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Se i comunisti non ci fossero bisognerebbe inventarli

di Stefano Doroni - 19 marzo 2005

Berlusconi non può fare a meno di ricandidarsi alle prossime elezioni politiche. Perché il suo governo ha lavorato bene, guidando l'Italia attraverso un periodo difficile e terribile, dal crollo delle Torri Gemelle in poi. Non può esimersi dal ricandidarsi anche perché ha il dovere di continuare ad arginare la rincorsa scomposta al potere da parte di un'opposizione immatura e confusionaria ancora prigioniera delle nostalgie comuniste che le impediscono di acquisire un vero peso democratico. L'Italia dell'Ulivo scenderebbe lungo un pericoloso crinale verso l'arretratezza: un cammino all'indietro nella storia, sotto la guida irresponsabile di una fetta massimalista della sinistra che ancora si riconosce nel manicheismo utopico del Capitale.

I comunisti sono sempre i soliti, non cambiano, semplicemente perché pensano di essere già perfetti. Ma soprattutto sono sempre gli stessi riguardo alle figuracce che rimediano: e questo è un bene, giacché dimostra l'improponibilità delle loro ricette, in particolare in politica estera. Da questo punto di vista dobbiamo ammettere che se i comunisti non ci fossero bisognerebbe inventarli: perché ci mostrano cosa non bisogna fare.

Prendiamo il caso del rifinanziamento della missione italiana in Iraq. Passa alla Camera con una maggioranza schiacciante, ma non è questo il punto fondamentale: importante è il rispetto del copione a sinistra, dove si verifica la solita spaccatura. L'Udeur vota con la maggioranza, dimostrando una volta di più che per Mastella è impossibile convivere con gli estremisti. L'Unione offre di sé il solito spettacolo deprimente: vota contro il rifinanziamento ma non propone niente di concreto. Verrebbe da dire: «Compagni, ma se proprio siete ancora convinti che gli italiani sono truppe di invasione proponete almeno una prospettiva concreta di ritiro dall'Iraq». Ma a loro non serve, basta votare contro, agitare il ditino in segno di diniego: sanno solo dire no, fanno i capricci ma non sono in grado di operare precise scelte di politica estera; perché l'ipoteca comunista che grava sul loro capo li paralizza. Ci sono poi i comunisti, quelli di vecchio stampo sovietico come Diliberto, che si inventano la solita spaccatura a sinistra, votando un documento che impone il ritiro immediato e completo. E' chiaro l'intento di scavalcare a sinistra i compagni bertinottiani a semplice fine elettorale; come altrettanto chiara è la solita posizione filojihadista importata nel Parlamento Italiano.

La sostanza è comunque la solita: nelle questioni cruciali, in particolare in quelle che riguardano la dignità e il peso dell'Italia nel mondo, la sinistra si spacca. Perché la sua frangia estremista ha idee che fanno a pugni con la storia e con la democrazia (e con una pace autentica, nonostante l'irenismo ideologico dell'arcobaleno); e le sue parti «riformiste» non riescono a liberarsi del peso ideologico del loro retaggio culturale marxista, radicalmente antioccidentale. La sinistra italiana, in una parola, è fuori posto in un contesto democratico occidentale. Per questo i comunisti (neo o post) se non ci fossero andrebbero inventati: perché aiutano il governo a distinguere ciò che non bisogna fare per costruire una politica seria e intelligente (oltre ad essere francamente comici, e fare qualche risata ogni tanto fa solo bene).

Ma torniamo ai fatti. Se da una parte l'Unione dice no alla cieca, per il gusto di sparare contro la maggioranza senza avere progetti concreti da proporre, e se i comunisti raccolgono in Aula l'arma dei movimenti filojihadisti, tocca ancora una volta a Berlusconi parlare in termini saggi e concreti: aprendo cioè la prospettiva di un praticabile piano di ritiro dall'Iraq, naturalmente in armonia con lo sviluppo democratico di quel Paese. Si tratta, logicamente, della proposta di disegno di un exit plan, non certo della scelta di una data precisa e irrevocabile, come molti giornali avevano annunciato indebitamente. E non si tratta nemmeno di un banale e meschino escamotage elettorale. E' nella logica delle cose che le forze alleate si ritirino, al momento opportuno, dall'Iraq: Berlusconi ha solo ribadito, nel momento di rinnovare il finanziamento alla missione Antica Babilonia, questa normale prospettiva. Lasciare l'Iraq dopo aver consegnato al Paese gli strumenti di una vera gestione democratica: naturalmente l'abbandono - di necessità graduale - del campo dovrà essere concordato con gli altri alleati, perché gli impegni si onorano, fino in fondo.

Un messaggio, quello del premier, che avrebbe dovuto essere anche quello della parte più matura dell'opposizione: ma sono troppo occupati a dire no, troppo presi a correre dietro alla seggiola del potere, per rendersi conto della realtà. E allora, se le cose stanno così, perché Berlusconi non dovrebbe ricandidarsi? Affidare l'Italia a Prodi significherebbe consegnarla alla vecchia politica delle parole, inconcludente e parolaia, ed esporla al rischio della deriva massimalista di chi il Capitale dimostra di averlo letto ma di non averlo ancora capito. Berlusconi è costretto a ricandidarsi e a confermare il centrodestra al governo: non c'è alternativa.

! Stefano Doroni
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