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numero 280
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Dal camino di Auschwitz il fumo acre della Memoria

di Stefano Doroni - 29 gennaio 2005

È il 12 maggio 1942: giunge ad Auschwitz il solito convoglio di deportati, ma questa volta non vengono rasati, spogliati, selezionati o massacrati di botte; questa volta vengono tradotti immediatamente alle camere a gas. Auschwitz adesso non è più un Arbeitslager, un «campo di lavoro», ma un Vernichtunslager, un «campo di sterminio». Vernichtung: cioè «cancellazione», «annientamento». La parola si riflette nel termine ebraico Shoah, che rimanda al concetto di «distruzione totale», «sterminio assoluto». La memoria di quei giorni infernali, di quei lunghi anni di puro terrore, è sacrosanta. Ma solo se riferita alla pietà umana, alla riflessione catartica sulla tragedia; solo se è liberata dai legami della propaganda ideologica. Il 27 gennaio 1945 gli uomini dell'Armata Rossa entravano ad Auschwitz, nell'inferno dell'odio razziale: il primo ad entrare in un Vernichtungslager nazista era l'esercito di un Paese dove lo sterminio pianificato nei campi di concentramento era una pratica comune fin dal 1918. Ironia atroce della storia.

Il punto è fare memoria sul serio: ricordare un genocidio immondo all'interno di un secolo che ha visto - forse più di ogni altro - la negazione dell'umanità dell'individuo. Invece nelle manifestazioni memoriali di questi giorni, così come in molti articoli di giornale, si avverte - inespresso e ruvidamente concreto - il lividore ideologico di chi pensa: «Io sono meglio di te».

La cultura comunista, che ha monopolizzato il comune sentire italiano nel dopoguerra con le sue menzogne buoniste e pseudodemocratiche, continua a basare la sua pretesa legittimità non solo democratica ma anche morale sul teorema dell'antifascismo, tacendo sulla storia criminale che le sta alle spalle. Il ricordo della Shoah come fatto «unico» nella storia mette in secondo piano la mostruosità del gulag, altrettanto «unica» perché anch'essa strumentale ad un progetto di sterminio. Che il razzismo nazista si esprimesse su base antropologica e quello comunista su fondamenti socio-economici cambia i fatti ma non i termini della questione, e nemmeno la sostanza delle modalità criminali. Si perdeva la dignità di esseri umani tanto ad Auschwitz che nelle Soloveckie. Sei milioni le vittime del sistema concentrazionario nazista; svariate decine di milioni le vite inghiottite da quello comunista, dalla Siberia, alla Cina, alla Cambogia, a Cuba e via discorrendo.

Entrambi, il nazismo e il comunismo, volevano affermare l'umanità «nuova e migliore» ai danni di quella considerata indegna di vivere, si trattasse di ebrei o zingari, borghesi o dissidenti. La perfetta giustizia egualitaria e la superiore razza ariana avevano bisogno, per affermarsi, del genocidio di chiunque sembrasse d'ostacolo. È giusto ricordare il buio del Male, almeno in quel giorno dell'anno che vide l'apertura dei cancelli dell'inferno nazionalsocialista, ma il ricordo non deve essere la condizione per la bugia politica e la propaganda ideologica. E invece in questi giorni sentiremo le solite frasi di circostanza, ascolteremo i soliti predicozzi, sbirceremo i soliti pellegrinaggi rituali, ma non ci verrà ricordato che orrori come quello di Auschwitz sono connaturati ai sistemi criminali totalitari del XX secolo, tutti, nessuno escluso. Fu Lenin a dare il via all'organizzazione scientifica dello sterminio, all'indomani della rivoluzione d'ottobre; Stalin perfezionò il sistema della morte; Hitler non fu certo da meno, mostrando una straordinaria capacità d'apprendimento.

I comunisti da quattro soldi, gli spocchiosi professori girotondini, gli insegnanti solerti e politicamente corretti, i giornalisti ben atteggiati, faranno a gara a pontificare; i pacifisti, i noglobal, gli esponenti della sinistra filoterorrista che trattano Al Zarqawi come un partigiano di belle speranze, grideranno ancora una volta scandalizzati il nome dei campi di sterminio e degli aguzzini nazisti, si scateneranno contro l'antisemitismo. Ma dimenticheranno di essere i fiancheggiatori dei moderni assassini sgozzatori di prigionieri inermi, e perfino di essere loro - ormai - gli antisemiti. Grideranno contro il nazista assassino mentre nelle loro manifestazioni per niente pacifiste urlano odio contro Israele, vedono come il fumo negli occhi l'ebreo nel Medio Oriente, esattamente come i loro sodali islamici jihadisti.

Ma i valori umani che la Giornata della Memoria dovrebbe tenere svegli non mutano con il vento della storia o peggio ancora della politica. Questa memoria dovrebbe servire per costruire un futuro libero dai crimini del passato ma la tentazione razzista che si manifesta nell'atteggiamento manicheo della sinistra rossa italiana ed internazionale ci dimostra che quei valori e quei nobili principi servono solo per essere sbandierati sullo sfondo di fatti passati, mentre l'urgenza del presente spinge i compagni alla discriminazione e all'odio ideologico in funzione antisemitica e antioccidentale. La memoria diventa una foglia di fico quando la storia non insegna nulla. Nelle mani del comunistame italico, in particolare, la ricorrenza del 27 gennaio non è altro che una specie di prova generale, in chiave soft, dell'appuntamento con il sessantesimo del 25 aprile. Non ci sarà una festa della liberazione ma l'ennesima perpetuazione della guerra civile che serve alla sinistra per raccontare la storiella dell'Italia democratica perché antifascista; mentre invece l'Italia repubblicana, in quanto democratica, non può che essere sia antifascista che anticomunista. Nazismo e comunismo sono identici nella loro volontà di rimodellare l'umanità secondo canoni di presunta equità; e sono entrambi - allo stesso modo - condannabili.

È grottesco sentir parlare di memoria e di condanna del genocidio nazista da coloro che prendevano le parti di Milosevic, che avrebbero voluto lasciare Saddam indisturbato sul suo trono di sangue, che stanno dalla parte di chi massacra ancora oggi gli ebrei, indesiderati nel territorio dell'Islam fondamentalista. È curioso sentir ricordare la Shoah da coloro che non spendono una parola sui genocidi dell'Africa dei nostri giorni solo perché si tratta di guerre politicamente irrilevanti per la causa antioccidentale del pacifismo ideologico comunista. È stata avanzata da varie parti la proposta dell'istituzione di una giornata della Memoria delle vittime del comunismo: vogliamo scommettere che la sinistra politicamente corretta non si sgolerà nella condanna come fa con il ricordo dei lager? Questioni di convenienza politica, di banale e indecorosa ipocrisia ideologica.

È comodo esprimere solidarietà per chi non c'è più: i morti non possono più essere d'ostacolo, il passato è il terreno migliore sul quale farsi dei meriti gratuitamente, è lo spazio del moralismo. Ecco: la Shoah rischia di diventare preda del moralismo di chi sceglie due strategie politiche diverse, una per il passato (dove gli ebrei rappresentano le vittime ormai innocue e politicamente utili) e una per il presente (dove essi sono d'ostacolo all'alleanza comun-islamica).

Ma dal camino di Auschwitz il fumo acre della memoria sale alle narici con il suo lezzo di morte a chiedere un impegno morale profondo, soprattutto alle coscienze rinchiuse nella faziosità ideologica che oggi fa risorgere l'antisemitismo: l'atrocità del genocidio nazista, il peccato immondo della Shoah non possono essere degnamente rievocati senza l'impegno a non dimenticare mai più la sacralità della vita individuale come sede di diritti inalienabili. Nel rito della Giornata della Memoria spesso non avverto questo impegno, la parola politicamente corretta sembra esaurirsi in sé senza incidere in profondità perché moralmente inaffidabile, e per questo priva della facoltà provocatoria di scuotere le coscienze di fronte al futuro. Questo è inaccettabile, questo rischia di bollare in modo indecente il doveroso e commosso ricordo di un crimine diabolico che ha gettato l'umanità - dalla Polonia alla Siberia, dai lager ai gulag - nell'abisso di un terrore senza confini.

! Stefano Doroni
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