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Amos Elon Gerusalemme, città di specchiI conflitti della memoriarecensione di Mariacristina Nasi - 26 febbraio 2005 Amos Elon, autore di Israeliani, padri fondatori e figli, nonché di una biografia su Theodor Herzl, risiede da decenni a Gerusalemme, oggetto di questo libro, che ne ripercorre la storia, cogliendo le ragioni dei suoi conflitti. Pur esercitando da sempre "un'invincibile attrazione", non vi è città storica che continui a suscitare contrasti così accesi; in cui «le varie fasi della violenza si susseguano come gli atti di una tragedia senza fine: un dramma tragico senza catarsi»; in cui la storia viene rievocata ogni giorno; la politica è dominata, inquinata dalla religione; dove il "mito della città perduta" e l'"amarezza della dispersione e della sconfitta" hanno alimentato le rivendicazioni delle parti in lotta. «La principale attività esercitata in questo luogo da almeno tre millenni è stata il traffico delle fedi». Qui, i diversi popoli si sfiorano, ma s'incontrano solo raramente. La città conobbe venti disastrosi assedi, due periodi di totale abbandono, diciotto ricostruzioni e almeno undici mutamenti di religione. Il suo nome «voleva dire santità e pace e, allo stesso tempo, stranamente, il contrario dell'una e dell'altra»; la contraddizione è inscritta nel nome stesso della città: «nel nome ebraico "Jerushalaim", "aim" è un suffisso duale». Fu la sola a rifiutare di sottomettersi al dominio romano e, per questo, fu severamente punita: agli ebrei fu vietato per sempre di mettervi piede. Contemporaneamente, fu abolito anche il nome della regione, la Giudea, che da allora avrebbe assunto quello, ufficiale, di Palestina (Siria), perché agli ebrei fosse tolta anche l'ultima testimonianza di una loro identità nazionale. Da allora divenne la "grande capitale della memoria". Nel 1948, «la caduta di Gerusalemme nelle mani degli ebrei scosse e fanatizzò il mondo arabo come non aveva fatto alcun altro evento dopo le crociate. Nei palestinesi si venne formando una nuova coscienza di sé, furono invasi da un fervore frenetico, da una esaltazione nutrita da un cieco terrore». In un luogo così ricco di religioni, i fedeli sono alla ricerca di una continuità, che conferisce all'immaginario una sorta di realtà: alla Gerusalemme terrena si affianca quella celeste, alla città il simbolo. «Gerusalemme fu sempre così inviluppata nel proprio mito che è stato spesso difficile separare quel mito dalla realtà». A Gerusalemme si pratica ancora la stessa religione che veniva praticata duemilacinquecento anni fa; la sua lingua è ancora quella "parlata da Davide e da Isaia"; «la lingua e la religione, anziché dividerli, uniscono la nazione moderna e il suo lontano passato. Così grande appare qui la forza del passato che la città, a volte, non riesce ad avere un presente». Gerusalemme è «la più "grande" piccola città del mondo», dove «le rivendicazioni si sovrappongono; la sacralità è invariabilmente concepita come una proprietà esclusiva», poiché ebrei e musulmani hanno di un luogo sacro una concezione spaziale, lo ritengono "un recinto sacro e inviolabile". «Nel passato, il linguaggio nel quale a Gerusalemme si esprimeva, per arabi e ebrei, l'identità nazionale era quello della religione. Oggi c'è anche il nazionalismo». La lotta politica è esacerbata dall'astio teologico. «Fra gli ebrei, per lo meno, vi furono alcuni illustri tentativi di resistere alla crescente contaminazione della politica nazionale con il pregiudizio religioso. (Fra gli arabi non ve ne fu alcuno)»: l'atmosfera è stata costantemente avvelenata dagli esaltati discorsi dei fanatici, perennemente intolleranti di tutto ciò che è soltanto umano, «spietati nella loro condanna di ogni tentativo umano di giungere a un compromesso» e dai frequenti episodi di violenza. «Capitale di un paese giovane, in guerra da quando esiste», ove vivono «persone normali che, per quanto attente e sempre sul chi vive, sono state più volte schiacciate e private di tutto dall'implacabile violenza della storia locale», che hanno sofferto costrizioni psicologiche, compensazioni debilitanti, delusioni. Risultato: «una specie di tensione febbrile, un'atmosfera di costante emergenza». La Gerusalemme storica era "la città inquieta per eccellenza". Nel suo agitarsi perenne, George Adam Smith vedeva una forma primitiva di democrazia, l'influenza dominante esercitata dalla gente comune. «La Gerusalemme moderna è quasi sempre stata intollerante ed esclusivista, aspra e dura». "Un insieme di isole straniere l'una all'altra": in nessun altro paese, salvo, forse, l'Irlanda, comunità diverse vivono così intimamente unite e nello stesso tempo così ostilmente chiuse, ciascuna, in un suo proprio passato. L'accumulo di tante passioni e di tante memorie dà alla città un aspetto magico e, allo stesso tempo, "letteralmente psicopatico"; ne fa "una città di specchi". Sigmund Freud lo definì un paese «tragicamente folle, [...] che non ha mai prodotto altro che religioni, sacre frenesie deliranti, presuntuosi tentativi di aver ragione del mondo esterno delle apparenze per mezzo del mondo interiore delle illusioni»; Theodor Herzl ne deplorò la crudeltà, l'intolleranza, il fanatismo, la superstizione. Nell'autunno 1947, pochi mesi prima della fondazione dello stato di Israele, quasi tutti i leader ebraici erano pronti a rinunciare del tutto a Gerusalemme, pur di avere uno stato ebraico indipendente in qualche altra regione del paese. Un buon compromesso poteva essere l'internazionalizzazione di Gerusalemme che, nella risoluzione delle Nazioni Unite, «figurava come un'entità politica a sé stante sotto amministrazione internazionale». La rinuncia a Gerusalemme, affermò David Ben-Gurion, era il prezzo che dobbiamo pagare per avere uno stato ebraico. Se gli arabi avessero accettato la risoluzione del 1947, la questione di Gerusalemme sarebbe stata risolta, ma essi le mossero dichiaratamente guerra. Il clima si inasprì e si fece strada uno stato d'animo nuovo e aggressivo. «Da allora il fondamentalismo religioso ha avuto, in entrambe le comunità, un considerevole incremento, che sembra riflettere una crescente delusione nel campo politico, ed è destinato a rendere ancor più difficile una soluzione pacifica del conflitto». Ad aggravare la situazione, la mancata distinzione tra religione e stato, il disorientamento generato dalle continue guerre. Le motivazioni nazionali, connesse con quelle religiose, che intorbidano e complicano tutto il resto. L'ex vicesindaco di Gerusalemme, Meron Benvenisti, nel 1981, scrisse che «la gente poteva avere o la pace o Gerusalemme: non l'una cosa e l'altra», cogliendo la complessità della situazione, col suo sviluppo di simboli e di realtà, in una città in cui i simboli stessi costituiscono una realtà provvista di una forza senza pari. Elon ritiene si debbano ricercare "nuove forme di libertà e organizzazione politica", poiché «i conflitti che hanno radici in contrasti religiosi o nazionali vengono raramente rimossi [...] col solo buon governo e con i benefici economici che ne derivano»; inoltre, «la sempre crescente islamizzazione del conflitto da parte degli arabi fa pensare che anche dopo una eventuale cessione di territori la violenza continuerà a dominare». Gerusalemme è "una città in guerra con se stessa", un luogo "ricco di memoria distruttiva", che deve saper vivere il presente e progettare il futuro, grazie, e non contro, al suo passato.
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Ragionpolitica, periodico on line n.98 del 26/2/2005 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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