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Corsi e (speriamo) ricorsi storici

di Francesco Natale - 26 febbraio 2005

Luglio 1983, Aprile 1988. E' il quasi quinquennio del governo Craxi. Tracciare una valutazione, un bilancio di questo periodo in cui il governo del Paese è stato guidato dal «latitante» (così fu definito dalla Procura di Milano) Bettino Craxi, può sembrare un esercizio sconveniente; più opportuno sarebbe per i conformisti ed i "prudenti" conformarsi a quella "damnatio memoriae" che è diventata un dogma per i cultori del politicamente corretto. Meglio per tutti stendere un velo di silenzio e oblio su quel quinquennio, il quinquennio della «Milano da bere», da archiviarsi frettolosamente come il periodo caratterizzato dall'affarismo, se non addirittura dal malaffare.

Eppure, per chi non si rassegna ad essere conformista, seguace pallido e viscido della vulgata che narra l'epopea del "manipulitismo", levatrice di una Seconda Repubblica che non è ancora compiutamente nata, quel periodo presenta aspetti e vicende che meritano di essere ricordate e opportunamente valorizzate, poiché potrebbero essere tuttora esemplari per i nostri non facili tempi presenti. Non è qui il caso di riportare, sia pure in maniera sintetica, la storia di quel quinquennio, ma meritano di essere citati alcuni eventi che rappresentano un momento di svolta decisiva in senso positivo nella storia recente del nostro Paese.

Innanzitutto il decreto che sterilizzava l'indicizzazione salariale, un atto di coraggio assunto nonostante le pavide perplessità degli alleati e contro la durissima opposizione del Pci e della Cgil, arroccati entrambi nella difesa ad oltranza di un "idolo" che, pur non garantendo alcun effettivo vantaggio ai soggetti che ne erano gli apparenti beneficiari, alimentava una spirale inflazionistica a due cifre sempre più esasperata che si risolveva in un danno sempre più insopportabile per gli interessi generali del Paese.

Craxi dimostrò che era possibile nell'Italia del 1985 decidere anche contro la volontà e il presunto diritto di veto della sinistra comunista, e affrontare persino un referendum promosso per l'abrogazione di quel decreto. E i fatti gli diedero ragione: non solo perché riuscì a vincere una prova referendaria che i soggetti politici "assennati" e "prudenti" giudicavano temeraria (se non addirittura disperata), ma anche perché le conseguenze benefiche (e benefiche per tutti) non tardarono a manifestarsi.

L'inflazione, che stava raggiungendo livelli sudamericani, venne finalmente raffreddata con esiti positivi non solo per l'interesse generale, ma anche per gli interessi degli apparenti beneficiari di quell'infelice accordo sul "punto unico di contingenza" stipulato a metà degli anni '70 col presidente di Confindustria Giovanni Agnelli.

Questa vicenda dimostrò che una determinazione coraggiosa e intelligente poteva ancora avere successo nello scenario politico italiano (e bisognava risalire ai tempi degasperiani per trovare qualcosa di simile) dopo decenni segnati da estenuanti e poco concludenti compromessi. E questa vicenda potrebbe costituire un valido esempio anche per l'attuale maggioranza, in cui troppi gentiluomini del «ne quid minus» hanno spesso impastoiato lo slancio riformista del nostro leader ispirandosi ad una putativa superiorità ed efficacia del metodo concertativo ad ogni costo.

E' inoltre utile soffermarsi su altri eventi estremamente significativi, quali l'affiancamento leale e convinto dell'alleato statunitense, nel 1983, nella cosiddetta "scelta degli Euromissili", schierando l'Italia dalla parte giusta, dalla parte della vera pace in un confronto con gli ultimi rigurgiti imperialisti dell'agonizzante Unione Sovietica, un confronto che a suo tempo terrorizzò e fece inorridire tante "anime belle".

Non possiamo dimenticare, poi, il rinnovo nel 1984 su basi aggiornate e pienamente consensuali del Concordato con la Santa Sede, né l'ammissione, nel 1986, dell'Italia al "club" del G7, l'organismo di coordinamento delle politiche economiche dei 7 maggiori paesi sviluppati. Tutti questi eventi conferirono al Presidente del Consiglio Craxi uno spessore paragonabile più a quello di un vero statista, che non a quello di un accorto gestore dell'esistente ai fini di una pura politica di sopravvivenza. Quello spessore cui legittimamente aspira anche l'attuale Presidente del Consiglio, e che sarebbe forse già stato conseguito se non fosse stato frenato dalla "saggezza" di troppi consiglieri.

Vale la pena di ricordare anche la vicenda di Sigonella, ove nel 1985 il governo italiano si oppose con la forza militare ad un tentativo delle Forze Speciali americane di impadronirsi di alcuni terroristi palestinesi che dovevano essere consegnati alla giustizia italiana. Fu un bel successo sul campo della difesa delle prerogative, degli interessi e della sovranità italiana anche nei confronti del principale alleato cui, comunque, il nostro Paese restava indefettibilmente fedele, nonché un bell'esempio per tanti "progressisti" contemporanei che, in cerca di una ulteriore patente di legittimazione e in nome di uno stravagante feticismo europeista, sono smaniosi di rendersi servi di Parigi e di Berlino.

! Francesco Natale
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