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Goodbye, Stalin! I fantasmi di pietra di Berlino Est - IIdi Riccardo Forte - 12 febbraio 2005 L'architettura del Realismo Socialista tra tradizione e identità nazionale. Il dibattito critico
Il livello di prostituzione intellettuale e di asservimento al potere tocca il suo apice ancor prima del completamento della Stalinallee. Herman Henselmann, Chefarkitect di Berlino Est e regista indiscusso della costruzione della strada, si rivela un campione insuperato di cinico opportunismo e di servilistica piaggeria al padrone (sovietico) di turno. Il 4 dicembre 1951, in un articolo pubblicato su Neues Deutschland dal titolo significativo Il carattere reazionario del costruttivismo, lo stesso Henselmann, l'architetto modernista enfant-prodige prediletto da Le Corbusier, si produce, con uno zelo degno di miglior causa, in una scandalosa abiura dei fondamenti teorici del Movimento moderno, lanciando un veemente attacco al funzionalismo di un sempre più isolato Hannes Meyer. Il suo ignobile J'accuse a sostegno di un'architettura fedele alle proprie tradizioni nazionali si conclude con le seguenti parole: «I nostri lavoratori, che si costruiscono un nuovo mondo sulle macerie del passato, hanno diritto alla bellezza [e] di riconoscere nella nuova architettura se stessi e la propria patria (Heimat)». La finalità ultima, per Henselmann, è quella, come ribadisce egli stesso l'anno successivo, di «esprimere, attraverso immagini architettoniche che per il nostro popolo sono i simboli familiari della sua vita, le idee del socialismo e insieme prendere le mosse dall'unitarietà della concezione urbanistica e artistica complessiva della quale la Stalinallee è parte». Alcuni anni più tardi, nell'imminenza della svolta ideologica impressa dalla morte di Stalin e dall'intervento di Krusciov al XX Congresso del Pcus (febbraio 1956), Henselmann, intervenendo in occasione del Congresso di Architettura del luglio 1955, si distingue nuovamente per il tempismo con il quale si adegua alle nuove direttive di partito, rinnegando con sconcertante impudenza l'opera intrapresa. La Stalinallee è ora da considerarsi null'altro che una «mera architettura di facciata, [espressione di] una cattiva qualità del lavoro edilizio».
Il "grandioso compimento" della Stalinallee, ottiene da subito, come era facile prevedere, una straordinaria fortuna critica: consensi entusiastici provengono in egual misura tanto dai critici dell'Est che dalla intellighenzia della gauche radicale d'Occidente. Negli anni successivi, contestualmente al processo di progressiva destalinizzazione, è comunque il giustificazionismo la posizione a prevalere nettamente all'interno della critica "militante", e a permanere anche nella fase immediatamente successiva alla caduta del Muro. In un articolo pubblicato su Zodiac nel 1991, Bruno Fierl arriva a sostenere che ogni corretta valutazione non può in ogni caso non «tenere conto del contesto storico-politico dei primi anni Cinquanta». Nel 1955, Hans Schmidt (Basilea) definisce la Stalinallee il «passo decisivo nella scala di una nuova Berlino [...] elemento ordinatore della zona est della città». Analoghe espressioni di assenso e vergognosi attestati di riconoscimento provengono, in una sorta di gigantesco girone della prostituzione intellettuale a scala planetaria, da alcune delle figure più prestigiose e autorevoli dell'architettura internazionale, quali Bruno Paul, Oscar Niemeyer e Philip Johnson. In Italia Aldo Rossi, profondo estimatore dell'architettura stalinista, in un articolo pubblicato nel giugno 1964 in Casabella-Continuità non esita a definire il complesso urbano della Stalinallee come «l'ultima grande strada d'Europa». L'interesse per l'asse urbano berlinese riceve un ulteriore impulso negli anni Ottanta, allorché, contestualmente alla crisi del moderno, architetti postmoderni come Rob Krier ne riscoprono il "valore" delle forme tradizionali. Sul versante opposto, poche e isolate sono le voci critiche espresse da accademici e intellettuali, che vengono immediatamente bollati come reazionari e revisionisti. Tra i critici più coraggiosi e intellettualmente onesti, ritroviamo Dieter Hoffmann-Axthelm, che in un articolo pubblicato nel 1990 sulla rivista di architettura tedesca Arch+ squalifica l'opera senza remissioni come un prodotto «del più bieco stalinismo», conseguenza del «dominio dell'apparato sulla soggettività progettante». Demolire o conservare? La questione patrimoniale
Dopo la caduta del muro di Berlino e la fine dell'ideologia comunista come sistema statuale di potere, occorre oggi interrogarsi sul valore socio-culturale e l'eredità patrimoniale dell'edilizia socialista. È indubbio che la qualità di un'opera architettonica debba essere giudicata prescindendo dal contesto storico nel quale è stata prodotta e dalla funzione politico-ideologica per la quale essa è stata concepita; a questo principio non può sottrarsi la Stalinallee, la cui eccezionalità del tema obbliga tuttavia nuove valutazioni interpretative. Superato il tempo dei furori iconoclasti di infausta (e recente) memoria, pienamente condivisibile appare la necessità di conservare questo asse urbano, in quanto testimonianza documentale e mo(nu)mento storico della DDR e dell'urbanistica socialista (e, al contempo, espressione simbolica di uno dei regimi totalitari più cupi e oppressivi del Novecento. Basti pensare che nel territorio della Germania Est, il sistema poliziesco dello Stato prevedeva una rete di spionaggio estremamente capillare, con un rapporto di una spia su 180 abitanti, una presenza tripla rispetto a quella del KGB in Unione Sovietica). La riflessione critica deve piuttosto appuntarsi sul contesto più generale legato alla cultura architettonica internazionale e alle problematiche sociali ad essa connesse. Sotto questo aspetto, la condanna della Stalinallee non può che essere che totale. Il fallimento di questa esperienza storica è duplice, tanto sul piano culturale che su quello sociale: vuota e bolsa retorica celebrazione del potere di un regime totalitario fondato sul sistema della menzogna e della repressione, l'architettura tradizionalista dei palazzi della Stalinallee incarna e rappresenta in misura paradigmatica, nei consunti modelli storicisti e nella fastosità tronfia e kitsch di un vetero-classicismo da operetta, il vero volto, antimoderno e regressivo, pertanto culturalmente reazionario, del comunismo reale, che ha brutalmente tradito, nella degenerazione morale più abbietta, quelle stesse aspettative di libertà, giustizia ed emancipazione sociale delle masse lavoratrici che pretendeva di sostenere e tutelare.
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Ragionpolitica, periodico on line n.96 del 11/2/2005 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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