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Alcesti dai tanti perché

di Elena Siri - 26 marzo 2005

Perché scrivere e rappresentare un testo che non ha nulla da raccontare, da insegnare né da comunicare? Perché fare una regia senza linea e senza una sola ben che minima idea? Perché uno spettacolo teatrale si propone senza una scenografia e senza attenzione nei costumi? Perché costringere malcapitati attori a recitare malamente? Perché annoiare il pubblico per un'ora e venti minuti filati?

Ecco le domande che uno spettatore medio non può fare a meno di porsi dopo aver assistito alla rappresentazione teatrale di Alcesti o la recita dell'esilio, scritto (male!) da Giovanni Raboni e diretto (peggio!) da Cesare Lievi. Uno spettacolo che perde il mito di Alcesti e lo diluisce in uno sproloquio retorico, sentimentale nel peggiore dei modi, vano, inutile. Alcesti sacrificata non per amore del marito ma per la sciattezza e la banalità di uno spettacolo privo di pathos, di storia, di sentimento, di tradizione, di emozione.

Lo spettatore medio che assiste a questo pasticcio teatrale non sa davvero quale sia l'elemento peggiore che compone questo lavoro, se la brutta scrittura o la pessima recitazione (gli elementi di regia pressoché assenti così come la scenografia non concorrono nemmeno alla gara del peggiore in campo).

Invece gli addetti ai lavori sanno subito individuare lo scandalo più evidente: la produzione! Il CTB (Centro Teatrale Bresciano) è davvero senza vergogna nel presentare un simile allestimento; dall'alto del suo finanziamento pubblico di 30 migliaia di Euro (ultimi dati pubblicati riferiti all'attività dell'anno 2004) da parte del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali ci si aspetta davvero qualcosa di più.

Purtroppo in Italia sulla qualità dei progetti realizzati con i soldi pubblici non c'è controllo da parte ministeriale e questa è una delle peggiori lacune del nostro sistema di sovvenzioni. Talvolta si sente dire che «il controllo di merito non è possibile: chi stabilisce cosa è bello e cosa no?». Intanto a questa obiezione si può rispondere che, al di là del gusto personale e delle proprie private opinioni c'è un limite oggettivo nel linguaggio e nell' estetica teatrale sotto il quale non si può e non si deve scendere. Nel caso poi di produzioni effettuate con i soldi pubblici questo limite diventa invalicabile per un criterio di oggettiva responsabilità e trasparenza nei confronti dei contribuenti.

Ma all'obiezione si può dare un'ulteriore argomentazione: fra i criteri da utilizzare è possibile inserire anche la risposta del pubblico. L'interesse del cittadino ad un determinato tipo di spettacoli e alla qualità delle produzioni può già essere un elemento di selezione: non è certo un caso che Alcesti del CTB conti in una serata in abbonamento, nella stagione del Teatro Stabile di Genova, poco più di trenta persone in sala e che invece un qualunque spettacolo di Massimo Castri o di Tato Russo o anche di Juri Ferrini - per restare nel genere del teatro classico - faccia i pieni ovunque con testi certamente non «di cassetta».

Il segno della crisi del teatro in Italia è anche un segno di stanchezza del pubblico nel vedersi costretto ad una scelta di spettacoli in abbonamento costruita su una logica di scambi tra Teatri Stabili che sempre più raramente investono in qualità e innovazione. Troppo spesso i direttori di questi carrozzoni parastatali non ricercano l'arte e la qualità nei progetti, nei testi e negli artisti di tutto il mondo per riproporla nella loro città, ma salvaguardano il loro privilegio e i loro interessi privati blindando i loro cartelloni e riempiendoli con datati e ripetitivi scambi di produzioni sovvenzionate (o «coprodotte») tanto costose quanto insignificanti.

Così lento e inesorabile muore il teatro italiano...e intanto lo spettatore, che deve fare i conti anche con il caro vita, si chiede : perché pagare il biglietto per vedere questa improbabile Alcesti?...Come non dargli ragione!

! Elena Siri
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