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numero 280
6 marzo 2008
 
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La minaccia giacobina: l'Occidente razionalista

di Francesco Galietti - 13 novembre 2004

Kenneth Minogue, professore alla London School of Economics (e, a giudicare dalle sue idee, mosca bianca all'interno della sua università), in Italia non è notissimo, ed è un vero peccato. Già nel 1993 (Olympianism and the Denigration of Nationality in Claudio Veliz [ed.] The Worth of Nations, Boston University: The University Professors) Minogue osserva la natura dell'Occidente. Qualsiasi relazione, ci ricorda l'albionico, implica un equilibrio tra le forze in gioco. Questo equilibrio muta nel corso del tempo e le minacce maggiori si presentano quando uno dei due soggetti si fa l'idea che l'altro sia debole, o in fase di indebolimento, o decadente. Questa, storicamente, è un'idea che si impadronì dei Nazisti e dei Fascisti tra le due Guerre mondiali, quando essi osservarono le democrazie liberali. Lo stesso attacco giapponese di Pearl Harbour poggiava sulla convinzione che gli Americani non avessero la determinazione necessaria per una guerra di tale portata. I Coreani del Nord invasero la Corea del Sud certi che gli Americani non avrebbero opposto resistenza. E la stessa idea influenzò la decisione della junta argentina al momento di occupare le isole Falkland.

Come dimostrano questi esempi, è veramente importante evitare che gli altri maturino simili convinzioni. Nel caso specifico dell'Islam, le affermazioni di Bin Laden hanno reso chiaro che gli Islamici hanno un'immagine dell'Occidente come di una società ricca, debole e decadente. Il comportamento americano in Libano e in Somalia aveva dato loro l'impressione che molto potesse essere fatto contro gli americani senza che ne derivasse alcuna punizione. Difficile analizzare l'11 settembre sotto questo profilo, perché é certamente un'esplicita dichiarazione di guerra totale, ma non comporta un danno fatale o in ogni caso arrecante inabilità permanente agli USA. Può chiaramente darsi che gli Islamisti fossero convinti che un simile atto sarebbe corrisposto a una chiamata alle armi contro l'Occidente, come dimostrato dalle immagini di folle festanti mostrate dalla TV. Bin Laden stesso ha più volte affermato che la gente ammira la forza. Nessun dubbio che ciò indichi una riproposizione dell'ambizione musulmana di assoggettare il mondo intero al verbo del Corano e che le premesse di una simile ambizione risiedano non solo nel convincimento che l'Occidente è ricco, ma soprattutto che esso è vulnerabile.

L'Occidente razionalista: una fissa illuminista

E' possibile, spiega Minogue, capire come dovrebbe comportarsi l'Occidente solo comprendendo la natura dell'Occidente. Minogue distingue tra due tipi di Occidente: quello "storico" e quello "razionalista". L'Occidente storico comprende l'Europa cristiana che emerge dal mondo greco-romano e sfocia nella cultura del mondo moderno. Espressioni di questa cultura sono ad esempio le chiese e le cattedrali in Paesi occidentali, l'arte, la musica e la letteratura che abbiamo ereditato con tutte le loro variazioni nazionali, e lo sviluppo della storia, dell'archeologia e delle scienze sperimentali. Si tratta di una civiltà che ha stregato il mondo non solo con la sua inventiva tecnologica, ma anche con la sua evidente tolleranza morale e sociale di una pluralità di forme di vita. Una civiltà molto vitale, ma che ha speso tanta di quella vitalità nelle due guerre mondiali, che le hanno certamente lasciato in eredità debolezza, maxime in Europa. Il potere e la creatività dell'Occidente gli hanno portato invidia e ostilità, ma la vera cifra del suo valore è l'essere la social arena verso la quale affluiscono in massa immigrati e rifugiati. In milioni sono disperati pur di riuscire a raggiungere l'Occidente.

Esiste poi l'altro Occidente, quello razionalista. Viene spesso identificato come "postcristianità" e nasce da quello che era il titanico progetto illuminista, lo Enlightenment Project, come lo chiama Minogue. Si basa sul fondamento che, attorno al diciottesimo secolo, la ragione universale è emersa per caso in Europa ed ha liberato se stessa dalla magia, dalla religione e dalla superstizione che avevano così a lungo piagato l'umanità. E' importante dire che la cosa fu casuale, giacché è un mantra dell'Occidente razionalista il fatto che il modello di vita da esso propugnato non ha legami con la Cristianità nè tantomeno con l'Occidente storico. Il parto dell'Occidente non ammette uno sviluppo storico e Minogue lo paragona alla nascita di Atena, nata così, d'amblais, dal cranio di Zeus. La dottrina razionalista è fiorita e si è concretizzata nella teoria dei diritti umani e in una burocrazia internazionale i cui agenti negli Stati nazionali sono spesso organizzazioni non governative. In un certo senso ai sacerdoti si sono sostituiti i giuristi, poiché si tratta di un movimento secolarizzato promotore del diritto e dell'ordine universale, e i Cristiani sono stati ricompresi al suo interno per mezzo della teologia della liberazione e soprattutto per mezzo dell'ecumenismo. Le università occidentali sono divenute i suoi centri propulsori e la sua moralità consiste nella non discriminazione e in quella cosa comunemente chiamata "political correctness".

L'Occidente razionalista si presenta come un'impresa a carattere missionario. Questo non sarà certo insolito, ma in questo caso ci troviamo di fronte a un'impresa che é pura, intatta e libera da qualsivoglia particolarismo culturale. E' totalizzante, comprendendo grossomodo qualsiasi razza o religione. Il problema è senz'altro che, in cambio di tutta la sua razionale tolleranza di ogni cultura, pretende una notevole omogeneizzazione della razza umana. Nella fattispecie vorrebbe che fossimo tutti liberal, tolleranti, democratici, egualitari e razionalisti. Minogue riconosce che se TUTTI si conformassero a questo modello, allora, molto probabilmente, felicità e prosperità regnerebbero sovrani. Il fatto è che molti popoli al di fuori dell'Occidente hanno le loro radici emozionali e intellettuali in una religione. Come riesce l'Occidente "razionalista" a superare quest'impasse? La risposta è che tutte le religioni devono, su una base razionale, essere riconosciute e rispettate in quanto culture particolari. Sono intese come mere varianti dell'istinto umano basilare di adorare un principio religioso, un Dio. Questo istinto non é certo diffuso tra i razionalisti di stretta osservanza, ma questi stessi razionalisti ammettono che l'uomo non è costituito da pura ragione.

E' a questo punto che capiamo cosa stia succedendo nel conflitto tra i due Occidenti. Tutte le religioni sono uguali, tranne il Cristianesimo. La religione Cristiana è spesso esclusa dai programmi di tolleranza razionalisti. In parte la ragione è che le superstizioni locali paiono più irritanti dei credo "esotici" di altre culture. In parte, invece, la ragione è che la corruzione all'interno della Cristianità potrebbe indurre a pensare che il progetto razionalista non sia così puro e trascendentale come danno a intendere le sue public relations. Comunque sia, alla fine dei conti, l'Occidente è tragicamente diviso e la questione del come reagire alla minaccia islamica risulta ancora più difficile. In un certo senso, il conflitto tra Islam e Occidente dovrebbe, a rigor di logica, riguardare essenzialmente l'Occidente razionalista. Questo perché la missione razionalista è quella che minaccia la Sharia islamica e i suoi costumi. Inoltre, l'Islam stesso riconosce la "liberazione razionalista" come la principale causa della secolarizzazione e della licenziosità dei costumi che rendono decadente l'Occidente. Il fatto è che proprio l'Occidente razionalista è incapace di difenderci e l'ONU è il più limpido esempio di questa impotenza manifesta.

Ma c'è di peggio. La cosa più grave in assoluto è che l'Occidente razionalista rigetta in tronco la dialettica amico/nemico, in quanto le sue vedute razionaliste possono solamente contemplare categorie "giuste". Queste categorie, come qualsiasi elemento all'interno della Weltanschauung razionalista, escludono del tutto qualsiasi riconoscimento di realtà storiche. Al punto da spingersi a negare lo status di democrazia a Israele. Minogue conclude la sua esposizione con un triplice ordine di considerazioni:

  • la tesi è che l'Occidente ha abbandonato la sua integrità come civiltà dotata di una propria specificità cristiana, in modo da avanzare un prototipo di identità razionale: un nuovo ordine mondiale in cui ogni essere umano godrà dei diritti umani e che porterà a un avanzamento nel suo benessere. E' evidente che le società più spirituali saranno quelle meno inclini ad accondiscendere a una simile visione del mondo.
  • l'antitesi è di riconoscere che questo disegno razionalistico è di fatto imperialistico e intrusivo nei confronti dei modi di vita coltivati in altre nazioni. Senza dubbio, nota Minogue, dobbiamo fare di tutto per evitare svariate forme di crudeltà e oppressione in altre nazioni, ma non dobbiamo, e non possiamo, trasformare altri popoli in liberali purosangue. In questo Minogue è sulla stessa linea di Jean Francois Revel, che trova molto difficile l'esportazione del modello democratico occidentale in Paesi Islamici.
  • E la sintesi? Dovrebbe consistere in un onesto riconoscimento dei nostri interessi di civiltà ed in particolare dovremmo insistere a fondare le relazioni tra civiltà sulla base della reciprocità piuttosto che in termini assoluti. Come dimostra il dilemma del prigioniero, la logica sostanziale dovrebbe essere "Noi cooperiamo se anche voi lo fate e ci rifiutiamo di farlo se voi non cooperate". In questo modo emergerebbero le differenze di vedute, che verosimilmente esistono anche all'interno dell'Islam per quanto riguarda la sua ostilità verso l'Occidente. E soprattutto è ora di smetterla di riferirci alla "comunità internazionale", che altro non è se non un meccanismo per caricare di fardelli finanziari ed economici l'Occidente. Al contrario, occorre ammettere apertamente che viviamo in un mondo diverso e pericoloso, e che non possiamo aspettarci che siano altri a perseguire in nostra vece la nostra stessa sicurezza e difesa. E come la mettiamo con l'idea musulmana che il fedele debba vivere all'interno della comunità di credenti, la Umma?

Ebbene, certo le immigrazioni sono spesso foriere di vantaggi, ma nel contesto di un risorgimento dell'Islam, l'immigrato assume spesso le sembianze di un invasore. Forse le cose cambieranno nell'arco di una generazione. Per il momento è, però, dovere dei Paesi musulmani di fare essi stessi in modo che i propri cittadini vivano a proprio agio in patria, piuttosto che costringere i propri abitanti a fuggire come sappiamo in Occidente.

! Francesco Galietti
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