dalla considerazione che i soli indicatori economici sono insufficienti a giudicare la qualità della vita di un Paese, questa organizzazione ha infatti elaborato un indice che nasce da una combinazione di PIL, istruzione intesa come media degli anni di scolarizzazione e alfabetizzazione degli adulti) pari a 57,7, ma il Belgio fa registrare una densità di popolazione di 337 abitanti per km2, un PIL pro capite di 22.370 dollari, e un indice di sviluppo umano pari a 93,9! Si potrebbe andare avanti a lungo con gli esempi, vale la pena "snocciolarne" qualcun altro: il Giappone, con i suoi 337 abitanti per km2, (i quali, va ricordato, si assiepano su un territorio poverissimo se non del tutto privo di risorse naturali) presenta un indice di sviluppo umano lievissimamente inferiore, 93,3; in compenso il PIL pro capite è di 32.520 dollari! I Paesi Bassi, con una densità di popolazione di 383 abitanti per km2, fanno registrare un PIL pro capite di 23.860 dollari, e un indice di sviluppo umano pari a 93,5; Singapore, con il suo vertiginoso tasso di popolazione (6.416 abitanti per km2!), gode di un PIL pro capite di 20.850 dollari, e di un indice di sviluppo umano calcolato come 88,5; Hong Kong, che quanto a densità di popolazione supera persino Singapore (6.512 abitanti per km2), fa registrare un PIL pro capite di 23.260 dollari e un indice di sviluppo umano pari a 88,8. Ma, si diceva, i Paesi più poveri - diciamo pure miserabili, perché la dizione "in via di sviluppo", in certi casi, ha davvero un sentore di nauseabonda ipocrisia politically correct - sono proprio quelli in cui si registra la più bassa densità di popolazione. Gli esempi non mancano di certo: lo Zimbabwe, con i suoi 33 abitanti per km2, fa registrare un PIL pro capite di 700 dollari, e un indice di sviluppo umano pari a 54,8; il Kenya, con una densità di popolazione di 54 abitanti per km2, registra un PIL pro capite di 360 dollari, e di un indice di sviluppo umano pari a 51,3; la Nigeria, con 129 abitanti per km2, ci mette sotto gli occhi lo spettacolo penoso di un PIL pro capite di 350 dollari, e un indice di sviluppo umano uguale a 46,2. Infieriamo? Ma sì, infieriamo, vista la spocchia immancabilmente accompagnata a una clamorosa mancanza di argomenti con cui certi personaggi amano sentenziare e profetare: i nostri Soloni democatastrofisti vogliono avere la compiacenza di spiegarci come sia possibile che, mentre la superficie del Madagascar è di 587.940 km2, quella del già citato Giappone è di 377.835 km2, ma gli 11 milioni di malgasci muoiono di fame, mentre i giapponesi sono, con il loro reddito pro capite, il popolo più ricco del mondo dopo gli svizzeri? L'Africa a cui fa riferimento Sachs (più precisamente l'Africa subsahariana) è, come fanno notare anche Cascioli e Gaspari, "l'unica regione del mondo dove si registra una crescita [economica, ndr.] negativa". Ma è mai possibile che ai "superesperti" dell'Onu chiamati in causa non sia mai passato per la mente ciò che, con commendevole umiltà di divulgatori giornalistici, ci fanno notare i due autori italiani, ovvero che "il sottosviluppo [è] dovuto essenzialmente a motivi politici ed economici oltre che culturali. Basti pensare che qui si continua a spendere mediamente in armamenti il doppio di quanto si investe nell'agricoltura e nell'industria. Per un continente soggetto alla siccità è chiaro che la mancanza di investimenti per l'irrigazione e lo sviluppo dell'agricoltura costituisce un suicidio."? E tuttavia, imperterrito, Sachs continua a battere il tasto della paura: "Nel mondo la popolazione dovrebbe aumentare di altri 2,5 miliardi dal 2005 al 2050, tutti nei Paesi in via di sviluppo: 1,3 miliardi in Asia, 900 milioni in Africa, il resto in America Latina e altrove. Due miliardi e mezzo di persone in più creeranno una pressione gigantesca sul pianeta". Sachs, come a molti altri suoi "colleghi" apocalittici della demografia, ritiene evidentemente funzionale alla sua strategia persuasiva l'utilizzo di espressioni tanto prive di rigore scientifico quanto ricche di risonanza emotiva come "pressione", parola che utilizza per ben tre volte nelle poche righe del suo pezzullo. È davvero significativo, però, che a supporto di questa vellicazione delle corde più irrazionali dell'animo umano si faccia ricorso unicamente ai dati "bruti" riguardanti l'aumento della popolazione mondiale, e non al solo coefficiente a cui si possa attribuire cogenza scientifica, ovvero il tasso di incremento demografico. Il quale, Sachs si guarda bene dal dirlo, tutto occupato com'è a citare solo i tassi di fertilità dei Paesi sottosviluppati, è complessivamente, a livello planetario, in declino; né costante né uniforme, ma certamente in declino, tanto che, come ha osservato John J. Clarke, sia pure a velocità diverse a seconda delle regioni, il mondo tende alla crescita zero, che sarà verosimilmente raggiunta verso la fine del Ventunesimo secolo, quando la popolazione si stabilizzerà intorno ai 12 miliardi di individui. Particolare attenzione merita, per terminare, la chiusa dell'articolo di Sachs, da cui emerge una bizzarra concezione del "progresso" che fa perfettamente il paio con quella che si evince dal summenzionato passaggio sulle risorse: "Solo negli ultimi due secoli, con il progresso scientifico, tecnologico ed economico, c'è stato un balzo da un miliardo di persone nel 1820 a 6,3 miliardi oggi e 9 miliardi previsti nel 2050. Uno sviluppo senza precedenti che porta a una pressione [rieccoci! ndr.] tremenda sulla Terra, obbligandoci a moltiplicare gli sforzi per rallentare la crescita demografica e per migliorare qualità della vita e sostenibilità ambientale". In quanto al generico concetto di progresso, basterebbe notare che, come fanno notare ancora Cascioli e Gaspari, in tutti i Paesi sviluppati, e l'Italia ne è un esempio quanto mai significativo, il tanto auspicato (da Sachs e colleghi) calo della fertilità è stato successivo e non precedente al raggiungimento di un adeguato tasso di sviluppo. Ma ciò che è più significativo è la concezione completamente "sfasata" della questione delle risorse. Le quali, in tutta evidenza, vengono considerate come un dato fisso, immutabile e conosciuto (il che, se fosse corretto, giustificherebbe la tesi secondo cui l'aumento della popolazione coinciderebbe con un inasprimento della "pressione" su di esse). In realtà, nulla di tutto questo è vero. Nessuno sa per esempio quanto petrolio esista sotto la crosta terrestre. Idem per tutte le altre risorse naturali. La quantità di risorse conosciuta è sempre minore di quella che esiste in realtà: è il bisogno, strettamente legato allo sviluppo, che spinge a cercare e a trovare nuovi giacimenti di risorse conosciute, e ad inventarne delle nuove. La storia dimostra - spiegano ancora i due giornalisti - che le risorse sono cercate e scoperte solo come risposta alla domanda: "le 40.000 tonnellate di piombo a disposizione nel 1950 erano sufficienti per la popolazione di quel tempo; averne prodotto di più sarebbe stato economicamente controproducente perché avrebbe fatto crollare i prezzi a danno degli stessi produttori. Ma con la crescita della domanda non c'è stato alcun problema ad arrivare, 20 anni dopo, a una produzione di 86.000 tonnellate". Ma soprattutto, la retorica della "pressione tremenda" che l'incremento demografico legato al progresso eserciterebbe sulle risorse del pianeta denota un clamoroso fraintendimento del concetto stesso di risorsa. I personaggi come Sachs, al pari dei più beceri quanto, ahinoi, potenti gruppi ambientalisti, sembrano proprio non volersi rendere conto che il carbone, i fertilizzanti, l'energia atomica, possono essere definiti risorse in quanto l'uomo ha saputo sfruttarle progredendo e usando nuove tecnologie. Ne è un esempio clamoroso il petrolio, che prima dell'invenzione del motore a scoppio, al di là di qualche marginale utilizzo a scopo di illuminazione, era considerato una completa passività, e solo grazie alla capacità inventiva umana è diventato l'"oro nero" quale oggi lo conosciamo. Analogo discorso vale per il silicio, che era considerato una sorta di sabbia sgradevole alla vista e del tutto inutile prima dell'invenzione e della diffusione dei computer. Il concetto di risorsa non è definito dalla natura: a parte alcuni elementi essenziali alla sopravvivenza umana come l'acqua e l'aria, non esiste nulla che possa essere considerato risorsa in quanto tale, cioè a prescindere dall'utilizzo che l'uomo ne fa. Sono la creatività e la tecnologia umana a trasformare, di volta in volta, sostanze, elementi, componenti della natura, magari in precedenza considerati del tutto inutili, come negli esempi che si sono fatti, in risorse. Chi, come Sachs, straparla di "pressione tremenda" sulle risorse del pianeta, dimostra una deplorevole miopia nel non rendersi conto che, nei prossimi decenni proprio il progresso scientifico e tecnologico a cui egli imputa la tanto deprecata (e inesistente, come si è visto) "esplosione demografica" potrebbero metterci a disposizione risorse che, alo stato attuale, neppure ci immaginiamo. Ma allora risulta del tutto evidente che la prima, fondamentale, imprescindibile risorsa è proprio l'uomo, con la sua capacità di adattarsi al cambiamento delle circostanze e delle relative esigenze. I personaggi come Sachs, che tanto ardentemente invocano programmi (come dimostra l'esperienza, per lo più inefficaci e inutili) di controllo demografico mirano a privarci della risorsa più preziosa di cui il genere umano dispone: sé stesso. Da ultimo, ma più importante di ogni altra cosa, l'esperienza ha dimostrato che questo genere di programmi che mirano al rallentamento della crescita demografica non possono passare che attraverso misure stataliste e coercitive: si pensi alla "regola dei due figli" nella legislazione indiana: introdotta come "suggerimento", come indicazione di massima, tranne che per i dipendenti della pubblica amministrazione - e infatti, recentemente, è costata il posto a un consigliere comunale - rischia ora, nonostante l'opposizione di molti gruppi d'opinione e della Chiesa cattolica, di diventare legge passibile di sanzione penale. Ciò significa che, di fatto, i neomalthusiani non possono illudersi di mettere in pratica i loro programmi senza ledere la libertà individuale. Senza, cioè, calpestare il principio fondamentale per cui nessuno ha il diritto di imporre a chicchessia il numero di figli che può mettere al mondo.
|
Iscriviti alla newsletter per ricevere gratuitamente la rivista al tuo indirizzo e-mail IN QUESTO NUMERO
|
|||||
|
Ragionpolitica, periodico on line n.82 del 5/11/2004 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
|||||||