RAGIONPOLITICA.it - Giornale online di cultura e politica Logo RAGIONPOLITICA.it
numero 280
6 marzo 2008
 
HOMECHI SIAMOCREDITSSCRIVI  
 
 
segnala ad un amicosegnala l'articolo ad un amico stampa l'articolostampa l'articolo

L'effetto domino della democrazia

di Stefano Magni - 26 marzo 2005

«Effetto domino» è un nome che è stato coniato all'epoca della Guerra del Vietnam per definire il contagio del comunismo nei Paesi al di fuori del blocco sovietico. Ma l'effetto domino comunista fu lento e molto sanguinoso. Il contagio della democrazia, invece, sta avvenendo in tempi molto più rapidi e quasi senza spargimento di sangue. Quando i sovietici parlavano di esportazione della loro rivoluzione, la cosa, evidentemente, allettava di più gli intellettuali europei e americani che non i popoli direttamente interessati. Altrimenti non si spiegherebbero le difficoltà e lo spargimento di sangue immani che sono stati necessari ai sovietici e ai loro alleati per rovesciare i governi e i regimi anticomunisti in Africa, in Asia e in America Latina. Mentre in Europa e in Corea del Nord la rivoluzione fu esportata direttamente con la forza di occupazione dell'Armata Rossa sovietica.

Altrettanta fatica (e dose di violenza) fu impiegata dai Sovietici per aiutare i regimi loro amici a restare al potere. Per esportare la rivoluzione comunista nel Sud Est asiatico, i sovietici appoggiarono il regime del Vietnam del Nord in una guerra che durò sedici anni: dal 1959 al 1975. I comunisti nordvietnamiti, visto che centinaia di migliaia di loro cittadini fuggivano verso il Sud anticomunista (e continuarono a fuggire anche durante tutto il periodo bellico), decisero di persuadere i compatrioti anticomunisti ad abbracciare il loro modello con la forza delle armi. Anche prima dell'inizio dell'inflitrazione di guerriglieri (Viet Cong) e soldati regolari nel Sud, i nordvietnamiti condussero una campagna terroristica contro i loro vicini meridionali, uccidendo intellettuali anticomunisti, funzionari (soprattutto i funzionari-modello che potevano costituire un esempio non comunista di buona amministrazione), ufficiali, o semplici cittadini al fine di terrorizzarli. Quando gli Americani intervennero in difesa del Sud, dopo sei anni di guerriglia e terrorismo, i nordvietnamiti avevano già fatto un bagno di sangue: una storia che non esiste, perché la Guerra del Vietnam viene studiata, di solito, solo a partire dall'intervento americano nel 1965. E spacciata, dai politici interessati, come una «aggressione imperialista» contro una rivoluzione popolare in corso. Quello del Vietnam fu il tipico metodo di esportazione della rivoluzione comunista all'estero: forza bruta contro una popolazione non consenziente. Forse anche per questo si spiega come l'«effetto domino», tanto temuto, si arrestò ai confini dell'Indocina e non andò oltre.

La stessa dose di violenza fu necessaria ai sovietici e ai loro alleati per esportare il comunismo in Africa. In Congo i cubani inviarono guerriglieri che cercarono, invano, di imporre il comunismo in territori che non lo accettarono mai, nemmeno nelle condizioni favorevoli create dalla ritirata dei coloni europei. In Etiopia, il regime di Menghistu si insediò con un colpo di Stato militare e rimase in sella dopo anni di guerra civile, solo grazie all'intervento militare sovietico-cubano. Quando questo appoggio fu levato, il regime etiope cadde di colpo. In Angola, il regime comunista che si insediò in seguito alla ritirata dei portoghesi, sarebbe stato ben presto travolto se non fosse stato sostenuto, con la forza delle armi, da un potente corpo di spedizione cubano. Tuttora si impone con la forza delle armi.

Anche nell'America Latina, il terreno «eroico» della rivoluzione, oltre a Cuba, la rivoluzione si affermò solo in Nicaragua, dove resse a stento a 13 anni di guerriglia per poi finire con la caduta del regime sandinista subito dopo il collasso dell'Unione Sovietica. In Salvador, la guerriglia, mitizzata dal film di Oliver Stone, lasciò solo una scia di morti prima di fallire. In Perù e in Colombia, la guerriglia comunista (nel primo caso maoista, nel secondo filo-sovietica) produsse solo morti e non seppe insediarsi al potere, né seppe sollevare una rivoluzione di massa. Alla fine, il tanto nominato «effetto domino» comunista coinvolse solo una manciata di Paesi, tra i più poveri del mondo ed oggi non sopravvive da nessuna parte, se non a Cuba, nel Vietnam, nel Laos e nella Corea del Nord. Tutti i Paesi da cui la gente scappa ogni giorno, anche a rischio della vita.

Forse è ancora presto per fare un confronto di lungo periodo con l'effetto domino opposto, quello democratico. Gli avversari dell'idea dell'esportazione della democrazia, ritengono che si tratti di un'imposizione violenta e citano il caso dell'Iraq. Anche in quel caso, però, la democrazia ha incominciato ad affermarsi, con il successo di prime libere elezioni a cui ha partecipato la maggioranza assoluta della popolazione locale, dopo solo due anni dal rovesciamento del regime di Saddam Hussein. Ma ciò che più conta dell'effetto domino democratico, è che l'Iraq è praticamente uno dei due casi recenti di democrazia nata dopo una guerra, assieme all'Afghanistan. Quando si parla di fallimento dell'esportazione della democrazia, si tende a dimenticare che, nel solo 1989, la democratizzazione si compì senza spargimento di sangue in Polonia, Germania Orientale, Cecoslovacchia, Ungheria, Bulgaria nell'arco di pochi mesi. Solo in Romania vi furono scontri, rapidamente risolti con un numero limitato di vittime, mentre negli altri Paesi ex-sovietici la democrazia vinse senza sparare un colpo. Tra il 1991 e il 1993, la democrazia era arrivata a gran parte dell'America Latina e anche a molte repubbliche ex-sovietiche. Oggi ci sono circa 89 democrazie liberali stabili e metà della popolazione mondiale può sostituire pacificamente il proprio governo.

L'ondata di democratizzazione a cui stiamo assistendo in questi anni è evidente quanto quella del 1989: nell'area mediorientale, le elezioni in Iraq, le prime elezioni nell'Autorità Palestinese, la sollevazione del Libano contro la dominazione della dittatura siriana, gli annunci di prime libere elezioni in Egitto da parte di Moubarak, sono tutti eventi compiuti nell'arco di soli tre mesi. Nell'Europa orientale post-comunista e nell'ex-Urss il processo di espansione della democrazia è ancor più spettacolare e, finora, non ha provocato neanche un morto: rivoluzione in Serbia nell'autunno del 2000, Rivoluzione Rosa in Georgia nel novembre 2003, Rivoluzione Arancione in Ucraina nel novembre 2004. Mentre questo articolo viene scritto, una rapida rivoluzione in Kirghizistan (anche questa, finora, non sanguinosa) ha costretto un altro dittatore dell'ex-Urss a fuggire dal Paese. Se questo non è un effetto domino.

! Stefano Magni
SCRIVI UN COMMENTO A QUEST'ARTICOLO

i migliori verranno pubblicati in queste pagine

Nome o nickname:
Titolo:
Commento:
Caratteri disponibili:


 

Iscriviti alla newsletter per ricevere gratuitamente la rivista al tuo indirizzo e-mail

IN QUESTO NUMERO

Ragionpolitica, periodico on line n.102 del 26/3/2005
Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008
Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero
© 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata
Riproduzione riservata