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6 marzo 2008
 
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L'Islam che ci tolse il mare

di Riccardo Meynardi - 27 novembre 2004

«Il caldo Indo ed il freddo Arasse si incontreranno;
i persiani si disseteranno all'Elba e al Reno.
Teti scoprirà nuovi mondi,
E Thule non sarà più l'estremo limite della terra
».

Seneca, nella sua tragedia Medea, indicando in Teti la dea del mare, pronuncia con questi versi una previsione che ha del profetico. Il precettore di Nerone già affermava che, partendo dalla costa iberica, sarebbe stato sufficiente navigare col vento di Levante in poppa per raggiungere l'India, situata ad oriente. E non era l'unico, all'età degli imperatori romani, ad avanzare teorie del genere. Questi insegnamenti, senza dubbio, arrivarono fino al periodo delle grandi scoperte geografiche, fornendo spunti ed incoraggiamenti ai grandi esploratori. Gli stessi novos orbes di Seneca furono un'espressione subito trasferita al nuovo mondo scoperto nel 1492. Ma allora perché le grandi scoperte si realizzarono così distanti nel tempo dall'età romana, nei Secoli dal XV al XVII?

Naturalmente non si può parlare solamente di semplici motivazioni tecniche e tecnologiche. La risposta va cercata anche e soprattutto nella coscienza che l'uomo, come singolo e come umanità, ha del concetto di spazio. Infatti, qualsiasi mutamento storico dell'esistenza umana è accompagnato dall'affacciarsi all'orizzonte di nuove terre e nuovi mari. Un ampliamento che può dimostrarsi talmente profondo da non toccare solo l'orizzonte esterno degli uomini intesi come umanità, ma anche la struttura del concetto di spazio che nutre ogni singolo individuo, dai punti di vista meramente materiali a quelli puramente spirituali.

Così come un ampliamento del mondo conosciuto può far scoprire nuovi orizzonti, il confinamento di una civiltà in un determinato spazio può precluderle duramente la vista di nuove terre, nuovi mari, nuove possibilità. I primi passi compiuti al tempo di Cesare (che da Roma andò a conquistare Britannia e Gallia, conoscendo l'Atlantico) e di Seneca furono successivamente arrestati dall'eclissi dello spazio e dall'"interramento" dei popoli del Mediterraneo (come ama chiamarlo il tedesco Carl Schmitt) provocati sia dal declino dell'impero romano, sia dalle invasioni arabe e turche. L'Europa del primo Medioevo è caratterizzata, infatti, da un sostanziale distacco dal mare.

Ed ecco che il confinamento territoriale e la preclusione di nuovi orizzonti geografici influisce in maniera evidente, non solo sugli aspetti economici, ma anche su temi culturali e spirituali. La completa territorializzazione del primo Medioevo porta l'Europa ad essere un assemblaggio di feudi agricoli i cui ceti dominanti delegano la coltura dello spirito interamente al clero. Il problema, qui, non fu l'esclusività in campo culturale della Chiesa che, anzi, apportò contributi fondamentali per lo sviluppo della nostra civiltà, quanto il vero e proprio disinteresse dei signori feudali. Questi, trascurando l'ispirazione che sarebbe giunta loro dalla Chiesa, si sono dedicati interamente ad attività agricole, terrestri e terrene. Non si curavano neppure di saper leggere e scrivere.

Così la Chiesa si trovò, da sola, a dover affrontare l'irruzione di una nuova religione: l'Islam. Una religione più facile e meno esigente rispetto al Cristianesimo, perché coinvolgente la sola esteriorità dell'uomo. La rivoluzione spaziale portata dai dettami del Corano è quella dell'esistenza dell'infedele: chi non ubbidisce alla volontà del Dio coranico fa parte di uno spazio da convertire o da eliminare. L'Islam non richiede la formazione dell'interiorità dell'individuo propria del Cristianesimo. Nell'Islam non è il singolo a scegliere fra salvezza e dannazione dentro sé; non esiste la persona, non esiste l'anima; esiste solo lo strumento che, di fronte ad altri strumenti, ha il compito di realizzare la legge coranica, la volontà del Dio coranico. E' stato l'Islam a separare l'Oriente dall'Occidente. Se le invasioni arabo-turche non avessero confinato il Cristianesimo e gli europei nel Mediterraneo, questi non sarebbero mai diventati "Occidente" né "occidentali". Liberata da quest'oppressione islamica, l'Europa esplose.

Dapprima l'Europa guardò a Levante: francesi, inglesi e tedeschi si diressero verso Oriente per combattere le loro crociate e, nel settentrione europeo, si attuò l'allargamento dell'Ansa tedesca e dei Cavalieri teutonici. Questo primo ampliamento di orizzonti portò a quello che successivamente assunse l'appellativo di economia mondiale del Medioevo e ad un'imponente svolta culturale che coinvolse tutti i campi della vita culturale e sociale. In Francia, Inghilterra e Sicilia comparvero nuove forme di vita politica, nell'Italia settentrionale prese forma una nuova civiltà urbana e si svilupparono le prime università di scienza giuridiche.

Il nascere di luoghi in cui veniva approfondito, se non scoperto, lo studio del diritto (con grande affluenza da tutta Europa) è rilevante anche perché si accompagna ad una fondamentale riscoperta del diritto romano, che era rimasto anch'esso oppresso dall'influenza islamica. Peculiarità fondante della cultura occidentale è, infatti, quella distinzione tra ius e ius sacrum che già operavano i romani e che a noi è stato tramandato. «Non tutto ciò che è lecito è anche moralmente buono» usava dire il giurista classico Paolo (Buttiglione docet). Tale separazione tra norme giuridiche e regole religiose non esiste nella legge islamica: la Shari'a è "diritto rivelato". Il Corano diviene, dunque, il solo testo giuridico fondamentale, ed il teologo è pure giurista ed interprete della parola del Dio coranico.

Poi, l'Europa si rivolse a Ponente ed alla conquista degli Oceani. E qui il mondo ha vissuto un cambiamento talmente radicale da rivoluzionare totalmente i concetti di spazio in ogni ambito della vita. Per innescare una "rivoluzione spaziale" (sempre usando un concetto di riferimento di Carl Schmitt) non basta un approdo. Già intorno all'anno Mille i Vichinghi, appoggiandosi alla Groenlandia, approdarono nell'America del Nord, ma ciò non sfiorò minimamente l'idea di spazio dell'Europa chiusa di allora. Quella del 1492 fu una vera scoperta che azionò dei meccanismi capaci di coinvolgere tutti i livelli dell'esistenza umana.

Perfino l'arte e l'architettura, che già grazie al gotico avevano abbandonato la staticità spaziale del romanico, creando volte capaci di guardare il cielo, subiscono una rivoluzione stupefacente. Lo spazio raffigurato nei dipinti crea una profondità prospettica di fatto vuota. La scultura si movimenta collocando le opere liberamente nello spazio, staccandole dalle pareti e disincastonadole dalle colonne. Non si presenterà più quell'horror vacui che caratterizzò la coscienza dello spazio dell'uomo prima che le grandi esplorazioni geografiche regalassero al mondo la consapevolezza della sfericità del pianeta e della conformazione eliocentrica del sistema solare.

Se, come dice Popper, il futuro è aperto, allora l'uomo ora dovrà fare i conti con un'altra serie di mutamenti spaziali che cambieranno radicalmente il Mondo, non più scoprendo, ma creando un novus orbis. Abbiamo già conquistato la terza dimensione dello spazio, quella verticale, ottimizzando fino all'inimmaginabile i trasporti ed i commerci, e stiamo riuscendo a ridurre la quarta dimensione, quella del tempo, grazie all'istantaneità dei nostri mezzi comunicativi. Forse non ce ne rendiamo conto, ma stiamo rivoluzionando la nostra concezione di spazio, come singoli e come umanità.

! Riccardo Meynardi
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