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In diretta con Bertinottidi Stefano Doroni - 4 marzo 2005 Bertinotti si è presentato alla trasmissione 8 e mezzo di Giuliano Ferrara dello scorso 1 marzo nella sua forma migliore, pronto a governare il prossimo congresso comunista, nel quale dovrà far fronte alle correnti a lui opposte dentro il partito, sia trozkiste che staliniste. A riprova che il comunismo c'è e si muove lungo coordinate solite, ormai usate, anche se riproposte in chiave noglobal. Del resto Bertinotti lo dice chiaramente: dopo la caduta del comunismo storico, incarnato nell'Unione Sovietica, il fatto cruciale - insieme all'avvento della Destra americana - è il sorgere del «Movimento dei movimenti». La marea noglobal e pacifista rappresenta la nuova frontiera del comunismo, che riesce così a mantenere intatti i suoi caratteri costitutivi e a sdoganarli dal pantano totalitario del ‘900 consegnandoli - apparentemente rinnovati nella forma in cui vengono riproposti - al nuovo millennio nell'aspetto dissimulatorio di una sorta di truffa umanitaria. Bertinotti parla ancora di «alienazione capitalista», di «neoliberismo», di «liberazione» dell'umanità dalla schiavitù del libero mercato; usa cioè un linguaggio vecchio - consapevolmente - per sfidare il tempo nuovo, orgoglioso della sua reale posizione di retroguardia. Non si scompone quando gli si ricorda la tradizione stalinista del suo partito; accetta e difende il retaggio sovietico del simbolo della falce e martello con la sicurezza un po' sfacciata di chi sostiene di aver fatto i conti con un passato ingombrante, salvo poi a mostrare di applicare alla realtà i vecchi strumenti interpretativi della tradizione marxista, quelli di cui la storia ha dimostrato l'inefficacia e la menzogna. Bertinotti sa di influenzare in maniera decisiva la linea politica di un centrosinistra che si affida alla componente comunista in chiave elettorale. Sa che può permettersi di contestare apertamente le tendenze riformistiche della parte meno estremista dell'Unione, perché il suo apporto è necessario per riconsegnare il potere nelle mani di Prodi. E sa, infine, quali sono le difficoltà che inevitabilmente incontrerà un eventuale governo della sinistra con Rifondazione messa in posizione chiave. Ma il coltello dalla parte del manico è lui a stringerlo in mano. I guai e i contrasti nel centrosinitra si presenteranno inevitabilmente in materia economica, volendo i comunisti erodere sempre di più lo spazio del mercato a tutto vantaggio dello statalismo; ma soprattutto in materia di politica internazionale, come sottolineava Don Gianni Baget Bozzo, collegato da Genova con la trasmissione di Giuliano Ferrara. In effetti Bertinotti è a capo di un partito non solo apertamente antiamericano ma antieuropeo, distante in questo anche dal progetto continentale dei maggiori partiti della sinistra. Il comunismo è un fatto internazionale, come sottolinea Don Gianni; e non è pensabile realizzarlo «in un solo Paese», e nemmeno a livello continentale. Esso è un progetto che pretende di condizionare il mondo. Ma oggi al messaggio comunista manca ormai la prospettiva concreta della rivoluzione, e a chi ha creduto nella violenza come «levatrice» della storia rimane la prospettiva pacifista e utopica, cioè la collocazione fuori dalla realtà. Come dice Baget Bozzo, Bertinotti è condannato a stare sempre oltre la realtà: cioè, tendenzialmente, a spostarsi un po' più in là (con le pretese e le proposte) ogni volta che un passo viene fatto nella direzione da lui indicata. Ovviamente questa posizione di critica distruttiva è facilmente sostenibile finché si è all'opposizione; ma al governo è un'altra cosa. Quando si devono lasciare i piani ideali per misurarsi con le necessità operative ci si scontra necessariamente con una realtà che contraddice i posizionamenti teorici dell'ideologia. Questa dimensione utopica è destinata a creare i maggiori problemi all'Unione nella prospettiva di governo. Perché la distorsione della realtà che ne è conseguenza impedisce fatalmente l'osservazione dei fatti per il loro significato, ma anzi impone ad essi una lettura artificiosa e pregiudiziale. L'impostazione antiamericana e antioccidentale della sinistra estrema e movimentista metterebbe l'Unione in un gravissimo imbarazzo in politica estera proprio a partire dal nodo problematico del nuovo millennio: lo scontro fra Occidente e Islam, che Bush e l'America stanno correttamente interpretando, da un punto di vista culturalmente e pragmaticamente coerente. Baget Bozzo, sul finire della puntata di 8 e mezzo, accenna chiaramente a questa aporia fondamentale nel rapporto fra comunismo rinascente e attualità storica; ma Bertinotti ovviamente rifiuta questa considerazione, rilanciando l'idea di un dialogo religioso e politico da sfruttare in chiave antioccidentale. Bertinotti si espone, si lascia analizzare, sicuro del suo peso politico in un'Unione costretta ad affidarsi alla deriva ideologica marxista per recuperare il potere. E un osservatore attento come Gianni Baget Bozzo coglie puntualmente gli aspetti che continuano a rendere inconciliabili il comunismo con l'Occidente e la democrazia, e soprattutto a dimostrare che l'ideologia di Bertinotti è inadatta a governare le necessità del reale perché incapace di interpretare la storia senza violentarla. Ora come ai tempi dell'URSS, come ai tempi di Stalin; cambiano le condizioni, cambiano le maschere. Non cambiano i messaggi profondi né le strategie ideologiche: il comunismo c'è ancora, presente fra i problemi del nuovo millennio. La sconfitta storica del Novecento non ha insegnato abbastanza perché l'ideologia è uno strumento per superare e liquidare la storia, non per comprenderla e interpretarla.
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Ragionpolitica, periodico on line n.99 del 4/3/2005 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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