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La dittatura del non-pensierodi Francesco Natale - 29 gennaio 2005 «Possiamo senz'altro affermare che oggi la figura dell'intellettuale è in crisi». Questa profonda presa di coscienza fu il frutto di una di quelle serate scapigliate e bohemienne in cui tra un sorso di acquavite e un tiro di sigaretta noi quasi-giovani ci si riempie la bocca di massimi sistemi, estetica, cultura (spicciola e non), si fa, insomma, dibattito. E il dibattito si rivelò, in vero, interessante: che cosa dobbiamo intendere oggi per "intellettuale"? Che cosa intendiamo per "Intellettuale organico"? Perché è una figura in crisi, manco fosse il mestiere di arrotino che oggi, come tutti ben sanno, si va perdendo? Ammesso che di crisi si possa parlare, è possibile porvi rimedio? Prendiamo atto che è definitivamente tramontato, ahimè!, il ruolo del poeta-vate di foscoliana memoria, così come l'immagine del «Grande Artiere che forgia diademi per le dame, spade per i guerrieri, serti di bronzo per la Gloria degli Eroi, mentre per sé costruisce solo uno strale e lo lancia verso il Sole, pago solo di questo volo verso la Luce», come ben scrive Giosuè Carducci in Congedo. L'intellettuale organicoE' vero che a questa disillusione hanno contribuito le Guerre Mondiali e i totalitarismi del XX Secolo, eventi storici che ci hanno reso più smaliziati, più disincantati, meno "romantici", che ci hanno fatto smettere di credere ai ruoli. L'ipotesi gramsciana di intellettuale organico, espressione di punta dell'organizzazione del Partito e del suo collegamento con la società, che ha rappresentato apparentemente la volontà di svecchiamento degli stereotipi ed ha alimentato la formazione di tutti gli intellettuali di sinistra, ben determinati a realizzare l'egemonia culturale in quanto premessa indispensabile per il trionfo del Partito e l'avvento del "Regno Socialista", ha dato una ulteriore spallata al mito. Del resto, era la Storia stessa che indicava la strada: basti pensare alla conquista della Gallia brillantemente realizzata da Giulio Cesare. Egli non sterminò una intera popolazione, non mise a ferro e fuoco una regione abitata da popoli non troppo dissimili dai Romani per costumi, tradizioni, religione. Si limitò, dopo la conquista militare, a spazzare via la casta dei druidi, unici custodi della specificità di un popolo, rendendone così semplice la sottomissione prima e l'assimilazione poi. E cosa erano gli intellettuali organici se non i sacerdoti della nuova fede, I nuovi apritori di occhi, coloro che operavano la transustanziazione del pane e vino del Partito? Il Partito Comunista, infatti, sia perché dotato di una propria liturgia complessa e coerente, sia per la propria ferrea gerarchia e fitta ramificazione, sia nel suo porsi in primo luogo come chiave di interpretazione unica e totalizzante della Storia e della Realtà si presenta come quanto di più simile alla Chiesa troviamo in ambito politico. Basti pensare alla dimensione messianica del marxismo, che promette il "Paradiso in Terra" o alla impossibilità per gli iscritti di rinunciare volontariamente alla tessera del Partito, poiché al massimo si poteva essere espulsi per "scarsa fede". Una sorta di scomunica laica. Un successo travolgenteOra, quale strano meccanismo di attrazione convogliò la più parte delle menti pensanti sotto la bandiera della falce e martello? E, soprattutto, che se ne faceva di un esercito di intellettuali un partito che si dichiarava anticlassista e proletario? Proprio il porsi come chiave di interpretazione totalizzante della Storia esercitò un fascino irresistibile su pensatori, sociologi, artisti, scienziati, filosofi. Il Marxismo-Leninismo rappresentava realmente l'Anno Zero. Nel suo materialismo adamantino dava finalmente delle risposte razionali, insindacabili, alternative all'oscurantismo miracolista del Cattolicesimo. Rappresentava la definitiva revanche del positivismo contro la sua nemesi storica: Cristo. Spazzava via con un gigantesco colpo di spugna la pietra angolare sulla quale si fondava il pensiero e la capacità creatrice in esso contenuta, ovvero gli archetipi, quella strana, iperuranica, preterumana creazione che accende e indirizza positivamente il fuoco dello Spirito, quell'insieme di "modelli" appunto che da Madre Eva in avanti ci hanno sempre aiutato a discernere la via del Bene da quella del Male. Come ben scrisse quel mirabile scrittore, favolista ed intellettuale che era J.R.R. Tolkien, «Tutti dovevamo essere degradati a fenomeno sociale». Il nuovo Messia diveniva la classe operaia, in sostituzione dell'impostore nazareno. Il Partito aveva, grazie ai suoi fedeli ierofanti, una illusoria capacità demiurgica: era in grado di piegare il reale ai propri fini, di dissimulare costantemente la propria perversità e di far risultare ignobili simulatori i propri avversari, poiché chi si impadronisce del significato delle parole diviene signore della Realtà. Chi riscrive di proprio pugno un "lessico politico" e riesce ad imporlo ha già vinto. Ha vinto nella Realtà, anche se perde alle urne, poiché costringe il nemico a giocare sempre "fuori casa", per usare una metafora calcistica. Piega l'avversario alle proprie regole, facendolo apparire goffo, rozzo, impacciato, fascista e cafone quando il tapino fa qualche misero tentativo per distaccarsi dal pattern impostogli. E' questo che ha significativamente contribuito a creare lo strano fenomeno di un'"Italia bicefala", ove le urne hanno quasi sempre premiato gli schieramenti di centro-destra, o comunque moderati, mentre le Università, le scuole, la burocrazia statale, gli organi giudiziari, gli scrittori, i cineasti, la cosiddetta "Intellighenzia", insomma, è sempre stata in larga parte apertamente schierata per l'ideologia comunista. Ma l'invasione dell'Ungheria nel 1956, la Primavera di Praga, gli orrori dei regimi totalitari di Cambogia e Viet-Nam hanno fatto traballare le certezze assolute di molti, e la caduta del Muro di Berlino ha spazzato via le false sicurezze. Eppure...Eppure non dobbiamo cadere nel grossolano errore di considerare tutti gli intellettuali di sinistra degli stupidi, degli ipocriti, dei folli criminali o dei semplici bottegai del pensiero. Vuoi per la indiscutibile buona fede che ne animava gran parte, vuoi per l'obiettiva eccellenza intellettuale che hanno dimostrato, il loro contributo alla formazione di un pensiero moderno coerente e profondo è innegabile, così come è innegabile il loro contributo alla costituzione di un apparato critico efficace e puntuale, soprattutto in ambito letterario e artistico. Possiamo quindi dire che, se l'obiettivo da loro perseguito sarebbe poi risultato aberrante, l'elaborazione del pensiero critico, gli strumenti di indagine conoscitiva che misero a punto, il semplice assioma in base al quale per "conoscere" è necessario "sapere", risultano tutt'oggi fondamento della nostra cultura. Non ha senso negare, per ragioni ideologiche, che un "umanesimo marxista" sia effettivamente esistito e abbia dato frutti significativamente positivi, così come non ha senso divenire "gramsciani rovesciati", ovvero propalare, neanche fossimo preda di un "furor uterinus" post-ideologico, l'inconsistente panzana della non necessità di avere oggi dei signiferi agguerriti, preparati, culturalmente attrezzati e, quindi, in grado di riempire di contenuti credibili e potenti, concetti e pensieri che altrimenti risulterebbero vuoti epiteti formulari, mantra laici che saremmo condannati a ripetere come automi senza afferrarne mai il significato: se i compagni che mandavano il "cervello all'ammasso", come scrisse felicemente Guareschi, erano da condannare, badino oggi i cosiddetti liberali a non compiere atti di auto-castrazione ben peggiori, neanche fossero neorisorti sacerdoti di Cibele. Perché questo oggi è davvero preoccupante: assodata la crisi del ruolo dell'intellettuale, a qualcuno ancora interessa porvi rimedio? Vogliamo smettere di essere "spettatori del naufragio"? Oppure la presunta "fine del ‘900" e la "fine delle ideologie" hanno reso completamente superato il mestiere di intellettuale? Forse per alcuni la parola stessa "intellettuale" risulta oggi il peggiore degli insulti, in quanto implica un legame con un mondo ormai superato, antico, che sa di quella muffa e di quello stantio tipici dei vecchi libri, quel tanfo di biblioteca tanto inviso ai moderni garzoni di sagrestia, agli ottimati profeti del nulla, in definitiva ad una generazione di nuovi parvenu che della propria bolsa ignoranza fa vanto e gonfalone, malcelandola dietro ad un apparentemente nobile elàn moderno, pseudo-innovatore e, tendenzialmente, pieno di nulla. Intellettuale... oggi?Oggi è più difficile che mai trovare un ruolo ed una funzione autentica alla figura dell'intellettuale, termine divenuto, tra l'altro, estremamente generico. Chi è l'intellettuale? Il professore di Scuola o Università? Chiunque pratichi la Cultura come mestiere o abbia particolari ambiti di specializzazione? Mi pare troppo poco. Oppure, come li definisce Andrè Glucksmann, «i padroni del pensiero», i detentori del potere culturale, capaci di condizionare le masse? Quindi Paolo Bonolis o il politicamente correttissimo Maurizio Costanzo sono intellettuali? Dan Brown e Umberto Eco con il loro infantilismo massonico sono forse intellettuali? Occorre riaprire il dibattito sull'argomento, dare l'avvio ad una metodologia fondante, spazzare via la presunzione dei cosiddetti operatori culturali, l'albagia dei falsi sapienti e ristabilire dei principi dai contorni netti. L'intellettuale è innanzitutto la persona che vive e sente lo spirito del proprio tempo, ne individua le esigenze e le attese profonde; ma è altresì collegato intimamente alla propria comunità di cui interpreta e condivide i valori. E', ancora, la coscienza critica che smaschera e demistifica le menzogne e le verità di comodo, per tenere desto il senso della Libertà come condizione di vita e di espressione. E' una persona che comunque non è mai neutra, avverte profondamente il senso della propria appartenenza, ma è aperto al dialogo. Un dialogo in cui dimostra la propria identità e dimostra di sapere gestire le differenze, perché le conosce, perché ha un senso del discernimento autentico, istintivo, slegato dal razionalismo positivista. Ma "intellettuale" non può essere chiunque, chi non accetta la lezione della Realtà, chi distrugge la Verità. Forse è ancora vero quanto scrive Henry Bernard Levy a proposito di Solzenicyn : «egli ci ha obbligato a credere a ciò che ci si contentava di sapere».
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Ragionpolitica, periodico on line n.94 del 27/1/2005 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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