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La città nel RinascimentoQuando l'architetto incontrò il principe umanistadi Elviro Di Meo - 26 marzo 2005 «La città è ora un atto di volontà individuale. È il Principe, il Signore che commette la creazione della nuova città o l'ampliamento od il potenziamento della città esistente. Come in campo politico la scena urbana rinascimentale è dominata dalla figura del Principe, nel campo progettuale essa è dominata dalla figura dell'Architetto che assume anche questa nuova veste di progettista della città, di ricercatore di una bellezza ideale complessiva per la città e di una sua perfetta efficienza funzionale. Scompare la politica comunale; viene meno un vero interesse collettivo alla cosa pubblica ed al tempo stesso scompare ogni forma di arte collettiva quasi anonima (si pensi alle grandi costruzioni romaniche e gotiche), scompare così anche quella che si può dire l'urbanistica corale del Medioevo e si profila con tutta la sua energia la figura dell'architetto e la figura dell'urbanista spesso riunite nella stessa persona». Così scrive il professor Arturo Rigillo, ordinario di Urbanistica presso la Facoltà di Architettura dell'Università di Napoli, Federico II, nonché presidente del Centro Interdipartimentale di Ricerche Lupt (Laboratorio di Urbanistica e Pianificazione Territoriale, ndr), nel libro Contributo alla Metodologia della Storia dell'Urbanistica, quando parla della città del Rinascimento. In poche righe è concentrata l'essenza stessa del cambiamento culturale di un'epoca che avrà molti riflessi nella storia, nella società, nella vita. Cambia il ruolo dell'architetto, che si libera dal ruolo scomodo di artista meno nobile rispetto al pittore, al letterato o al poeta; diventa protagonista dei tempi e padrone dell'arte liberale. Un percorso che ha il suo inizio con Filippo Brunelleschi nell'umanesimo, con Bramante nel rinascimento maturo romano e con Palladio agli inizi della controriforma che rivoluziona gusti e tendenze nel campo delle arte. Ma l'architetto dovrà difendere la sua posizione dall'affacciarsi di un'altra figura professionale che trova largo spazio: l'ingegnere militare impiegato, per lo più, nella progettazione e nella realizzazione di città fortezza. E' il caso di Sabbioneta e Palmanova. Nasce così quello che oggi chiamiamo il piano: il piano regolatore, lo strumento per pianificare la crescita e l'espansione della città che viene, oggi, adottato nell'ambito del consiglio comunale. «Ma - scrive il professor Rigillo - i piani rinascimentali hanno soltanto quelle caratteristiche tecniche ed architettoniche, cioè di tracciato e di composizione, che oggi consideriamo come il prodotto finale della pianificazione urbanistica, restando le componenti economiche e sociali soltanto come un fatto immanente, un antefatto dell'azione del principe e dell'opera dell'architetto». Manca l'interesse della collettività alla partecipazione sociale che era tipico della città del basso medioevo, nel fiorire dell'età comunale, dove i cittadini, è proprio il caso di dirlo, organizzati in corporazioni, esprimevano le proprie esigenze per modellare una città che si sviluppasse secondo una precisa necessità. Nel rinascimento la città si idealizza, diventa immagine perfetta, pura espressione del disegno e del rigore geometrico. Sarà poi questo il limite del rinascimento stesso. Ecco spiegato il motivo per cui tanti disegni resteranno sulla carta e finiranno a corredo dei tanti trattati sull'architettura. Da qui derivano i primi trattatisti del Quattrocento. Il primo è Filarete (Antonio Averlino, 1400-65 ca.) che nel suo Trattato di Architettura (1460-64), dedicato a Galeazzo Sforza, descrive una città ideale che chiama Sforzinda. Una città a modello del principe che ne rispecchia tutte le caratteristiche. Trattasi naturalmente di una città a pianta regolare e simmetrica con due cinte di mura, una più esterna perfettamente circolare ed una interna ad andamento stellare con otto raggi. Il professor Rigillo ne dà una lettura chiarissima: «Le punte della stella toccano la cinta circolare in corrispondenza di altrettante torri. Negli angoli convessi della cinta stellata si aprono invece le otto porte della città. Centro dello schema è la piazza ove il Filarete colloca oltre al palazzo del principe anche le sedi di altre autorità statali e cittadine immaginando cioè per la Sforzinda un reggimento politico di equilibrio tra Comune e Signoria. Con tale compromesso dimostra anche sotto l'aspetto politico un notevole distacco dalla realtà, che ha indotto lo Schlosser a definire la sua opera una enciclopedia romanzata ed a classificarlo tra i romantici del primo Rinascimento». È da rilevare come Filerete dia un'organizzazione decentrata della città in otto quartieri, corrispondenti agli otto settori della stella, ciascuno dei quali viene fornito di quelle attrezzature per la vita associata che con linguaggio moderno diremmo di ordine primario, mentre al centro, intorno alle tre piazze (la piazza civile, la piazza religiosa, la piazza commerciale), sono quelli di interesse generale per la comunità. «Il sistema stradale di conseguenza è formato da sedici radiali, otto delle quali congiungendo il centro alle porte costituiscono anche la separazione tra un quartiere e l'altro; mentre le altre che dal centro vanno alle torri della cinta murata costituiscono gli assi dei singoli quartieri ed attraversano le piazze minori disposte al centro di questi ultimi. Sulle otto piazze minori di quartiere prospettano altrettante chiese parrocchiali, mentre sugli assi di penetrazione dall'esterno sono ubicati i mercati». Si trova così spiegato nell'autore la volontà di conciliare gli interessi del signore con chi vive la città. Non a caso non è sbagliato parlare di compromesso politico ed in un certo senso di anticipazione di epoche successive che vedranno, ancora una volta, la città come protagonista assoluta, così come vedremo nel Secolo dei Lumi. Scelte che si trovano anche in un altro nome eccellente della trattatistica del quattrocento: Francesco di Giorgio Martini, senese di nascita, (1439-1502) che pubblica il suo Trattato di architettura civile e militare. All'opposto dell'Averlino, Martini ha una personalità molto realistica ed una lunga esperienza di costruttore accompagnata anche da una sana cultura umanistica e da un profondo sentimento per la vita associata. Elviro Di Meo |
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Ragionpolitica, periodico on line n.102 del 26/3/2005 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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