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Se la nonna diviene madre la psicoterapia non bastadi Lucia Sorrentino - 22 gennaio 2005 Appena qualche giorno fa, ascoltando il telegiornale di mezza sera, una notizia mi ha dato da pensare. Si tratta di una scrittrice rumena che è nell'ultima fase di una gravidanza gemellare. Il fatto non avrebbe consistenza di notizia se non fosse per l'età della donna. Questa donna diventerà madre (anzi già lo è) alla bella età di 67 anni. Il tipo di notizia non rappresenta un novità assoluta. Tutti ricordiamo come destò scalpore l'utilizzo dell'utero da parte della mamma della donna che aveva concepito, ma che non poteva portare avanti la gravidanza. In quel caso, per una strana (o oscura) magia della tecnica, la nonna si trasformava in madre e la madre, si trasformava in padre. Come ogni papà, infatti, non avrebbe potuto che limitarsi a riempiere di premure il ventre della compagna, gravido del suo concepimento. Come ogni papà, infatti, non avrebbe potuto che limitarsi ad attendere «esternamente» (per quanto possa dirsi «esterna» l'attesa del padre) il momento della nascita. Anche nel caso della scrittrice rumena, la tecnica ha realizzato ciò che la natura non mai avrebbe consentito. Anche in questo caso, la tecnica non sviluppato le sue potenzialità per aiutare la natura. Anche in questo caso, la tecnica si è sostituta d'imperio alla natura delle cose. Il motivo per cui l'ascolto della notizia - come dicevo - mi aveva dato da riflettere è qualcosa di affatto trascurabile. Non si tratta di una notizia "scientifica". O, meglio, tutt'altro che una notizia solo "scientifica". Neanche una notizia che ha un carattere principalmente scientifico. Si tratta del rivolgimento di "cose" assolutamente al centro della nostra vita. La tecnica non si sostituisce semplicemente ad una qualsivoglia natura delle cose. Ciò che è ora in discussione è la natura stessa dell'uomo, della nostra nostra vita. Già, la nostra vita che è aiutata dalla sua stessa natura e, quando essa viene stravolta, questa "rivoluzione" non può che ritorcersi contro la stessa vita. Quando questo avviene, si usa (e si abusa) ricorrere al sostegno psicologico. Ma che tipo di sostegno psicologico sarà mai ipotizzabile, laddove il sostegno dovrà addirittura caricarsi dell'onere di sostituirsi ad una natura violata? Anche per il caso richiamato, è così retrò guardare quella natura che ha provveduto a restringere l'età fertile al periodo in cui si è più carichi di energie? È davvero inconcepibile considerarare innaturale una gravidanza (tra l'altro tutt'altro che spontanea) in età avanzata? Nell'ordine delle cose il figlio si fa quando si è giovani, quando, cioè, si è in grado di fornire tutto l'aiuto di cui un bambino necessita, non quando, invece, si ha bisogno che lo stesso figlio aiuti una madre ormai vecchia. Una donna già avanti con l'età sarà in grado di accudire un neonato o avrà bisogno di qualcuno che, piuttosto, accudisca lei? Se è il figlio ad essere il vero protagonista, allora bisogna preoccuparsi innazitutto di lui. La questione centrale, infatti, da comprendere in tutte queste scelte, è capire se il bambino è il frutto di un sentimento (quando non di un capriccio) oppure una vera persona, un uomo a tutti gli effetti e come tale non va assolutamente considerato in termini strumentali. Povero quel mondo in cui i bambini vengono al mondo per capriccio. Questo è anche il mondo in cui un solo capriccio basterà a negare al vita. È strano questo mondo, che da un lato non fa figli e dall'altro li vuole prefabbricati ad ogni costo. Si avvicina il momento in cui viene reso sempre più possibile (ed ancora una volta salutato con il tripudio proprio di un grido di libertà) produrre uomini in provetta, programmandone le caratteristiche genetiche, stravolgendo quel misterioso disegno personale che è in ciascuno. Dovremo iniziare a sostituire il termine "procreazione" con "produzione"? L'uomo anziché essere "generato" inizierà ad essere "fabbricato"? In casi come la mamma-nonna, siamo dinanzi al desiderio solipsistico di una donna di avere un figlio o di un medico di sentirsi onnipotente? C'è una soglia invalicabile o tutto può essere sacrificabile? Cosa c'è dietro le motivazioni, ovviamente eticamente presentabili, del desiderio di avere un figlio ad ogni costo? Con onestà, bisogna ammettere che dietro tutto ciò si nascondono delle motivazioni al tempo stesso di fragilità e di potenza quali l'affermazione narcisistica di sé, la sfida alla natura, la manipolazione della realtà. Da psicologa non posso non esprimere qualche considerazione. Questioni simili rappresentano sempre meno una sorta di "casi limite" che, nella pratica quotidiana, si incontreranno sempre più facilmente. Perciò, siamo destinati ad incontrare con maggiore frequenza tanto le mamme-nonne, quanto altri casi singolari. Recentemente, mi sono imbattuta nella vicenda di due donne lesbiche sorde che desideravano, ricorrendo alla selezione del donatore, avere un figlio che fosse sordo come loro, considerando la sordità non come un deficit, ma una tra le tante e tutte possibili condizioni esistenziali da riprodurre nella propria creatura. Questa condizione di relativismo con il suo conseguente approdo nichilista è imperante nella nostra società: tutto è concesso a chi crede che la realtà non ha più senso, che non esiste il dato assoluto. «Non esistono fatti, ma solo interpretazioni dei fatti» diceva Nietzsche. La modernità, infatti, si configura come il mondo delle interpretazioni e non come l'ambito delle costatazioni. È il relativismo, quindi, il vero tumore della vita psichica. La tolleranza, tanto decantata, spesso coincide con l'indifferenza nichilista e moderna. La presunzione del fine buono giustifica l'utilizzo di qualsiasi mezzo per raggiungerlo. Va, però, considerato che la realtà è testarda e anche chi pensa di aver raggiunto quello che voleva, sostenendo solo il proprio punto di vista, arrivando, perfino, a negare la stessa realtà, finirà per scontrarsi con l'inevitabile derealizzazione dell'Io. L'idea che l'uomo possa bastare a se stesso non porta alla felicità, ma ha come inevitabile esito la solitudine. Ed è così che la parabola del relativismo moderno tradisce ogni attesa di libertà. Questo relativismo conduce velocemente ad una sorta di totalitarismo dell'eugenetica. Ci si chiede quale sia la differenza con le forme già sperimentate di totalitarismo fatto di filo spinato e gulag. Non si tratta, anche in questo caso, della volontà di controllo totale dell'uomo sulla natura a partire dal rinnegamento dei significati profondamente umani iscritti nella natura dell'essere? Non è questo lo stadio più alto della manipolazione della realtà? Forse dovremmo iniziare a tremare, perché il mondo nuovo previsto da Huxley e Voegelin si sta realizzando. Lucia Sorrentino |
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Ragionpolitica, periodico on line n.93 del 21/1/2005 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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