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Le Riforme per i Giovani

di Gabriele Cazzulini - 27 novembre 2004

Finalmente insieme: giovani e politica

L'impegno costante del nostro governo ad aggiornare la costituzione è un impegno che trova la sua forza propulsiva nel grandioso progetto di consegnare alla nostra generazione uno Stato diverso da quello che ha vessato le generazioni passate. Uno stato che non è più lo Stato invasivo e prepotente, che riduce i giovani a minuscole rotelle dei suoi lenti ingranaggi, che priva i giovani del loro futuro per intascare la ricchezza prodotta dal paese anziché lasciarla ai loro legittimi proprietari (lavorare per i propri figli o per mantenere lo Stato?), che infine allontana i giovani dalla politica perché ne teme l'entusiasmo e le capacità. Le generazioni che ci hanno preceduto sono state costrette a subire un intollerabile ricatto: o loro, o la politica. Oggi invece scegliamo noi "e" la politica, scegliamo l'impegno in politica senza rinunciare ai nostri valori, alla nostra identità, a noi stessi. Per questo le riforme non sono solo questione di complessa ingegneria costituzionale riservata ai tecnici, ma una questione con cui ognuno tutti i giorni si confronta, e in prima fila ci sono i giovani che stanno compiendo il loro ingresso nella società. E vivere oggi per un giovane significa affrontare problemi, e così facendo ogni giovane si accosta alla politica, perché oggi la politica è questo: fornire idee e progetti, avanzare soluzioni, tentare, sbagliare e riprovare.

E' pensando a tutti i giovani che si impegnano nella loro vita, che queste riforme sono portate avanti cercando di fare qualcosa di piccolo ma allo stesso tempo di grande. Sono qualcosa di piccolo perché lo Stato non vuole più affibbiare loro un'identità precostituita, non pretende di scegliere per loro il loro destino. Ma queste riforme sono allo stesso tempo un'impresa grandiosa, perché la costituzione aggiornata consegna ai giovani uno stato al loro servizio, che viene dopo le loro scelte, perché dà loro liberta di scelta, che è anzitutto la scelta della politica. Lo stato non impone più se stesso, ma offre opportunità che possono essere accolte o rifiutate - sta nascendo uno stato delle libertà e non più dei doveri.

Lo Stato cambia

Queste riforme sono scritte per noi giovani perché saremo noi i cittadini che avranno a che fare con lo stato. E non è più accettabile che passino anni prima di vedere approvata una legge, che il voto che noi esprimiamo conti poco o nulla di fronte alle manovre di palazzo, che il programma con cui un governo si è presentato agli elettori si riduca a carta straccia, che ogni anno cada il governo senza tornare alle elezioni, che lo stato imponga le sue leggi ignorando i differenti contesti locali. Queste aspettative così grandi e così mature, anche per i giovani, sono state comprese dal Silvio Berlusconi lo hanno capito, già da molto tempo. Le riforme costituzionali sono incardinate in un omogeneo e completo progetto di aggiornamento della nostra costituzione, ormai inadeguata sia a sostenere la posizione internazionale di primo piano dell'Italia, sia a rispondere alle domande di libertà e autonomia delle realtà locali. E' un passo indietro dello stato padrone che fa compiere un passo in avanti sia alle istituzioni nazionali e al Governo, liberandole dal fardello dei dispendiosi e inefficaci apparati statali che invadono la società civile sopraffacendone l'iniziativa. Ma è un passo in avanti compiuto anche dalle realtà locali, in primo luogo dalle regioni, perché diventano loro il riferimento principale per i cittadini negli aspetti più rilevanti della loro vita, allentando le forzature che costringevano ogni ente locale e ogni cittadino a dipendere, in ultima analisi, dallo Stato. Volendo sintetizzare in una binomio simbolico il complesso insieme delle riforme costituzionali possiamo usare premierato e federalismo.

Il premierato per un Governo stabile e un Parlamento efficace

Il premierato rappresenta la soluzione alla tradizionale instabilità dei governi italiani perché, fondandone la legittimità sulla scelta degli elettori, ne riequilibra la posizione verso il parlamento, finora capace di esercitare una forte subordinazione nei confronti del governo. Il Primo Ministro sarà direttamente scelto dagli elettori, traendo dal consenso popolare la sua vera fonte di legittimazione che lo rende eguale, e non più subordinato, di fronte al parlamento. Il candidato alla carica di primo ministro deve essere appositamente indicato sulla scheda elettorale e la su elezione è collegata alla formazione di una maggioranza, ad egli collegata, sufficientemente ampia da consentire al governo di lavorare stabilmente per l'intera legislatura. Una volta eletto, non è più richiesto alcun voto di investitura da parte del parlamento perché il governo lo ha già ricevuto dagli elettori, allo stesso modo del parlamento. Si consolida a livello costituzionale un rapporto diretto tra primo ministro ed elettori che fornisce un nuovo cemento alla democrazia italiana, basato sulla fiducia e sulla chiarezza del programma politico. La fiducia deriva dall'attribuire al primo ministro il ruolo di guida effettiva che dirige e controlla i ministri, stemperando la degenerazione della componente collegiale rispetto a quella individuale. La stessa nomina e revoca dei ministri ricade completamente nelle scelte del primo ministro, senza più l'intervento del capo dello stato. Gli elettori non scelgono cioè un uomo-immagine privo di poteri, ma la figura che assume direttamente su di sé la responsabilità del proprio governo, in primo luogo davanti ai cittadini. Le molteplici attività del governo non sono infatti lasciate alla casualità o ad una cesura del rapporto fiduciario diretto tra primo ministro ed elettori, perché la base del patto con gli elettori, il programma, rappresenta anche il termine di riferimento per l'azione di governo, che ogni anno presenta un rapporto sullo stato del Paese e su quanto realizzato del programma.

D'altra parte, il premierato non lede i diritti del parlamento, sostituendo alla sua precedente egemonia l'egemonia del primo ministro. Nulla di tutto questo. Al governo viene riconosciuta una corsia preferenziale per l'approvazione dei disegni di legge del governo, che non devono più sottostare all'approvazione di un presidente della repubblica ostile al governo. E' concesso inoltre di snellire le file di emendamenti che vengono accodati ai progetti di legge per appesantire il processo decisionale. Spezzando l'antica logica del potere per il potere, questa volta a rafforzarsi è l'efficienza generale delle istituzioni, e non singoli poteri, e semmai ad aumentare è il rispetto della politica verso le libere scelte degli elettori.

Il vero federalismo non rompe l'unità nazionale

Il Federalismo è già una realtà europea, laddove i grandi stati nazionali, un tempo bastioni del centralismo più soffocante, hanno già avviato processi di distribuzione del loro monolitico potere a favore di istituzioni regionali. E' la nostra stessa presenza da protagonisti all'interno dell'Unione Europea a richiedere con forza una più equilibrata e liberale distribuzione del potere all'interno dello stato. Al tempo stesso il federalismo da solo non può essere sufficiente quale unico sistema di governo, presupponendo un vertice nazionale, leggero ma molto più efficace nel gestire i grandi temi che investono l'intero Paese, nonché nel rispondere a improvvise e imprevedibili crisi interne o esterne. Il vero federalismo non può che originarsi da una chiara distribuzione delle competenze tra stato e regioni, assegnando al primo la competenza esclusiva su materie vitali per l'intero Paese e su materia dove lo stato si limita a formulare i principi generali a cui le regioni dovranno attenersi nel legiferare in autonomia, funzione che le regioni svolgeranno in esclusiva in precise materie nelle quali lo Stato non può interferire. Ma l'ottica riformista del nostro governo non è così miope da focalizzarsi solo sull'architettura locale perché offre una visuale d'insieme sul federalismo tale da inserirlo organicamente nella nuova struttura dello Stato trasformando il vecchio Senato nel nuovo Senato Federale. Correggendo le pesanti disfunzioni del bicameralismo perfetto, da una parte il potere legislativo sulle materie di esclusiva competenza nazionale viene assegnato principalmente alla camera, mentre il Senato Federale si occupa di stabilire quei principi fondamentali che orientano la legislazione regionale. Mutato nella composizione, con senatori espressione di realtà e istituzioni regionali, e nell'elezione, contestuale all'elezione dei consigli regionali, il nuovo senato federale rappresenta il punto di convergenza dei molteplici enti locali, che trovano in esso anche l'intersezione con le istituzioni nazionali - esattamente come accade nei paesi federali.

Nuovi poteri esclusivi alle regioni e senato federale sono profonde e necessarie innovazioni che vengono armonizzate dall'altrettanto necessario principio di sussidiarietà, che non manda allo sbaraglio gli enti locali recidendo il tessuto connettivo nel quale sono inseriti e che produrrebbe un federalismo competitivo o conflittuale. Allo stesso modo l'affermazione della tutela dell'interesse nazionale sancisce l'unità del Paese, che non coincide più con l'unità ferrea delle strutture dello stato, perché diventa un'unità federale, morale oltre che politica, una nuova unità ottenuta con un governo forte e libero, e un vero federalismo.

! Gabriele Cazzulini
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
Direttore editoriale: Alessandro Gianmoena, Direttore responsabile: Aurora Franceschelli, Redazione: Gianteo Bordero
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