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Il crocifisso da Adel Smith a Francesco Merlodi Gianteo Bordero - 19 novembre 2004 Fra pochi giorni la Corte Costituzionale sarà chiamata a prendere una decisione importante, non solo dal punto di vista strettamente giuridico, ma anche sotto un profilo culturale e civile: dovrà stabilire, infatti, la "legittimità" o meno della presenza - nelle scuole, negli uffici e in altri luoghi pubblici - del crocifisso. Simbolo religioso e/o simbolo civile? Occasione di "propaganda" cattolica o memoria storica di una cultura e di una civiltà? Dietro alla decisione che si appresta ad assumere la Corte stanno domande di questa portata. Domande che, in Italia come in Europa, sono al centro di un vivace e talvolta perfino confuso dibattito. La Francia ad esempio, su questi problemi ha tagliato corto, vietando di fatto l'esposizione nei luoghi pubblici di qualsiasi simbolo legato alle religioni - sia esso una croce o un velo, impedendo perfino ai sacerdoti di indossare l'abito talare o il clergyman durante le ore di lezione. C'è poi chi invece, come la "tollerantissima" Olanda, sugli stessi problemi ha dovuto operare un profondo ripensamento, a seguito di vicende come quella dell'omicidio del regista Theo Van Gogh, "colpevole" di aver girato un documentario sulla condizione della donna nell'Islam. Da noi in Italia, la questione della presenza o meno del crocifisso nelle aule scolastiche e negli uffici pubblici è stata sollevata in maniera eclatante, lo scorso anno, da Adel Smith. Dapprima il leader dell'Unione Musulmani d'Italia, in una serie di interventi su tv e giornali - che gli hanno dato una certa ribalta mediatica - iniziò la sua "crociata" contro il crocifisso, definendolo come un pezzo di legno con su appeso un «cadaverino», e chiedendo la sua rimozione dall'aula in cui il figlio frequentava le scuole elementari, a Ofena, provincia dell'Aquila. Poi, non avendo ottenuto quanto richiesto (siamo nel settembre 2003), fece di tutto per far appendere, sempre nella stessa aula, un simbolo che facesse riferimento all'Islam (una riproduzione artistica di alcuni versetti del Corano). Il preside della scuola acconsentì, anche se il giorno dopo - sommerso da critiche e proteste - fece rapidamente marcia indietro. Infine, il mese successivo (22 ottobre), ci fu la discussa sentenza con cui un giudice del tribunale dell'Aquila, accogliendo un ricorso presentato dallo stesso Smith, disponeva la rimozione del crocifisso. E lì scoppiò propriamente l'affaire, con politici, intellettuali, opinionisti a spaccarsi verticalmente tra favorevoli o meno alla sentenza, tra sostenitori o avversari della legittimità della presenza del crocifisso nelle scuole e negli altri luoghi pubblici. Quella sentenza, peraltro, fu subito "stoppata" dallo stesso presidente del tribunale dell'Aquila, a seguito di un ricorso presentato dal ministero dell'Istruzione. Ma il caso era ormai divampato: basti ricordare, tra le altre cose, le vere e proprie barricate pro-crocifisso messe in atto dai genitori degli altri ragazzi di Ofena. La decisione ultima - attesa fra qualche giorno - spetta ora alla Corte Costituzionale. Nell'attesa di conoscere la decisione dei giudici, la questione del crocifisso si è intrecciata col più ampio dibattito innescato da vicende quali il mancato riferimento alle radici cristiane nella Costituzione europea, il "caso" Buttiglione, il sondaggio che Eurisko ha condotto circa gli orientamenti morali degli italiani, la vittoria di Bush in America. Tutti episodi che sono andati a toccare, in maniera sostanziale, la concezione che l'Italia e l'Europa hanno di se stesse, dei principi e dei valori sui quali esse pensano di costruire il loro presente e il loro futuro, dei "mattoni" da utilizzare per mettere in opera un ordinato edificio sociale e politico. La vicenda del crocifisso, insomma, si è inserita nel grande dibattito su laicità, laicismo, cristianesimo, cristianità, fede e ragione che trova voce in molte riviste e nei grandi giornali cosiddetti "d'opinione". Tra le tante voci che hanno preso e stanno prendendo parte a questo dibattito, si è aggiunta di recente quella di Francesco Merlo, già opinionista del "Corriere della Sera" ed oggi a "Repubblica". Proprio il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari sta dedicando ampio spazio - con interventi, commenti, riflessioni - al tema della laicità e del rapporto tra fede personale e istituzioni pubbliche. Mercoledì 17, poi, tre pagine del "Diario" settimanale erano dedicate proprio alla questione della croce e del crocifisso, con un intervento di taglio storico di Giovanni Filoramo, un'intervista al filosofo René Girard (che da tempo riflette sul tema della croce e del cosiddetto "capro espiatorio"), e infine proprio un articolo di Francesco Merlo, intitolato «Crocifisso: se è la legge a decidere». Merlo tenta di rispondere all'interrogativo su «quale sia la croce che la Corte Costituzionale sottopone a procedimento»; su che cosa pensino effettivamente gli italiani quando guardano il crocifisso appeso ad una parete. Merlo riconosce - dopo aver raccontato i ricordi della nonna «che si segnava prima di impastare il pane» - che «la croce è la nostra educazione, l'identità italiana nei suoi aspetti più virtuosi». Merlo, ancora, dice che la croce «è l'elemento attorno a cui si sono aggregate le belle speranze di ciascuno di noi». Tutti d'accordo fin qui - verrebbe da dire - nel solco della lezione di Benedetto Croce e del suo «non possiamo non dirci cristiani». Che anche a "Repubblica" portino avanti questa linea non può che far piacere. Ma...c'è un ma. E lo si capisce andando avanti con la lettura dell'articolo di Merlo, dopo poche battute: «Dobbiamo difendere la croce anche dai neo-fanatici della croce, che la vorrebbero strumento di disquisizioni teologiche (sic?!?), di dottrine che discriminano la donna, che condannano i gay al fuoco eterno, dopo averli asfissiati con dibattiti sulla vita e sulla morte. E vorrebbero lasciarla sui muri a simbolo di un Dio europeo contrapposto a un Dio degli arabi che sta nel Maghreb». Ecco il cruccio di Merlo, che svela poi quella che è la linea portata avanti dal giornale di Scalfari: dire, come pochi giorni prima aveva fatto, sulle stesse pagine, Pietro Scoppola, che chi oggi pone il problema, per l'Italia e per l'Europa, di una fedeltà alle sue radici cristiane; chi - sia esso "religioso" o "laico" - si pone di fronte, senza paraocchi, alla sfida dell'Islam e tenta di fronteggiare l'atteggiamento di dimmitudine con un richiamo al Cristianesimo, lungi dall'esser mosso da motivi ideali, culturali e spirituali, in realtà userebbe lo stesso Cristianesimo come "instrumentum regni", come strumento per mantenere il proprio potere politico. Insomma: per "Repubblica" Marcello Pera, Giuliano Ferrara e tanti con loro, con l'alta regia del cardinale Ratzinger, starebbero mettendo in piedi una specie di «cristianesimo ateo» da usare come garanzia culturale del proprio potere politico. Una nuova Action francaise in cui il cattolicesimo, svuotato di ogni suo contenuto spirituale e sostanziale, si riduce ad essere strumento di controllo sociale contro le "turbolenze" del popolo. E il crocifisso appeso al muro degli uffici pubblici sarebbe, in questo scenario, il segno concreto di questa "pax sociale". Dove sta l'errore? Perché, partendo dalle medesime premesse, si giunge a conclusioni così distanti se non opposte? Dov'è il trucco? La risposta ce la fornisce, implicitamente, proprio l'intervista a René Girard pubblicata nella pagina a fianco dell'articolo di Merlo. «Relativizziamo il cristianesimo - dice il pensatore francese - per metterlo sullo stesso piano di altre religioni, così come ci ostiniamo a inchinarci di fronte ad altre culture per non essere ingiusti verso di esse». E prosegue: «Resto comunque convinto che il cristianesimo sia troppo forte per scomparire. Ha un potere che resisterà a tutto». Questo potere non è quello che intende Merlo - peraltro denotando scarsa conoscenza storica dell'oggetto - quando parla di crociate, inquisizione, discriminazione delle donne e degli omosessuali. Non è quello a cui pensa Scoppola quando fa riferimento a un nuovo «cattolicesimo ateo» in funzione del mantenimento del potere politico. «La croce - dice Girard - è potente solo in quanto mezzo di proiezione della partecipazione concreta di Dio alla sofferenza e alla morte. Evento scandaloso e inammissibile in ogni altra religione». E' dunque proprio il relativismo culturale e religioso il vero nemico da combattere, ed è proprio sul terreno del relativismo che si staglia la differenza tra la posizione di Merlo e di "Repubblica" e quella di chi, accettando il paradosso che il cristianesimo è, vede nella debolezza del Dio crocifisso la forza dell'Uomo nuovo, capace di esprimere una creatività che diventa cultura, amore e civiltà. In questo paradosso sta il significato nei luoghi pubblici del crocifisso, che è ad un tempo Simbolo e Persona, sofferenza della Gloria e gloria attraverso la Sofferenza; è insieme pienamente Dio e pienamente Uomo. E' la coincidenza degli opposti, del massimo potere che si sposa all'impotenza assoluta. E' Verbo che diventa Carne e quindi anche storia, società, civiltà e pensiero. Accettare o meno questo paradosso segna lo spartiacque tra chi vuole rimuovere il crocifisso e chi, invece, lo vuole mantenere. Come simbolo e come Persona, o solo come una delle due cose; che però - ancora per paradosso - si contengono a vicenda.
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Ragionpolitica, periodico on line n.84 del 19/11/2004 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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