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6 marzo 2008
 
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Presidi, insegnanti, sindacati: suonerà la ricreazione?

di Pietro De Leo - 19 novembre 2004

Giuseppe De Rita scrive sul Corriere della Sera che, dopo aver parlato per lungo tempo di scuola, qualche anno fa si è stancato. Come non comprenderlo? Ormai, la vita scolastica di questo Paese è affetta da una sorta di "sindrome del copione", dove tutti giocano sempre lo stesso ruolo, e da lì non si schiodano. Così è da anni, così è in particolare con questo Governo, e così è stato questa settimana, con la manifestazione romana di lunedì. I sindacati che dissotterrano l'ascia di guerra, i professori che li seguono, gli studenti che si accodano e i politici del centro-sinistra a fregarsi le mani.

Chi ha un minimo di consapevolezza della situazione ha ben chiaro il motivo della marcia di Martedì. Non è la minaccia di tagli al personale, che sono inesistenti e il Ministro Moratti ha smentito già dal Giappone la scorsa settimana. Ma lo sciopero è sia politico sia di reazione. E' politico perché rappresenta un segnale che i sindacati danno sia al Governo che al centro-sinistra, di essere rappresentativi di ben precise classi lavorative. E' di reazione verso un governo che, fin nel suo programma elettorale, ha promesso di cambiare la scuola. Un carrozzone inadeguato che si trascina immutato da decenni e nessuno prima di questo governo ha realmente cercato di metterlo al passo con l'Europa in vista di una competizione di abilità globali in cui il sistema educativo di un Paese come il nostro non può permettersi di essere indietro.

In un Paese liberale è lo Stato con le sue espressioni che deve conformarsi all'individuo (e la scuola è una di queste). Nella scuola statalista italiana finora è avvenuto esattamente il contrario: non è mai stata a misura dello studente e la sua famiglia che fruiscono del servizio, ma degli insegnanti e dei presidi. Provate a farvi un giro fra i licei e fra le università, e chiedete ai ragazzi se sono contenti dello status quo. Certamente no, sentono questo sistema fortemente inadeguato. Gli insegnanti non sono inseriti assolutamente in una logica di mercato, dove si paga la qualità e ci si assume le responsabilità delle proprie azioni. Il sindacato li blinda, e nessun preside e nessun provveditore si azzarderebbe mai a muovere un provvedimento disciplinare. Così, possono permettersi di essere negligenti, ideologizzati, parziali, senza subirne alcuna conseguenza.

E gli studenti si sentono sempre più soli. Non hanno l'impressione di essere accompagnati nel loro cammino di formazione, ma molte volte il rapporto studente-docente diventa di competizione e c'è assoluta incomunicabilità. E, così, l'educazione muore. E' per questo che quando vedo gli studenti sfilare in queste manifestazioni non credo nelle loro reali intenzioni. Piuttosto vengono inseriti dai loro insegnanti nel calderone della contestazione politica, fatta di slogan, disinformazione (o disinformatija, che forse rende meglio l'idea) e, a loro insaputa, vengono sfruttati da coloro che la battaglia politica cercano di vincerla più sulle piazze che nel confronto di idee e di programmi. E poi non si va a scuola per un giorno, si sta con gli amici, magari il prof è contento... perché non andare?

L'altro male della nostra scuola, infatti, è la presenza dei residui della contestazione sessantottina. Gente che non ha concezione alcuna dell'individualità, della competizione di competenze, e pretende di sapere aprioristicamente ciò che è giusto e ciò che è sbagliato per i ragazzi. Così viene data una visione distorta della realtà agli studenti (e chi, poi, non ha la fortuna di avere una famiglia in cui circola un pluralità idee e si cresce con il piglio della lettura dei giornali e dell'informazione, ci casca immediatamente), non si dà seguito alle circolari ministeriali che, ad esempio, invitano a parlare in maniera lucida ed onesta dei problemi di stretta (e drammatica) attualità. Tutto questo, purtroppo, ci fa giungere ad una conclusione: finchè non vedremo questa gente in pensione non avremo mai una scuola veramente libera e che permetta allo studente di dar seguito alle proprie inclinazioni e di esprimersi. Insomma, di crescere.

Chiaramente non bisogna generalizzare. Ci sono anche insegnanti i quali hanno ben chiara la missione che hanno da compiere, sono innamorati del loro lavoro e della cultura e fanno il bene dei ragazzi. Ma come possono resistere in un sistema in cui le differenze non vengono riconosciute? In cui chi si trascina su una cattedra aspettando in calendario la data delle ferie o del ponte ha la stessa dignità professionale di chi si alza la mattina con mille idee e mille competenze e la voglia di farne partecipi i suoi ragazzi?

Cambiare tutto questo significa rompere un muro ammuffito di burocrazia ed ciò che intende fare l'attuale Governo. Lo stesso sarebbe una gestione dei costi più responsabilizzata, che non veda uno spreco di denaro per progetti senza alcuna utilità formativa, ma finalizzati solo a dare sfogo alle velleità culturali di qualche illuminato insegnante o preside. Per tutto questo serve anche una riforma, vera, degli organi collegiali. Affinché dalla sintesi tra docenti, studenti e famiglie nasca un'offerta formativa davvero utile. Perché con la supremazia di insegnanti e presidi finora non si è mai andati da nessuna parte.

Tutto questo vuol dire smantellare la scuola? No, significa creare una scuola liberale in cui gli uomini diventino mirabili facendo emergere le peculiarità individuali, per dirla con J. Stuart Mill. Sarà la fine della ricreazione per molti, ma questa è l'unica strada da seguire. E, sinceramente, è ora che anche molti studenti la smettano di fingere e lo riconoscano.

! Pietro De Leo
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Ragionpolitica, periodico on line n.84 del 19/11/2004
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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