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Andrè Glucksmann La terza morte di Diorecensione di Fabrizio Gualco - 19 febbraio 2005 L'ex nouveau philosophe, Andrè Glucksmann, è indubbiamente uno scrittore talentuoso, un esempio di intellettuale laico dotato di estro letterario e senso della misura che non perde occasione - talvolta con genuina nonchalance - di estrarre dal movimento della ragione analisi puntuali. Mentre in giro per il mondo si ammazza in nome di una fede, in Europa, per eccesso di laicismo, ci si immerge nell'ateismo. Un ateismo, quello europeo, che non solo nega la fede ma - cosa difficile da accettare e dura da constatare - sembra negare anche l'apporto di una retta ragione, arma laica per eccellenza. L'Europa - così argomenta Glucksmann - è dunque la porzione del pianeta in cui attualmente si celebra la morte di Dio: la terza, per l'esattezza. La prima morte di Dio è quella narrata nei Vangeli ed avviene sulla Croce. La seconda morte giunge per via filosofica: inaugurata e gestita, sebbene attraverso diverse modalità e dunque differenti traiettorie, da Karl Marx, Friedrich Nietzsche e dai rispettivi discepoli o epigoni. La terza non avviene sul Golgota né attraverso libri e pensieri, ma si materializza nella storia attraverso forme di nichilismo spirituale, etico, politico. Marx e Nietzsche hanno fatto il possibile per affermare ed insegnare la convinzione che Dio è sostituibile. Oggi, secondo Glucksmann, anche una tale persuasione è stata oltrepassata: «Non si tratta affatto di sostituire Dio, è il suo stesso posto che non è più reperibile. Il Diciannovesimo secolo discuteva del supposto punto di riferimento alla base della civiltà; la società graviterà attorno al sole della Ragione o conserverà quello della Fede? Ormai è il principio di un referente centrale ad essere messo in questione. Ragione e Fede appaiono simultaneamente detronizzate. Prima a valutare la novità della sfida, la fede scopre che la ragione, ritenuta a lungo la sua più intima nemica, subisce una sorte altrettanto poco invidiabile della sua». Da una parte, Dio muore per la terza volta nella crudeltà ruvida e puntuta di fatti e azioni, e magari parole deliranti, farcite di odio, che escono a mò di vomito da labbra che non sanno quel che dicono. Dall'altra, muore per l'indifferenza, soprattutto europea, esercitata nei confronti del proprio patrimonio immateriale, ossia quell'humus spirituale che ancora sarebbe possibile percepire e utilizzare se non fosse ormai consolidata l'abitudine a non porsi problemi altri da quelli economici. Odiernamente, per dirla con una metafora, la posta in gioco è molto alta. Le carte sono sparpagliate e forse nemmeno il tavolo da gioco promette di restare in piedi per sempre: la condizione nichilista investe valori e idee, certo, ma non si ferma ad essi. Il nichilismo, sia esso teologico o filosofico, culturale o politico è la tentazione di radicalizzare il negativo ed espanderne la portata per ogni dove. Valori e idee rappresentano da sempre l'anima del reale: corrosi valori e idee, il nichilismo si rovescia a cascata nel corso della storia, inzuppa di sé la trama e l'ordito della realtà, si infiltra nelle pieghe del quotidiano - anche in quelle più minute. In tal senso l'autore non prospetta soluzioni definitive, ma opera una diagnosi del negativo che riteniamo essere di tutto rispetto. Fabrizio Gualco |
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Ragionpolitica, periodico on line n.97 del 18/2/2005 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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