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Disobbedienza incivile: una questione di antipoliticadi Fabrizio Gualco - 13 novembre 2004 Parte di coloro che nel centro di Roma hanno manifestato contro il governo Berlusconi e la Legge Biagi sull'occupazione, accusati di legittimare la precarietà ed istituire in forma nuova l'antico sfruttamento dei "padroni" nei confronti del "proletariato" (pardon, all'interno della knowledge society, attualmente, i teorici più trendy usano il termine "cognitariato"), i Disobbedienti hanno pensato bene di "sciamare" verso il periferico con l'implicito fine di dimostrare che l'assunto marxiano per cui la proprietà privata è un furto è ancora moneta corrente. Tempo di revival, dunque, dalle parti dell'estrema sinistra antagonista? Secondo a quanto si legge su Internet e sulla carta stampata, l'esproprio proletario sarebbe tornato di moda. L'irruzione di un gruppo di cosiddetti Disobbedienti nei locali della libreria Feltrinelli di largo Argentina e nel supermercato Panorama di via Tiburtina a Roma, è stata l'ennesima prova tecnica di disobbedienza incivile, capace di prelevare dai cassetti della memoria una pratica rivoluzionaria del Novecento e di riproporla nel presente come spiacevole deja-vu. Molti infatti hanno inteso il saccheggio di libri, computers e generi alimentari come una riedizione in forma contemporanea della pratica dell'espropriazione in voga nel mondo contestatario degli anni Settanta del secolo scorso. Una prassi politica o quasi, insomma. Almeno così sembrano definirla il deputato verde Cento e il rifondarolo Russo Spena. Ma in questo caso siamo sicuri che si tratti davvero di politica? Negli anni Settanta l'esproprio era ancora investito da un'aura di politicità. Assumeva, insomma, la forma di azione politica inscritta all'interno di un sistema di lotta che aveva il suo orizzonte legittimante nell'idea di rivoluzione. Ora, il Novecento è finito anche sotto questo aspetto, poiché ha sancito fra le altre cose la fine dell'idea rivoluzionaria come riferimento dell'azione politica. Caduta l'idea di rivoluzione, semmai, rimane disponibile la pulsione alla ribellione: e la ribellione non si inscrive all'interno di uno spartito politico ma, al contrario, galleggia sul vuoto creato dalla sua sostanziale assenza. Un vuoto che determina ed alimenta una visione del reale come negatività opprimente, della vita come priva di senso autentico, dell'esistenza come puro gioco di forza fra servi e padroni. In questo senso, l'antagonismo sociale contemporaneo non si determina nell'azione ma nella reazione, perché non ha prospettive politiche ma pulsioni nichiliste. In questa prospettiva, dunque, la sensazione è che nei fatti di Roma non c'è politica, ma un qualcosa che somiglia alla reattività sociale tout court, che nella convinzione di poter bastare a se stessa cerca spazi alternativi disegnando forme di delirio pratico, al quale si agganciano motivazioni o giustificazioni senza capo né coda: Caruso che definisce la cosa come un'espropriazione dal basso, don Vitaliano che chiama in causa Sant'Ambrogio (la volta prossima, magari, si riferirà a frà Dolcino) per patrocinare il saccheggio avvenuto. Con le gesta di Casarini & Co., i soliti pochi convinti di parlare ed agire in nome e per conto di molti, riaffiorano alcune istanze delineate dalle riflessioni operate da Ortega y Gasset, laddove il filosofo spagnolo delinea la figura del "signorino insoddisfatto", come colui che reclama diritti senza rispettare i doveri neanche minimi. Il signorino insoddisfatto, da un certo punto di vista, è colui che vive come se le cose fossero a disposizione dei propri comodi e capricci. Dimentica insomma che sotto il sole di questo mondo non c'è pranzo che sia gratuito in modo completo e compiuto. Per il signorino insoddisfatto la realtà appare sempre qualcosa di diverso da ciò che essa è. La vita è altrove. Dappertutto ed ovunque, ma non qui, non adesso. I signorini insoddisfatti, oggi, sono l'espressione pratica dei risultati prodotti dall'egemonia culturale teorizzata ed attuata a partire da Gramsci e Togliatti. I cosiddetti Disobbedienti, in quanto signorini insoddisfatti, rappresentano paradossalmente ma fino ad un certo punto, la coscienza critica (ma non politica) del pensiero politico della sinistra: ossia l'assenza sostanziale di pensiero politico, capace di condurre all'irresponsabilità sul piano pratico. Fabrizio Gualco |
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Ragionpolitica, periodico on line n.83 del 12/11/2004 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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