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Apologia di Dell'Utri

di Elena Siri - 17 dicembre 2004

"Non sputare nel piatto dove mangi" questa è una regola fondamentale della vita che oggi troppo spesso viene ignorata dai comportamenti di molte persone. Nell'ambiente teatrale, poi, sputare dove si mangia è diventato di uso comune tra gli artisti: subito dopo aver firmato un contratto con un impresario è d'obbligo iniziare a criticarlo, contestarlo, vituperarlo, screditarlo e talvolta persino boicottarne il lavoro. Tra i produttori gira ormai la voce che prima della scrittura gli attori siano tutto miele e si dichiarino disponibili, entusiasti, onorati e soddisfatti di far parte di quel progetto, anche in nome di una stima e perfino di una personale amicizia con il produttore; ma appena firmano il contratto pare che per loro l'impresario si trasformi in un mostro che li schiavizza, in un bruto che approfitta di loro, in un antagonista, in un incapace totale, in un essere pericoloso da cui tenersi alla larga.

Certo l'episodio accaduto lunedì 13 dicembre al Teatro Valle di Roma in occasione della rappresentazione teatrale "Apologia di Socrate", tratta dal celebre scritto di Platone, sembra confermare l'usanza dello sputare nel piatto dove si mangia. Il signor Carlo Rivolta, interprete delle pièce, si è rifiutato di andare in scena; il pubblico era già seduto in sala e la situazione deve essere stata imbarazzante per tutti. Carlo Rivolta aveva già interpretato quel testo centinaia di volte per decine di committenti, per migliaia di spettatori ma quella sera proprio non se l'è sentita. Dopo aver lavorato a lungo per il Circolo diretto da Marcello Dell'Utri e aver recitato per lui in numerosi teatri d'Italia evidentemente lunedì sera qualcosa era cambiato. Prima della sentenza di sabato che ha condannato in primo grado l'Onorevole recitare era una cosa, evidentemente, dopo il verdetto dei giudici, recitare è diventata una cosa diversa. E dire che di mestiere Carlo Rivolta fa l'attore e il fatto di non rispettare un contratto e mancare così professionalmente non fa onore né a lui né alla categoria.

La motivazione del suo rifiuto, apparsa sui giornali, rivela che l'artista si è sentito strumentalizzato politicamente perché il senatore Dell'Utri voleva fare una dichiarazione al pubblico prima dello spettacolo; un intervento del senatore sembrava all'attore un'azione politica eccessiva benché fosse già successo in altre repliche dello spettacolo che lo stesso Dell'Utri parlasse al pubblico o commentasse lo spettacolo. Prima della sentenza evidentemente ciò non lo disturbava, dopo sì. Forse prima della sentenza del tribunale Carlo Rivolta non sapeva che il suo spettacolo aveva un senso e un'attualità comunque politica e che Dell'Utri non faceva l'impiegato alle poste ma era una figura politica di riferimento?

Personalmente io non so se Marcello Dell'Utri sia innocente o colpevole, non ho letto tutti gli atti giudiziari e non sono in grado di stabilirlo: per tale servizio ci sono dei professionisti accreditati che amministrano la giustizia nel nostro paese e che daranno il loro parere alla fine di tutti i gradi di giudizio (che sappiamo a volte essere contraddittori). La colpevolezza o l'innocenza per altro non cambierebbe i miei rapporti di lavoro e non influirebbe sulla mia serietà professionale. Le questioni legali vanno trattate nei tribunali e ognuno pagherà le proprie responsabilità, qualora accertate. Tuttavia, gli amici, i colleghi, gli attori e i tecnici non dovrebbero far altro che continuare ad essere quello che sono: gli amici dovrebbero continuare ad essere amici, i collaboratori dovrebbero continuare a collaborare, gli attori a recitare ecc.

Non credo che Carlo Rivolta fosse tenuto a commentare l'accaduto, né a prendere posizione, il pubblico non lo richiedeva, il contratto non lo prevedeva, a Dell'Utri probabilmente neanche interessava. Non è Carlo Rivolta colui che deve giudicare, né quello che deve indignarsi, non deve approvare o disapprovare nulla: il suo ruolo in quell'occasione era di riportare le parole di Platone sulla ricostruzione del processo e della morte di Socrate, di far vivere al pubblico una emozione vera e intensa, di dare sul palcoscenico una grande interpretazione.

Del resto Dell'Utri in quella situazione quanto meno curiosa, con il teatro pieno e il palcoscenico vuoto, non ha certo perso l'occasione di dimostrare il suo valore e con grande abilità ha preso in mano la situazione salendo lui stesso sul palco e parlando al pubblico. Non è certo un attore lunatico che può impressionare Dell'Utri che serenamente ha affrontato la platea con determinazione e chiarezza, quasi come fosse naturale il suo "fuori programma" in sostituzione dello spettacolo.

Certo è che il pubblico era dalla sua parte e lo ha sostenuto con entusiasmo comunicandogli il calore umano e la stima che l'attore gli aveva negato con il suo dissociarsi pubblicamente dagli avvenimenti.

La paura di un'analogia tra il processo a Socrate e quello a Dell'Utri che Rivolta temeva e rinnegava in nome della libertà dell'arte è una sciocchezza evidente: se mai ci fosse un parallelismo questo non sarebbe tra le due figure storiche assolutamente non paragonabili ma semmai sul significato della giustizia, dell'opinione pubblica, della ragione di stato contro la ragione dell'individuo, dell'onore di un uomo... Uno spettacolo di riflessione sulla legge, sulla morte, e sul valore del singolo che diventa paradigma è, rispetto al mondo di oggi, un modo di porsi domande più che un darsi risposte, in pieno spirito Socratico. Vedere in tutto ciò un atto di fede politica di parte o un esposizione compromettente e strumentale è davvero riduttivo.

E se poi davvero il Sig. Rivolta sdegnava la politica di Dell'Utri forse poteva evitare di partecipare al progetto fin dall'inizio invece che piantarlo in asso a teatro esaurito. Si tratta, come dicevo, di non sputare nel piatto dove si mangia.

Ci sono, tuttavia, molti attori in Italia che sarebbero onorati di lavorare per Marcello Dell'Utri, colpevole o innocente, condannato o assolto, prima o dopo i processi, se non altro perché riconoscono in lui una figura di mecenate moderno che ha dato in questi anni respiro alla cultura e attenzione al teatro in un paese che oggi più che mai ha sete di suggestioni estetiche e di contenuti intellettuali.

! Elena Siri
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