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Importanza e attualità dell'anticomunismo in vista del 2006di Gianteo Bordero - 2 aprile 2005 Con un'efficace espressione Sandro Bondi li ha definiti, durante l'ultimo Consiglio Nazionale di Forza Italia, i «signori col ditino alzato». Faceva riferimento, il coordinatore nazionale degli «azzurri», ai rappresentanti dei Ds, che proprio in quei giorni - eravamo agli inizi dello scorso febbraio - celebravano al Palalottomatica di Roma il loro Congresso. Un Congresso da molti definito come momento della «svolta riformista» del partito erede del Pci. Come non ricordare - ad esempio - le affermazioni di Fassino su Craxi e sulle elezioni irachene? Molti quotidiani che «guardano a sinistra», allora, titolarono entusiasti che era fiorito anche in Italia un partito della «moderna socialdemocrazia», che i conti col passato comunista erano definitivamente chiusi e che, di rimando, erano ormai privi di significato gli «allarme rosso» lanciati dal presidente del Consiglio Berlusconi. Sempre in quei giorni, però, noi di Ragionpolitica assumemmo un'altra lettura dell'assise diessina, dicendo che quella del Palalottomatica era stata l'ennesima operazione di maquillage politico, l'ennesima «svolta linguistica» cui, nei fatti, non sarebbe seguita alcuna svolta politica reale. E solo pochi giorni dopo fummo confermati, in questa convinzione, dal voto contrario dei Ds al rifinanziamento della missione irachena «Antica Babilonia»: le belle parole di Fassino erano rimaste, appunto, solo belle parole. A fine febbraio, poi, ospitammo sulle pagine della nostra rivista un intervento di Fabrizio Cicchitto, intitolato «La continuità dei comunisti». In esso, il vice-coordinatore nazionale di Forza Italia affermava che «la carta di identità della sinistra di oggi [...] porta la fotografia del partito comunista più importante dell'Occidente europeo». Dopo aver ripercorso, con dovizia di particolari storici e politici, la vicenda del Pci e del suo legame con l'Unione Sovietica, Cicchitto concludeva: «Il comunismo sembra morto, e di certo le sue terribili forme storiche non sono oggi riproponibili; ma l'idea è viva e produce odio misto ad una pratica politica inaccettabile fatta di calunnia e slealtà, di menzogna e progettualità antidemocratica». Sarebbe dunque una lettura errata, oggi, quella che applicasse il termine «anticomunismo» soltanto in riferimento a Rifondazione Comunista e al suo leader, Fausto Bertinotti. Sarebbe un errore politico e prospettico non da poco, una sorta di scambio di persona che comporterebbe una legittimazione «moderata» di coloro che, invece, rimangono i protagonisti indiscussi dell'eredità comunista in Italia, ossia i Ds. Di là dai cambi di nome (Pci-Pds-Ds) vi è una incontestabile continuità tra quella che fu la classe dirigente del Partito Comunista italiano e quella che è la classe dirigente del maggior partito dell'attuale opposizione italiana. Ma vi è, oltre a tale continuità, un dato politico e culturale ancora più interessante, che segna come il filo rosso che percorre tutta la storia del comunismo italiano dal dopoguerra in poi. E' quella che potremmo chiamare la «cultura del potere». Ed è proprio su questo punto che è importante non lasciarsi trarre in inganno dalle «svolte» annunciate, dai cambiamenti di nome, dagli editoriali dei giornali che fanno opinione. E' su questo punto che è teso il tranello da chi vorrebbe mettere al bando, nella politica e nella cultura italiane, il termine «anticomunismo». Il pericolo non sta soltanto nel dichiarato ed esplicito desiderio di Bertinotti di «rifondare» il comunismo, quanto piuttosto nel nascondimento dei «veri» comunisti sotto le maschere del «riformismo», della «moderna socialdemocrazia», della «sinistra europea di governo». Proprio lo stesso Bertinotti è stato a modo suo illuminante durante l'ultimo Congresso di Rifondazione, tenutosi a Venezia poche settimane fa. Nel suo intervento conclusivo, rispondendo alle critiche dell'opposizione interna trozkista-leninista, egli ha fatto riferimento alla «critica del potere» come elemento essenziale del suo partito: «Che cosa saremmo noi oggi - ha detto Bertinotti - senza quelle che sono chiamate le svolte, senza la rottura contro lo stalinismo, senza la scelta di Genova e il movimento, senza la critica del potere, senza la non-violenza, senza la sinistra europea, senza la proposizione della sinistra alternativa?». Quello del segretario di Rifondazione dunque, si configura piuttosto come una sorta di «comunismo eretico» rispetto a quella che è stata ed è l'«ortodossia» comunista così come l'ha conosciuta il nostro Paese. Un'ortodossia che trova nella «cultura del potere» la sua ragion d'essere, il motivo fondante della lotta politica. Questa «cultura del potere» è ciò che segna ancora oggi nel profondo i DS, veri eredi del Partito Comunista italiano. Ogni «svolta linguistica», ogni dichiarazione apparentemente aperta ad accogliere le ragioni dell'avversario politico, ogni apparente ripensamento non corrisponde all'abbraccio definitivo e maturo con la cultura della libertà, della sussidiarietà, del primato della persona, ma è come il cavallo di Troia con cui i diessini tentano di varcare la soglia del potere, di assumerne tutti i gangli e controllarne tutte le sfaccettature. Per cui Fassino si può permettere, come ha fatto di recente in una sua intervista a La Stampa, di criticare il relativismo culturale e di cogliere alcuni aspetti positivi della politica estera di Bush, senza che questo comporti un cambio netto nella rotta politica, un riconoscimento genuino dei propri errori storici, una disponibilità a un confronto leale e civile con l'altra parte politica. Loro restano, come ha detto Sandro Bondi, i «signori col ditino alzato». Proprio per la cultura del potere per il potere, che è l'ultima cosa reale che gli resta dopo l'implosione del sistema sovietico, continuano a ritenersi i depositari politici di una verità superiore, legittimati a dare una patente di cittadinanza politica e culturale a ciò che in un determinato momento può essere funzionale alla presa del potere da parte loro (ne ha parlato la scorsa settimana, sulle pagine di questa rivista, Sandra Giovanna Giacomazzi). Come ha scritto Angelo Panebianco (citato da Antonio Socci in un suo recente articolo) facendo riferimento agli intellettuali comunisti: «Dopo l'89, crollato il comunismo sovietico, tutti quelli che avevano avuto torto [...] hanno per lo più fatto finta di niente, non si sono dati pena, pur essendo di solito molto ciarlieri, di sottoporre a riesame critico i propri giudizi e pregiudizi di allora. Non è facile indicare, e comunque si contano sulla punta delle dita, gli intellettuali di sinistra che abbiano fatto pubblici conti con il proprio passato di fiancheggiatori di quel movimento politico. I più [...] hanno preferito soprassedere, fingere di non ricordare». Per avere conferme su queste cose, basta chiedere ai rappresentanti di Forza Italia nei Comuni, nelle Province, nelle Regioni amministrate dai diessini e dai loro alleati. Basta ascoltare le parole che testimoniano ancora di un modo di gestione del potere fine a se stesso, più o meno silenziosamente invadente, pervasivo, cinico, spregiudicato. Questa stessa gestione spregiudicata, cinica e pervasiva è ciò che attenderebbe l'Italia in caso di una vittoria elettorale dell'Unione alle elezioni politiche del 2006. Per questo è importante portare avanti con decisione la battaglia anticomunista avendo ben presente in riferimento a chi e a che cosa oggi si può parlare di «comunismo». La sfida per Forza Italia, ancora una volta, starà nella sua capacità di saper parlare agli italiani il linguaggio della vera libertà, dei veri valori, della vera politica, intesa come impegno genuino per il bene comune.
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Ragionpolitica, periodico on line n.134 del 4/11/2005 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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