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6 marzo 2008
 
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Mario Mafai (1902-1965). Una calma febbre di colori

di Paola Di Giammaria - 11 dicembre 2004

Gli ampi saloni della prestigiosa sede capitolina di Palazzo Venezia ospitano dal 7 dicembre fino al 27 febbraio 2005 la mostra Mario Mafai (1902-1965). Una calma febbre di colori. L'antologica è un giusto e doveroso omaggio ai quarant'anni dalla scomparsa di quest'artista fortemente interessato alle vicende del suo tempo e il cui drammatico e forte colorismo, l'amore per la tavolozza, lo resero tra i maggiori protagonisti dell'arte del Novecento romano.

Il sottotitolo della mostra si rifà ad una frase di Libero de Libero, poeta a critico d'arte, che, con le parole «una calma febbre di colori», definì, in un testo da lui scritto nel 1930, lo stile pittorico di questo artista fortemente legato alla sua città, Roma. Non si possono, infatti, dimenticare nella vicenda artistica e umana di Mafai, «pittore della non ufficialità», secondo una definizione di Claudio Strinati, il sodalizio con Scipione e Antonietta Raphael, pittrice e sua moglie, la fondazione insieme a Roberto Longhi verso la fine degli anni Venti della "Scuola di Via Cavour", i suoi rapporti con i letterati, le tante, straordinarie rappresentazioni della città di cui ha saputo fissare gli interventi e le lacerazioni nel tessuto urbano.

La mostra, attraverso una selezione di 88 opere considerate suoi capolavori, provenienti da musei e collezioni private, ripercorre l'intero arco dell'attività artistica di Mafai e il suo mondo figurativo.

Apre l'itinerario una piccola sezione con scritti, disegni e foto di famiglia dell'artista. Le parole di Emilio Cecchi scritte sul catalogo della mostra di Mafai del 1937 alla galleria La Cometa, qui ben esposto e leggibile, già evidenziano una delle caratteristiche peculiari dello stile di questo pittore: «Si ritrova il pulviscolo color cinabrese che avvolge quasi tutti i quadri di Mafai». E le impressioni dei paesaggi «sembrano colte a luce di tramonto».

Ed effettivamente ciò viene confermato anche dalle parole dell'artista, le cui citazioni, sparse non a caso lungo il cammino, spiegano meglio di ogni altro scritto il percorso della mostra, che propone come primo dipinto l'Autoritratto del 1927-28. Si entra così nell'universo pittorico di Mario Mafai.

Egli scriveva così nel 1926 all'inizio della sua carriera: «Mi piace lumeggiare il paesaggio al tramonto, un po' fantasticamente e dare agli alberi, ai monti, alle valli, ad ogni cosa una loro propria vita sognante, quasi incorporea». E quasi incorporee sembrano le immagini di Roma qui esposte, fra cui meritano una citazione Veduta dalla terrazza di Via Cavour (1928 circa), Foro Romano, e Via dell'Impero (1934), dove tutto pare dissolversi in un pulviscolo sottile.

Miriam che dorme, ritratto della figlia datato 1928, dà il via alla serie di ritratti, dei nudi e anche in tal caso vale la pena riportare le parole del pittore nel 1935: «L'oggetto ha una sua vitalità, una plastica caratteristica e agisce per conto suo». I corpi e gli oggetti, in effetti, parlano da sé e ci si può avvicinare ad essi «liberi da presunzioni», come affermava lo stesso Mafai. Ecco Donne che stendono al sole, Ragazzo con la palla e Donne che si spogliano, tutte opere riferibili agli anni '30-35.

Emerge poi il celebre Lezione di Piano, dipinto premiato alla Quadriennale del 1935, che precede la serie dei fiori secchi, che il pittore, come lui stesso scrive nel 1955, preferiva dipingere secchi e deformi «per non vederli decomporre e corrompersi nel tempo».

Il suo tempo, invece, e l'effetto che produceva sulla sua città Mafai non può fare a meno di descriverli. Ne è testimonianza la serie delle cosiddette Demolizioni, in riferimento ai cambiamenti urbanistici che la città viveva negli anni Trenta, in cui è ritratta la Roma storica, la Roma che si andava trasformando, la Roma della guerra, dei tetti, delle intense e luminose vedute, dei mercati, delle suggestioni poetiche e umane, una città che per lui, e per altri artisti del Novecento, aveva questo e molto altro da offrire. In Lungotevere (1936) e soprattutto Demolizione dei borghi (1939) i muri pendenti sembrano davvero degli stracci, per usare le parole di Libero de Libero nel 1949.

Alcune nature morte, fra cui Natura morta con tuba (maschera e cilindro) del 1940, fanno da preludio alla serie delle Fantasie e dei Massacri, in cui immagini grottesche, corpi deformi e scarabocchi al posto dei visi, danno vita a quadri cruenti, pastosi. Le maschere e i cilindri, motivo ricorrente dell'artista, danno origine a un triste carnevale. Fra tutti Strage (1942 circa) e Grottesco n. 1 (1940-43).

L'atmosfera si rasserena con il Ritratto di Antonietta (1944) e con altre bellissime vedute di Roma: una per tutte Roma dal Pincio (1945), dove i tetti e i palazzi colorati sono i protagonisti assoluti. Via di Notte del 1946 è uno squarcio sulla vita notturna estiva di Roma: un tram percorre una strada in cui spicca l'insegna luminosa del bar e un ragazzo mangia una fetta di anguria. Stavolta i colori sono uniformi e non sfumati. Così è anche nel grande quadro Osteria di Via Flaminia del 1949.

Le parole di Mafai, a questo punto del percorso, sembrano preludere alla svolta della sua pittura. Nel 1959 scrive: «Scoprire la realtà. Accettare la realtà. Impegnarsi a non modificare la realtà. E nei confini della realtà trovare ancora da illudersi e da sognare». In questi anni si palesa nella sua arte la totale accettazione del reale e nello stesso tempo il distacco dalla pura figurazione alla ricerca di una nuova, vibrante espressività affidata al colore, all'esclusivo valore del cromatismo pittorico riscontrabile, in particolar modo, nei dipinti esposti nel 1964 negli spazi della galleria L'Attico.

Nelle nuove vedute di Roma la forma è dissolta nel colore. Da vedere Panorama di Roma al crepuscolo (1957 circa), Mercato dei fiori (1957) e Tramonto sull'Appia Antica (1959), dove dell'antica strada consolare romana non è rimasto più nulla se non nuvole azzurre, gialle e rosse. I quadri degli anni '60, fatti di un solo colore con applicazioni di corde, segnano la svolta verso la pittura informale. Solitudine (1960) e Metamorfosi n. 2 (1962) paiono ricondurre agli scritti di Mafai nel 1964: «Io non sono un altro. Ho soltanto rinunziato all'attaccamento affettivo verso le cose, alle piacevoli tessiture, ai pittoricismi squisiti, sono divenuto più libero, più nuovo e più io».

Chiude la mostra in una sala attigua la proiezione di un filmato-documentario intitolato "Io non sono un altro", girato nei luoghi cari al pittore, scritto e montato da Giorgio Cappozzo con la partecipazione di Giulia Mafai, figlia dell'artista.

È un vero peccato che al termine di questo bell'itinerario espositivo manchi un'indicazione con l'uscita e ci si ritrovi, dopo aver varcato "a naso" la soglia dell'uscita di emergenza, nei meandri del palazzo romano fino a quando gli assistenti di sala gentilmente indicano di fare a ritroso il percorso e di uscire dall'entrata. Speriamo sia solo un disagio temporaneo.

Paola Di Giammaria

Notizie utili

Mario Mafai (1902-1965). Una calma febbre di colori
Palazzo di Venezia, Via del Plebiscito, 118 - Roma
Biglietto: intero € 7,00, ridotto € 5,00
Per informazioni: Call Center: 06 82077304

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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero
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