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Perché la pace è figlia del capitalismo

di Valentina Meliadò - 11 dicembre 2004

E' certamente un'affermazione controcorrente che ha in sé un minimo di provocazione, ma non v'è dubbio che l'idea di pace, intesa come mancata aggressione da parte di uno Stato nei confronti di un altro, sia il prodotto storico dell'affermarsi dell'economia di mercato e del sistema capitalistico, e non certo del Movimento internazionale dei partigiani per la pace, creato a tavolino da Stalin negli anni'30, in piena stagione di repressione e consolidamento dei confini dell'impero, o dell'odierna ideologia pacifista, figlia di questo stesso movimento, nonché scopiazzatura dell'ondata antibellica nata negli Stati Uniti all'indomani della disastrosa guerra del Vietnam.

Non può dunque sorprendere che il moderno pacifismo sia politicamente schierato, ed a senso unico, se si pensa, ad esempio, che nell'ottobre del'56, mentre la sollevazione popolare ungherese veniva soffocata nel sangue, i comunisti italiani ostentavano sgomento e sdegno per l'attacco aereo franco-israeliano a Suez, attacco, forse è il caso di ricordarlo, dovuto alla decisione dell'allora leader egiziano Nasser di chiudere il canale di Suez, che non apparteneva all'Egitto, ma ad una compagnia internazionale, impedendo di fatto il passaggio delle navi occidentali. Ma il punto è: in che modo l'Europa guerrafondaia si è evoluta fino a diventare un continente pacifico?

Innanzitutto, le guerre e l'imperialismo europei sono sempre stati il portato di una serie di elementi: da un lato la conseguenza di sistemi economici incapaci di provvedere al sostentamento ed alla crescita del benessere interno, e quindi le aggressioni a scapito di altri principati, regni o stati, erano soprattutto guerre predone; dall'altro erano il frutto dello scontro di diversi sistemi di valori e della volontà di affermazione della propria supremazia politica. Da queste premesse è nata la concezione tutta europea dell'equilibrio delle forze, basata sul principio secondo il quale alle pretese di ogni singolo paese, o di alleanze strategiche, sarebbe stato opposto un freno omologo all'entità della minaccia; questo sistema non è stato del tutto infruttuoso, ma ha mostrato tutti i suoi limiti all'alba della presa del potere del nazifascismo.

I primi decenni del secolo scorso furono contrassegnati dalla grande guerra, che aveva travolto gli imperi austro-ungarico ed ottomano, favorendo il consolidarsi degli stati nazionali ed una fragile democratizzazione della vita politica e sociale, dovuta anche al processo di industrializzazione, con relativi progressi scientifici e tecnologici, che avanzava da oltre un secolo; ma la pace di Versailles, ciecamente ed esageratamente punitiva, creò le premesse di nuovi squilibri e rivendicazioni, mentre la mal tollerata, soprattutto dall'Italia, supremazia colonialista anglo-francese, fece il resto. Quando finalmente le decisioni in materia bellica divennero appannaggio dell'opinione pubblica, e non arbitrio esclusivo dei governi, e l'anelito alla pace divenne pulsione collettiva, Francia e Inghilterra optarono per il non intervento contro la Germania conquistatrice di Hitler; una scelta che sarebbe costata a questi stessi paesi, e a tutto il mondo, la tragedia immane della seconda guerra mondiale. Una guerra che delle democrazie incompiute non avevano fermato in tempo perché miopi, prive di una visione ad ampio raggio, chiuse in una logica imperialista atta alla continua riaffermazione di supremazia tanto fuori, quanto dentro l'Europa.

Ci volle la bomba atomica, la guerra fredda, e la determinazione americana di fare dell'Europa un alleato unico ed affidabile, per far capire ai paesi europei che la pace non era più un ideale astratto, ma una necessità, e che tale necessità richiedeva un cambiamento radicale nel modo di rapportarsi gli uni agli altri; ciò che rese inutile la guerra nel Vecchio Continente fu l'affermarsi definitivo della democrazia come sistema politico e del capitalismo come sistema economico, cioè le due facce di una stessa medaglia; nei paesi totalitari l'economia di mercato non si può affermare perché mancano alcuni dei presupposti che la caratterizzano, come la libertà di iniziativa privata o la libertà di scambiarsi idee e informazioni, così come l'economia di uno stato democratico non può essere interamente affidata alla gestione pubblica, perché ciò negherebbe i principi stessi della democrazia, come la libertà di ricerca del benessere o la libertà di progettazione e di investimento allo scopo di incrementare le aspettative di successo nella vita, e impedirebbe di fatto il plusvalore che dall'accumulo dei singoli interessi ricava l'intera società. Morirebbe il commercio, la ricerca, l'inventiva, il progresso.

L'Unione Sovietica, nonostante lo sfruttamento di ogni tipo di risorsa presente nei paesi satellite, è morta di "morte naturale" proprio perché combatteva questi principi; ci sono, è vero, casi di paesi totalitari che si sono recentemente aperti all'economia di mercato, come la Cina, con grande successo, ma si tratta di un paese in cui alla mancanza di garanzie e diritti si unisce un potenziale umano di oltre un miliardo di persone che producono fra stenti e sacrifici, e di milioni di nuovi ricchi che consumano nel benessere. Si tratta dunque della fase più dolorosa di un paese comunista che aprendosi al mercato mondiale compie un primo passo fondamentale; la presenza di investitori stranieri, lo scambio di informazioni e la reciproca contaminazione culturale favoriranno poi l'evoluzione politica verso la democrazia, e renderanno presto evidente ai cinesi i vantaggi della pace basata sull'interdipendenza economica. Si tratta tuttavia di un percorso affatto indolore, come sanno, ad esempio, i paesi dell'est europeo; privi di regole ed impreparati culturalmente alla gestione capitalistica dell'economia, questi paesi stanno pagando un prezzo elevato in termini di nuova povertà e di nuovi squilibri, ma sono lanciati verso l'unica fonte di pace e benessere possibili: la condivisione dei valori e dell'organizzazione democratica della società, che non può prescindere dall'interdipendenza economica, con tutti i limiti e, a volte, le contraddizioni che il capitalismo comporta, a dimostrazione della perfettibilità continua del sistema.

Un ex comunista, durante uno dei tanti dibattiti sull'intervento americano in Iraq, ha sostenuto che, pur non sapendo se la decisione di intervenire fosse giusta o sbagliata, una certezza l'aveva, ed era che le democrazie la guerra non se la fanno. Perché non ce n'è bisogno.

! Valentina Meliadò
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