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numero 280
6 marzo 2008
 
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Miti senza spirito

di Stefano Doroni - 19 novembre 2004

A volte basta poco per ispirare una riflessione. Uscendo dall'ufficio, fatti pochi passi, mi è capitato di vedere per terra una keffiah, quel telo che i pacifisti anti-isrealiani da centro sociale si mettono in testa, alla maniera del defunto loro eroe Yasser Arafat. Era lì, sulla strada, chiunque lo poteva calpestare. Un simbolo del mito pacifinto basato sull'odio etnico e ideologico ricondotto alla sua dimensione oggettuale: un pezzo di stoffa, di per sé né buono né cattivo. In fondo alla strada si stagliava la figura imponente della cattedrale di Pisa: segno di una speranza basata sulla testimonianza di una persona attraverso la morte, stazione dello spirito nella sua marcia verso la realtà definitiva. Ma in fondo non era che pietra, pur nelle sublimi forme che l'arte umana è riuscita a plasmare. Il fatto, però, è che qui non siamo di fronte a un mito ma ad una provocazione perenne, ad una sempiterna rivoluzione dello spirito, ad una necessità di conversione che si ripropone, ogni giorno per ciascuno, qui e ora, nel presente storico della vita delle persone.

Un accostamento, il telo e la cattedrale, che mi ha di colpo ricordato quale problema oggi affligge l'umanità, e i giovani in particolare, tanto da condurla a correre dietro i più improvvisati "pifferai magici": un vuoto di spirito. Che, detta in altri termini - oggi poco di moda - significa mancanza di fede, vale a dire incapacità di credere che la fiducia in una realtà trascendente (nel caso di Cristo anche misteriosamente incarnata), o comunque fuori dalle rughe della sua riproposizione materiale, possa essere di nutrimento per la mia personale spiritualità. Sono i cristiani i primi a mostrare questa debolezza. Non si può chiedere il coraggio della fede a chi non può averla per dogma ideologico; ma i marxisti ortodossi oggi non fanno più nemmeno molta tendenza (i comunisti fanno a gara a corteggiare i preti, naturalmente quando gli fa comodo).

Il buonismo dilagante, nelle forme del pensiero debole degradato a semplicioneria, e nelle strutture pericolanti dell'ignoranza utile a progetti ideologici massimalisti, ha sostituito la speranza del riscatto spirituale con la reificazione del paradiso e con la secolarizzazione della giustizia assoluta. Il paradiso in terra, nella sua forma "scientificamente" più organizzata, è la società comunista senza classi: cioè il regno dell'utopia egualitaria che, privando gli individui della prospettiva escatologica, li riduce al livello di "uomini sociali", prevedendone la salvezza - tutta terrena e politica - nella finale massificazione. L'omologazione delle coscienze è il prezzo che si paga per la realizzazione della giustizia sociale dopo che la rivoluzione - al posto del Giudizio Universale - avrà fatto tabula rasa di ogni personalismo (e di ogni personalità). Il comunismo, come religione senza Dio, è alla base dei più moderni miti sociali del pacifismo e dell'antiglobalismo.

Se la salvezza è un bene che si ottiene dopo aver scongiurato il pericolo rappresentato dal Male, niente di più facile e storicamente appetibile che raccontare alla gente di un Male personificato. Se la religione è senza Dio, di necessità mancherà pure del Diavolo. Così dunque, come il paradiso è reificato, anche l'inferno dovrà collocarsi in un luogo fisicamente misurabile. Il teorema pacifista e noglobal dei nostri giorni è tutto qui. Il Male è l'Occidente con la sua cultura democratica e liberale; il Bene è l'Oriente islamico o il Terzo Mondo vittima delle cattiverie del Maligno impero capitalista, e lo si raggiunge con la fedeltà ai miti egualitaristi a base marxista.

Con questa impostazione manichea si è fatto credere ai giovani, nel dopoguerra, che la giustizia verrà realizzata con l'abbattimento delle strutture democratiche occidentali, con la sconfitta dei paesi che le difendono e le rappresentano, e con l'affermazione di un sistema unico a matrice collettivista. Pacifismo assoluto perché una sola sarà la voce che conta. Giustizia che sembrerà altrettanto completa perché il livellamento egualitario avrà scongiurato l'affermazione del merito (e così avremo dato il ben servito anche alla parabola dei "Talenti").

L' "altro mondo possibile" dei caporioni pacifisti, dei comunisti inossidabili, degli sprangatori noglobal, degli scioccherelli da corteo e dei centri sociali che gridano «Palestina libera Palestina rossa» è la riduzione del paradiso a comprensibili misure umane, con il contorno del conforto ideologico che ne promette la realizzazione in un futuro terreno e - soprattutto - politicamente costruibile. Il cristianesimo sociale, quello "di sinistra", corre disciplinato dietro a questo mito ingannatore. Dopo aver rinunciato alla rilevanza dell'esperienza mistica della fede, in favore dell'impegno politico suggerito da una mistificazione socialisteggiante del messaggio di Gesù, il cattocomunismo s'è fatto eresia proprio nel momento in cui ha amputato la Buona Novella, costringendola in una griglia ideologica.

Il cattolicesimo si è arreso: ha imparato a chiedere scusa per tutto, a sentirsi in torto, a rinunciare alla rivendicazione del proprio diritto di esistere nel mondo come proposta viva (nei paesi islamici si massacrano e si perseguitano i cristiani, nel silenzio assordante di una Chiesa che pensa sempre più ai poveri che ai poveri fedeli); ha perfino lasciato correre sul fatto che la Costituzione Europea taccia sulle sue radici cristiane, fino al punto di rendere necessario che un laico inossidabile e straordinariamente intelligente come Marcello Pera vesta i panni del difensore della dimensione cristiana della civiltà occidentale.

Ma oggi, si sa, sei progressista, e quindi democratico e civile, solo se ti inquadri nel regime politicamente corretto, raccolto intorno agli schemi di pensiero della sinistra di provenienza comunista, che tutt'ora cavalca i decenni di sciagurato monopolio culturale marxista in Italia. Il cattolico progressista oggi fa comunella col comunismo pacifista, strizza l'occhio al teppismo noglobal, sta col Papa solo se lo può vestire d'arcobaleno, mette a Cristo il sigaro di Che Guevara, ed è perfino disposto ad accettare l'idea che i figli si fabbrichino e non si facciano.

Il cattocomunismo è diventato organico al sistema culturale della sinistra, che scambia per progresso ogni abbattimento di confini etici. Sembra non sia più il tempo di proporre valori, ma di subire atteggiamenti la cui osservanza garantisce una sorta di patente di democraticità e di dignità morale.

La strada del cristiano sarebbe anche oggi, e forse più che mai, quella cha va controcorrente: quella di chi ritrova il coraggio delle proprie idee e la dignità delle proprie convinzioni etiche. Magari perfino rispolverando quella parola, "peccato", che oggi sembra collegarsi solo ad echi inquisitoriali. Dietro il mito della keffiah c'è solo la pretesa di un tempo futuro ideologicamente modellato; nella cattedrale c'è la promessa del superamento del tempo, in una dimensione umana nuova che si riscatta nell'eternità dello spirito.

Svincolandolo dalla sua unica dimensione materiale, Cristo conferisce all'uomo maggiore dignità proprio sulla terra: ma se al riscatto definitivo della persona umana noi sostituiamo l'angusta giustizia ideologica, rendiamo tutto vano. I valori occidentali, anche quelli laici e civili, non possono prescindere dalla dimensione cristiana che possiende il concetto di dignità della persona.

Anche la pace, anche la giustizia, non possono prescindere dall'anima. Se non recuperiamo questa consapevolezza i miti resteranno vuoti, forniranno risposte insufficienti e continueranno a diffondere messaggi ingannatori. E tutto, anche i sogni dei giovani, si risolverà in un pezzo di stoffa. Perché l'odio non abbia il sopravvento dobbiamo imparare a distinguere il falso amore.

! Stefano Doroni
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Ragionpolitica, periodico on line n.84 del 19/11/2004
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero
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