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L'Emilia-Romagna, la Regione più ricca (di sprechi) d'Italia

di Paolo Gambi - 27 novembre 2004

Fanno i primi della classe. Quelli che non rubano, quelli che rimangono integerrimi, quelli che lavorano per il bene dei cittadini. Tanto che considerano la regione che amministrano, l'Emilia trattino Romagna, un modello di sinistra di governo da esportare in tutto il mondo. La regione più ricca d'Italia (come se il Pil dipendesse dalle istituzioni pubbliche), la miglior forma di governo nella storia. Per loro è facile farlo, perché la cultura di libertà che dovrebbe contrastarli non riesce ad incarnarsi in questa fetta d'Italia. E quindi l'unica voce che ha fiato e che cittadini ed esterni riescono a sentire, è quella contornata dagli incensi delle autocelebrazioni. La loro voce. La regione Emilia trattino Romagna sembra dunque l'istituzione più funzionante d'Italia, ad ascoltare i suoi sinistri amministratori. Ma a ben guardarci, troppi sono gli elementi per capire che così non è. Una bella facciata di cartapesta copre in realtà una condizione psicologica di servitù. Ed è proprio studiando la realtà dell'Emilia e della Romagna che si capisce a fondo la mentalità della sinistra italiana.

Basta analizzare ad esempio come è stata gestita la "questione romagnola", l'idea cioè di attribuire alla Romagna una maggiore autonomia da più parti e reiteratamente richiesta. Con profonde ragioni e con una situazione storica di lineare chiarezza, anche di fronte al fatto che l'Emilia-Romagna è l'unica regione composita non a statuto speciale. Bene, le uniche risposte del vertice di fronte a quest'idea sono state il silenzio, la menzogna e il tentativo di affossamento della questione. Che invece il Governo Berlusconi ha puntualmente fatto propria.

Ma vediamo un atto concreto che si ramifica ancora nella cronaca attuale: il nuovo statuto regionale appena approvato, che dovrebbe essere la summa del pensiero unico emilianoromagnolo. Chiaramente gli estensori si sono profusi in un inutile preambolo che sancisce le basi postcomuniste dell'istituzione regionale. Ecco che allora si scopre che la regione è fondata sulla «fedeltà ai valori democratici del Risorgimento e della Resistenza contro il nazismo ed il fascismo»; ma cosa centrano le fosse Ardeatine con l'amministrazione regionale? E perché menzionare l'antifascismo e non l'anticomunismo? Viene menzionato «l'impegno di valorizzare la propria vocazione alla pace ed al ripudio della guerra come strumento di offesa», come se la regione fosse dotata di testate nucleari e il presidente Vasco Errani venisse chiamato ai tavoli con il presidente George Bush; frase che comunque servirà a pescare qualche voto fra i pacifisti. Viene poi inserito «l'impegno per la realizzazione compiuta della parità giuridica, sociale ed economica della donna e la rimozione degli ostacoli che impediscono la piena realizzazione di tale principio in ogni aspetto della vita ivi compreso l'accesso alle cariche elettive». C'è poi «l'impegno alla costruzione di una società multietnica e multirazziale». Vogliono far diventare romagnoli ed emiliani uguali, annullandone le diversità e le identità. Però le identità degli extracomunitari vanno tutelate.

Mitologie, femminismo, pacifismo, falsa tolleranza, tentativo di omologazione dall'alto fra Emilia e Romagna. E con questo i clichet dei postcomunisti sono finiti. Ma non è finita la bramosia di potere e la determinazione a fare del danaro pubblico la risorsa di finanziamento della propria ideologia. Hanno infatti fatto in fretta, questi primi della classe, ad aumentare il numero dei consiglieri da 50 a 67, quello della giunta da 8 a 13, e ad immettere l'incompatibilità di carica tra consigliere ed assessore regionale. Portando così complessivamente il numero dei membri della macchina politica regionale da 50 a 80. I primi della classe. Che però si sono attirati le critiche dei Vescovi, che rilevano la mancanza di una menzione alle radici cristiane e al trattamento dell'istituto famigliare. A cui si aggiungono le critiche dei romagnoli, che a quanto sembra neppure esistono, e quelle dei castigatori dei costumi, che non hanno apprezzato, da questi primi della classe, il crescere dello sperpero di danaro pubblico. Eppure continuano a dirsi primi della classe...

Paolo Gambi

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Ragionpolitica, periodico on line n.85 del 26/11/2004
Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008
Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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