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6 marzo 2008
 
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La fortuna di Giambattista Vico nella storia

La Scienza Nuova ed il Romanticismo

di Elviro Di Meo - 12 marzo 2005

Non sempre la vita ripaga i sacrifici. Quasi sempre il successo non appartiene a questa terra. E' il caso di Giambattista Vico. Se durante la sua resistenza non ebbe mai il suo giusto riconoscimento, ad eccezione dell'incarico di storiografo regio, avrà dopo la morte una fortuna immensa. Vico, illuminista napoletano, compì i suoi studi da autodidatta, soprattutto nel corso dei suoi soggiorni a Vattola nel salernitano, come precettore privato. Cancellerà qualsiasi traccia dei suoi contatti giovanili con le tendenze innovatrici, di ispirazione atomistica o cartesiana, che avevano allora cominciato a diffondersi anche a Napoli, ma erano state subito represse dall'autorità. Ottenuto nel 1669 il modesto incarico di docente di eloquenza nell'Università di Napoli, dedicò tutta la sua vita allo studio e alla meditazione, travagliata da lutti familiari, problemi finanziari e frustrazioni di carattere professionale.

Ma il suo pensiero filosofico divenne un chiaro punto di riferimento per le generazioni future che videro nell'autore della Scienza Nuova una tappa fondamentale dell'evoluzione del pensiero umano. I primi furono Montesquier per la scienza della legislazione e Wolf per la questione omerica. Questi furono sospettati d'essersi giovati della speculazione vichiniana. Filangieri ammirò molto il filosofo; ciò nonostante non fu distolto dai sogni rosei del riformismo. Nel 1707 a Napoli il tedesco Borning notò un fervore di studi intorno a Vico e alla caduta della Repubblica Partenopea del 1799 i giovani esuli napoletani diffusero le idee dello studioso nel Nord d'Italia specialmente in Lombardia. Apostoli e missionari di Vico furono Vincenzo Cuoco, Francesco Lo Monaco, Francesco Salfi. Questi fecero conoscere la Scienza Nuova a Monti, che nella sua prolusione universitaria all'Università di Pavia nel 1803 ne parlò con grande entusiasmo. Ugo Foscolo ne accolse molti pensieri nel carme i Sepolcri e nei saggi critici; Alessandro Manzoni nel Discorso sulla Storia Longobarda fece un celebre raffronto tra Vico e Muratori (emiliano, assai più di un mero erudito e di un solerte raccoglitore di fatti e testimonianze archivistiche, organizzatore della cultura dei suoi tempi - illuminismo riformistico del settecento). Salfi discorreva di Vico negli articoli in francese della Revue Encyclopedique. Nel 1801 a Milano per suggerimento dei profughi napoletani fu ristampata la Scienza Nuova. Così Vico da reputazione municipale e napoletana pervenne a reputazione nazionale.

In Italia le aspirazioni al Risorgimento nazionale innalzarono il suo nome, collocandolo quasi accanto a quello di Dante. Il simultaneo risorgimento filosofico, nel distaccarsi dal sensismo e materialismo del Secolo XVIII non poteva non far capo all'ultimo grande filosofo italiano: giovarsi del suo pensiero e valersi della sua autorità. Nel moto politico del Risorgimento si seguirono e in parte si intrecciarono due correnti: la neoguelfa e la radicale; lo stesso accadde in quello filosofico con le due tendenze idealistico-trazionali: rosminiano-giobertiano, e Bruno-hegeliana. Vico, cattolico e insieme libero filosofo, si prestava assai bene, come è facile intendere, alle opposte simpatie e alle opposte interpretazioni delle due scuole. «Si vennero così formando di lui», scrive Croce, «due immagini diverse, entrambe storicamente giustificate, benché una lo ritraesse quale egli volle essere e l'altra quella che effettivamente fu».

Il Vico dei cattolici liberali era soprattutto il Vico dei punti metafisici, il platonico, il mistico di un Dio inconoscibile, il tradizionalista dei prologhi al Diritto Universitario, e perciò anche filosofo schiettamente italiano da contrapporre a quella restante Europa, figlia della riforma. Il Vico dei razionalisti, invece, è l'audace ed eretico scopritore della Scienza Nuova, e perciò filosofo europeo da mettere nella compagnia di Cartesio e di Spinoza, di Kant e di Hegel. La prima immagine si può vedere nei libri di Rosmini, di Gioberti, di Tommaseo e molti altri. La seconda immagine si ritraeva presso i filosofi ed i critici, che dal 1840 in poi, si educarono alla scuola dell'idealismo germanico, e segnatamente in Bernardo Spaventa e Francesco De Sanctis, che cominciarono a vedere con chiarezza le relazioni tra Vico ed il pensiero europeo.

Grande influenza esercitò Vico nella storiografia italiana del Ottocento, concorrendo a formare un più verace senso storico e spesso affrontando le questioni che si dibattevano, come quelle della condizione delle popolazioni romane sotto i longobardi, a proposito della quale Manzoni richiamò la vichiana "libertà signorile". Il pensiero di Vico dominò gli studi di giurisprudenza nell'Italia meridionale; in particolare all'Università di Napoli. L'interesse per il filosofo si è ravvisato solamente nell'ultimo decennio dell'Ottocento col generale ravvivarsi degli studi filosofici.

I due migliori interpreti dei lavori di Vico furono il cattolico tedesco Carlo Werner (1881) che ne espose con grande diligenza le dottrine filosofiche e storiche, giudicandole col criterio speculativo (svoltosi sotto l'influsso del Baader e della seconda filosofia schellinghiana), e l'inglese Roberto Plint (1884), che scrisse per la raccolta della Philosophia classica una breve monografia esatta nei particolari e, seppur non approfondita, guidata da limpido buon senso. Sorel in Francia ha mostrato la fecondità di alcune dottrine di Vico specialmente di quella dei ricorsi, tentandone applicazioni alla storia del Cristianesimo primitivo e alla teoria del movimento proletario. In Germania dal Biase al Mauthaer ne sono stati richiamati i concetti sulla metafora e sul linguaggio. «La Scienza nuova», annota l'Enciclopedia Garzanti della Filosofia, «è la scienza della storia umana, della cui possibilità è garante dell'identità del vero col fatto: poiché del mondo umano, fatto di istituzioni, linguaggio, miti, leggi, è certamente autore l'uomo, anche se assistito dal concorso divino, di esso all'uomo è anche possibile la conoscenza». Così Vico superava l'alternativa in cui si era venuto invece a trovare nel 1710, quando aveva considerato inconoscibile nella sua essenza profonda il mondo reale della natura, ma d'altra parte irreale il mondo perfettamente delle nostre finzioni matematiche.

Elviro Di Meo

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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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