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6 marzo 2008
 
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La rivoluzione culturale

di Simone Rosti - 12 febbraio 2005

Quel patto scellerato tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista italiano, durato cinquant'anni, sta terminando. Potere versus Cultura, alla Dc l'uno al Pci l'altro, senza considerare l'effetto, ossia l'insabbiamento della verità e di alcuni fatti storici troppo scomodi. Il tutto con grave nocumento culturale per le generazioni sedutesi sui banchi di scuola dagli anni ‘50 in poi, nonché con una generale approvazione e simpatia, da parte dell'intellighenzia culturale italiana, verso le posizione del Pci e del luogotenente di Stalin in Italia, ovvero Palmiro Togliatti. Questa è stata la situazione della cultura italiana dalla fine della Seconda Guerra mondiale agli anni recenti.

Qualcosa sta cambiando. Anzitutto è stata portata all'attenzione del grande pubblico una ferita che non si rimarginerà mai, ma che almeno inizia ad essere nota. Parlo della spaventosa tragedia delle foibe e dell'abbandono coatto di italiani di terre passate (per ragion di Stato) all'autoritarismo titino. Non si vuole, in questa sede, dare un giudizio senza tener conto della contestualizzazione storica e delle motivazioni che portarono l'Italia ad accettare quell'accordo. Tuttavia si vuole ridare dignità storica, morale e intellettuale a ciò che, considerando la Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio, adottata con la Risoluzione 260 dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 9 dicembre 1948 (ed entrata in vigore il 12 gennaio 1951), può essere ritenuto un vero e proprio genocidio (articolo II).

L'approvazione della legge sulla Giornata del Ricordo, il 10 febbraio, il proliferare di contributi culturali, sulla stampa ma soprattutto nell'editoria (grazie anche ad opere di storici di sinistra) e la produzione cinematografica di film e fiction sulle storie dei giuliano-dalmati, degli istriani e soprattutto degli infoibati, sono tutti elementi che contribuiscono a riportare alla luce una verità storica affossata e annegata nell'oblio per interessi politici e motivazioni ideologiche. In altri termini, la propaganda comunista da un lato, nell'oscurare l'operazione criminale di un compagno (Tito), e dall'altro lato la volontà, da parte dei partiti democratici occidentali, di impedire che un possibile avversario di Stalin potesse essere immediatamente offuscato, contribuirono a minimizzare, nascondere, quasi negare un dramma tutto italiano.

Accanto a ciò iniziano a scalare le classifiche di vendita studi storici sui fatti criminali commessi da parte di diversi partigiani comunisti all'indomani del 25 aprile 1945 nel tentativo tutto "falce e martello" di dar vita ad una seconda guerra civile per imporre, dopo l'autoritarismo fascista, una dittatura staliniana. Su tutte, svettano le opere di Giampaolo Pansa, scrittore, giornalista e storico di sinistra che, con "Il Sangue dei vinti" e "Prigionieri del Silenzio", ha contribuito a far luce su alcuni dei momenti più lugubri nella storia italiana dal dopoguerra ad oggi. L'enorme successo editoriale dei libri di Pansa, come di altri autori (si pensi ai lavori dello storico Oliva sulle foibe) dimostrano che c'è una fame, nei lettori italiani, di informazione storica corretta e di verità finora depredate dall'onnivora propaganda comunista.

Vi è inoltre, in questi giorni, un altro importante contributo alla rivoluzione culturale italiana. Questa volta, tuttavia, il contributo proviene da Bruxelles. La recente proposta di Franco Frattini, vicepresidente della Commissione Europea e Commissario alla Libertà, Giustizia e Sicurezza, di mettere al bando i simboli nazisti, ha spinto un gruppo di eurodeputati dei paesi dell'Est delle fila del Partito Popolare europeo, capitanati dal lituano Vytautas Landsbergis e dall'ungherese Joszef Szajer, a chiedere che venga proibito l'altro simbolo di morte e ferocia, cioè falce e martello, emblema della sanguinaria ideologia comunista.

La risposta dell'ex ministro degli Esteri italiano è stata la migliore possibile: non esaurire questa richiesta in un divieto, ma avviare una riflessione su ciò che il comunismo ha comportato. In altri termini, non basta una semplice (benché corretta e plausibile) imposizione; è importante che, grazie soprattutto al contributo di chi ha patito sotto il comunismo (i deputati dei Paesi dell'Est Europa, neo membri dell'UE), oltrechè a livello politico, il discorso sia affrontato sul piano culturale.

Insomma, gradualmente, si è avviata una riflessione che non è destinata ad esaurirsi a breve, che necessiterà di ulteriori contributi (e anche di mea culpa, finora assenti) ma che permetterà alle future generazioni di avere una visione più corretta della storia degli ultimi cinquanta anni. Questo passaggio, ci auguriamo, dovrà essere fatto anche nelle scuole, dove i docenti di storia hanno la responsabilità di mostrare ai giovani fatti storici politicamente scomodi, contribuendo ad una rivoluzione culturale con al centro un solo scopo: la verità.

! Simone Rosti
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Ragionpolitica, periodico on line n.96 del 11/2/2005
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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