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Il solito comunismodi Stefano Doroni - 12 marzo 2005 Il congresso dei comunisti appena terminato apre orizzonti inquietanti. Da una parte c'è la base estremista intollerante e violenta, negazionista, ottusa, apertamente stalinista. Questi sputano su Leo Gullotta, comunista confesso, che si presenta all'assemblea reo di aver interpretato il ruolo di un prete che difende fino al sacrificio la vita di alcuni bambini dalla ferocia dei partigiani di Tito. Ma non si può parlare di quello che accadde dalle parti della Venezia Giulia quando i "buoni" comunisti infoibavano gli italiani, ne va della gloria di Tito. Silenzio, omertà, negazione ideologica: esempio di normale atteggiamento dei comunisti verso la storia scomoda. Dall'altra parte c'è il recupero della purezza della dottrina marxista, tomba della libertà e della giustizia. Le cosiddette svolte di Bertinotti, dall'allontamento dallo stalinismo alla scelta della non violenza, gli permettono di mostrare una faccia presentabile sul mercato politico delle alleanze. Ma quando il Fausto rosso lascia cadere la maschera teatrale del comunista buono e affidabile viene a galla il nocciolo marxista del suo pensiero. Il Novecento è il secolo dell'affermazione delle masse; l'aspirazione dei comunisti è ad essere "liberi e uguali". Il segretario parla ancora di "ineguaglianza" e di "alienazione", usa un ciarpame linguistico autenticamente bolscevico, che è ancora patrimonio del partito della falce e martello. Infatti Bertinotti parla di "abolizione" della proprietà privata: essa "non si può abolire per decreto. Ma è un obiettivo", dice testualmente. È questo che sinceramente fa paura: i comunisti sono anche oggi non il nuovo che avanza, ma il vecchio che imperversa. Non illudiamoci: non c'è nessun progresso nel comunismo, e del resto non ci può essere. Perché, nella sua natura religiosa, esso intende affermare una verità assoluta, naturalmente senza Dio. Quello che deve preoccupare è che gente come questa rischia di finire al governo, condizionando tutta la politica di un centrosinistra allo sbando, con il solo obiettivo di sedersi sullo scranno del potere. Dunque via la proprietà privata: fabbriche di Stato, non un negozio privato; magari automobili standardizzate, divise al posto dei vestiti di libera scelta; e perché non sedute di educazione "marxista" organizzate in orario serale per tutti i lavoratori nelle sedi dei kolkhoz opportunamente riorganizzati? Oppure utilizzando i locali delle parrocchie cattocomuniste? Non è un'esagerazione, è quello che vogliono i comunisti, Bertinotti per primo: la restaurazione di uno stato sovietico, di pura matrice bolscevica. La giustizia comunista basata sull'uguaglianza sfida e nega la storia: quest'ideologia ha prodotto solo povertà e paura, morte e violenza dovunque si è affermata. Ma il Fausto nazionale continua a predicarla come la salvezza dell'umanità, magari fregiandosi della matrice cristiana del comunismo e del pauperismo (ma il messaggio di Cristo nella sua identità profonda non ha niente di comunista; è semmai liberale, perché la carità non si sposa con l'uguaglianza). Ciò che dovrebbe far paura è proprio la sopravvivenza del comunismo originario: i messaggi ideologici non cambiano, la storia non passa. Questi qui piangono sulla morte dell'URSS e sul crollo del Patto di Varsavia, stanno dalla parte di chi piazzò i carri armati in piazza Tien Am Men, di chi soffocò nel sangue la primavera di Praga, dalla parte di Milosevic, di Saddam, di Pol Pot, di Ceaucescu. Perché sono intimamente, caratterialmente solidali con le dittature. È tutta demagogia, quella dei comunisti e di Bertinotti; è tutto un grande inganno, una deliberata menzogna. Infatti l'abolizione della proprietà privata non aiuta i meno fortunati, semmai li mantiene poveri: se non si produce ricchezza (e l'unico modo per farlo è il libero mercato) non c'è niente da fare nemmeno per gli indigenti. Tutti uguali non significa tutti felici e contenti, ma tutti poveri; eccetto, naturalmente, i capoccia di partito che possono vestire in cachemire e portare al collo lussuosi portaocchiali. Il congresso comunista appena conclusosi era dunque l'ennesima adunanza bolscevica, al cui interno c'è addirittura una forte minoranza (il 40%) che vede Bertinotti troppo a destra, intenta a risuscitare la rivoluzione, con le cattive o con le buone, per fare un boccone della democrazia e della libertà. L'uguaglianza è la prigione dell'iniziativa individuale, dei diritti della persona e perfino della speranza di migliorarsi: è la giustizia delle dittature. Infine al congresso comunista passa la linea della fedeltà ai movimenti: ad essi intende rendere conto Bertinotti nel suo operare. Quindi prima la piazza, la fregola violenta dei noglobal pacifisti per finta, poi forse la politica e il governo. Questa è la ciliegina sulla torta: l'anima del comunismo è rivoluzionaria, antagonista, violenta, intollerante. Amano gli sprangatori di Casarini e abbracciano Prodi, nascondendo alle spalle l'aculeo dello scorpione; sono occidentali ma corteggiano i tagliatori di gola chiamandoli partigiani (vedi la vicenda irachena). Da un congresso comunista che ci potevamo aspettare? I compagni sono così: odiano, pretendono il potere, mentono. A questo vengono educati fin da bambini: alla logica del potere e della sopraffazione mascherata da buonismo egualitario. Che Bertinotti parli ancora col Capitale alla mano, con tutta la sua eredità culturale bolscevica e perfino stalinista (in barba alle "svolte"), non può stupire. Era un congresso di nostalgici, un posto dove si fa apologia di regime, nei metodi e nelle idee che circolano. Tutto prevedibile, tutto normale. Quello che ci deve atterrire è l'eventualità che questi qui vincano le elezioni. L'Italia farebbe un salto indietro di decenni, destinata a perdere tutta la sua competitività e la sua identità occidentale; sempre che il governo non crolli alla prima difficoltà, fatto che sarebbe nella logica delle cose, e non sarebbe che un bene per una disgraziata Italia. Dal congresso comunista viene dunque un messaggio terribile: il comunismo c'è ed è vivo; ora come sempre è pronto a divorare la libertà. Gli italiani, che ancora grazie al cielo votano liberamente, possono salvarsi o scavarsi la fossa da soli.
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Ragionpolitica, periodico on line n.100 del 12/3/2005 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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