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numero 280
6 marzo 2008
 
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Goodbye, Stalin! I fantasmi di pietra di Berlino Est - II

di Riccardo Forte - 12 febbraio 2005

[segue]

L'architettura del Realismo Socialista tra tradizione e identità nazionale. Il dibattito critico

La realizzazione della Stalinallee diviene, nel breve volgere di tempo, un autentico fenomeno mediatico all'interno del dispositivo di autocelebrazione propagandistica del regime. Nelle intenzioni del governo tedesco-orientale, infatti, la "prima strada socialista di Berlino" doveva rappresentare la vetrina del comunismo prussiano e il modello di riferimento per l'edificazione dei nuovi centri urbani come Stalinstadt (ribattezzata Eisenhüttenstadt all'inizio degli anni Sessanta), la prima "città nuova" della DDR, così come per la configurazione urbana degli assi stradali e delle piazze di rappresentanza di Dresda, Lipsia, Magdeburgo e Rostock.

Il livello di prostituzione intellettuale e di asservimento al potere tocca il suo apice ancor prima del completamento della Stalinallee. Herman Henselmann, Chefarkitect di Berlino Est e regista indiscusso della costruzione della strada, si rivela un campione insuperato di cinico opportunismo e di servilistica piaggeria al padrone (sovietico) di turno. Il 4 dicembre 1951, in un articolo pubblicato su Neues Deutschland dal titolo significativo Il carattere reazionario del costruttivismo, lo stesso Henselmann, l'architetto modernista enfant-prodige prediletto da Le Corbusier, si produce, con uno zelo degno di miglior causa, in una scandalosa abiura dei fondamenti teorici del Movimento moderno, lanciando un veemente attacco al funzionalismo di un sempre più isolato Hannes Meyer. Il suo ignobile J'accuse a sostegno di un'architettura fedele alle proprie tradizioni nazionali si conclude con le seguenti parole: «I nostri lavoratori, che si costruiscono un nuovo mondo sulle macerie del passato, hanno diritto alla bellezza [e] di riconoscere nella nuova architettura se stessi e la propria patria (Heimat)».

La finalità ultima, per Henselmann, è quella, come ribadisce egli stesso l'anno successivo, di «esprimere, attraverso immagini architettoniche che per il nostro popolo sono i simboli familiari della sua vita, le idee del socialismo e insieme prendere le mosse dall'unitarietà della concezione urbanistica e artistica complessiva della quale la Stalinallee è parte». Alcuni anni più tardi, nell'imminenza della svolta ideologica impressa dalla morte di Stalin e dall'intervento di Krusciov al XX Congresso del Pcus (febbraio 1956), Henselmann, intervenendo in occasione del Congresso di Architettura del luglio 1955, si distingue nuovamente per il tempismo con il quale si adegua alle nuove direttive di partito, rinnegando con sconcertante impudenza l'opera intrapresa. La Stalinallee è ora da considerarsi null'altro che una «mera architettura di facciata, [espressione di] una cattiva qualità del lavoro edilizio».

Più realista del re, Henselmann aveva scaltramente fiutato il mutamento dei venti della politica: alla fine del 1961, la Stalinallee viene ribattezzata Karl-Marx-Allee nel tratto compreso tra l'Alexanderplatz e la Frankfurter Tor (e nella parte terminale in direzione est, Frankfurter Allee). L'imponente monumento a Stalin, una presenza divenuta ormai imbarazzante per il regime-fantoccio di Berlino Est, segue la medesima sorte, e viene rimosso nello spazio di un mattino.

Il "grandioso compimento" della Stalinallee, ottiene da subito, come era facile prevedere, una straordinaria fortuna critica: consensi entusiastici provengono in egual misura tanto dai critici dell'Est che dalla intellighenzia della gauche radicale d'Occidente. Negli anni successivi, contestualmente al processo di progressiva destalinizzazione, è comunque il giustificazionismo la posizione a prevalere nettamente all'interno della critica "militante", e a permanere anche nella fase immediatamente successiva alla caduta del Muro. In un articolo pubblicato su Zodiac nel 1991, Bruno Fierl arriva a sostenere che ogni corretta valutazione non può in ogni caso non «tenere conto del contesto storico-politico dei primi anni Cinquanta».

Nel 1955, Hans Schmidt (Basilea) definisce la Stalinallee il «passo decisivo nella scala di una nuova Berlino [...] elemento ordinatore della zona est della città». Analoghe espressioni di assenso e vergognosi attestati di riconoscimento provengono, in una sorta di gigantesco girone della prostituzione intellettuale a scala planetaria, da alcune delle figure più prestigiose e autorevoli dell'architettura internazionale, quali Bruno Paul, Oscar Niemeyer e Philip Johnson. In Italia Aldo Rossi, profondo estimatore dell'architettura stalinista, in un articolo pubblicato nel giugno 1964 in Casabella-Continuità non esita a definire il complesso urbano della Stalinallee come «l'ultima grande strada d'Europa».

L'interesse per l'asse urbano berlinese riceve un ulteriore impulso negli anni Ottanta, allorché, contestualmente alla crisi del moderno, architetti postmoderni come Rob Krier ne riscoprono il "valore" delle forme tradizionali.

Sul versante opposto, poche e isolate sono le voci critiche espresse da accademici e intellettuali, che vengono immediatamente bollati come reazionari e revisionisti. Tra i critici più coraggiosi e intellettualmente onesti, ritroviamo Dieter Hoffmann-Axthelm, che in un articolo pubblicato nel 1990 sulla rivista di architettura tedesca Arch+ squalifica l'opera senza remissioni come un prodotto «del più bieco stalinismo», conseguenza del «dominio dell'apparato sulla soggettività progettante».

Demolire o conservare? La questione patrimoniale

Negli ultimi cinquant'anni, la Stalinallee ha impegnato la critica specializzata internazionale, coivolgendo in serrati dibattiti e vibranti polemiche tanto il milieu intellettuale e professionale, quanto l'opinione pubblica tedesca ed estera. Al di là delle posizioni espresse, nel corso degli anni e in contigenze diverse, dagli opposti schieramenti, emerge la questione fondamentale, legata al ruolo storico e politico rappresentato da questa grande arteria urbana all'interno del quadro più generale della cultura architettonica e urbana del XX Secolo. La Stalinallee è stata innegabilmente uno dei prodotti simbolici della Guerra Fredda e del contesto internazionale dei primi anni Cinquanta che vedeva contrapposti, in due modelli politico-sociali antagonisti, il sistema liberale occidentale da una parte e quello sovietico con i paesi-satelliti dell'Europa orientale, dall'altra.

Dopo la caduta del muro di Berlino e la fine dell'ideologia comunista come sistema statuale di potere, occorre oggi interrogarsi sul valore socio-culturale e l'eredità patrimoniale dell'edilizia socialista. È indubbio che la qualità di un'opera architettonica debba essere giudicata prescindendo dal contesto storico nel quale è stata prodotta e dalla funzione politico-ideologica per la quale essa è stata concepita; a questo principio non può sottrarsi la Stalinallee, la cui eccezionalità del tema obbliga tuttavia nuove valutazioni interpretative.

Superato il tempo dei furori iconoclasti di infausta (e recente) memoria, pienamente condivisibile appare la necessità di conservare questo asse urbano, in quanto testimonianza documentale e mo(nu)mento storico della DDR e dell'urbanistica socialista (e, al contempo, espressione simbolica di uno dei regimi totalitari più cupi e oppressivi del Novecento. Basti pensare che nel territorio della Germania Est, il sistema poliziesco dello Stato prevedeva una rete di spionaggio estremamente capillare, con un rapporto di una spia su 180 abitanti, una presenza tripla rispetto a quella del KGB in Unione Sovietica).

La riflessione critica deve piuttosto appuntarsi sul contesto più generale legato alla cultura architettonica internazionale e alle problematiche sociali ad essa connesse. Sotto questo aspetto, la condanna della Stalinallee non può che essere che totale. Il fallimento di questa esperienza storica è duplice, tanto sul piano culturale che su quello sociale: vuota e bolsa retorica celebrazione del potere di un regime totalitario fondato sul sistema della menzogna e della repressione, l'architettura tradizionalista dei palazzi della Stalinallee incarna e rappresenta in misura paradigmatica, nei consunti modelli storicisti e nella fastosità tronfia e kitsch di un vetero-classicismo da operetta, il vero volto, antimoderno e regressivo, pertanto culturalmente reazionario, del comunismo reale, che ha brutalmente tradito, nella degenerazione morale più abbietta, quelle stesse aspettative di libertà, giustizia ed emancipazione sociale delle masse lavoratrici che pretendeva di sostenere e tutelare.

In ultima analisi, il significato profondo di questa ingombrante eredità che disonora il valore dell'Utopia nella sua accezione più nobile può essere fissato emblematicamente in Konrad Schuman, il Vopo diciannovenne che nell'estate del 1961 fugge verso l'Occidente e il mondo libero scavalcando la barriera in filo spinato del Muro in costruzione. E ancora, nei fotogrammi finali di Goodbye Lenin!, la recente pellicola cinematografica tedesca dedicata agli ultimi giorni del regime di Pankow. Nella rimozione del tronco della colossale statua di Lenin che, appeso a un cavo trasportato da un elicottero, scorre via passando davanti alla protagonista del film, una disorientata militante comunista della defunta DDR, si condensa simbolicamente il senso della fine ingloriosa e del tragico fallimento di un'ideologia criminale e sanguinaria inappellabilmente condannata dalla Storia.

! Riccardo Forte

Bibliografia

  1. Bruno FLIERL, «La Stalinallee a Berlino», Zodiac, n. 5, 1991, pp. 76-113.
  2. Andrea MAGLIO, Berlino prima del muro. La ricostruzione negli anni 1945-1961, Benevento, Hevelius edizioni, 2003.
  3. Andreas BUTTER, Ulrich HARTUNG, Ostmoderne. Architektur in Berlin 1945-1965, Berlin, Jovis Verlag, 2004.

Didascalie illustrazioni

  1. Berlino Est, la Haus des Sports sulla Stalinallee (Foto Heiko Burkhardt © 2002)
  2. Stalinallee, casa a torre sulla Weberwiese, 1952-1956 - Herman Henselmann arch. (Foto B. Burg e O. Schuh)
  3. Casa a torre sulla Weberwiese, dettaglio del rivestimento di facciata in piastrelle di ceramica (Foto B. Burg e O. Schuh)
  4. Fotogramma tratto dalla pellicola "Good bye, Lenin!" (Regia: Wolfgang Becker, Germania, 2003).
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