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Liberté, Legalité, Fraternité: Rousseau tra religione e leggedi Paolo Della Sala - 2 aprile 2005 Allora per non essere giudicati tutti si affrettano a giudicare. Che vuole, l'idea più naturale nell'uomo, l'idea che gli viene ingenuamente, come dal fondo della sua natura, è quella della propria innocenza.[...]Perciò il delitto trova sempre avvocati e l'innocenza solo a tratti.[...]Visto che Dio non è più di moda, bisogna scegliersi un padrone. [...] Guardi i moralisti, così seri, che amano il prossimo e il resto, non c'è niente alla fine che li distingua dai cristiani tranne il fatto che non predicano in chiesa. [...] Ho conosciuto un romanziere ateo che pregava ogni sera. [...] Insomma il loro è un satanismo virtuoso [...] soprattutto non vogliono né la libertà né le relative sentenze, implorano un'autorità che li costringa, inventano regole terribili, corrono ad innalzare roghi per sostituire le chiese. Tutti Savonarola, le dico. Però credono solo nel peccato, mai nella grazia. (Albert Camus, La Caduta) La morte per inedia imposta a Terri Schiavo richiede, al di là delle considerazioni in merito, una riflessione sul potere dei giudici e della legge nelle società contemporanee: non vi è nulla al di sopra delle Leggi? Il Giudice incarna la figura del Sovrano, in quanto amministratore e somministratore della Legge. Pochi mesi fa il giudice Clementina Forleo ha decretato la non colpevolezza di alcuni cittadini islamici, e nel contempo ha querelato i politici che hanno criticato in toto il suo procedimento. Se i politici possono essere giudicati, chi giudicherà il giudice, forse il CSM, il suo organo di "autogoverno"? Perché, in una società politicamente corretta e livellata come quella occidentale, il ruolo dei giudici è invece simile a quello della casta sacerdotale egizia? Per rispondere a queste domande, occorre tornare al momento in cui la legge e il potere sono stati ridistribuiti, in particolare allo studio di J.J. Rousseau sulla forma delle relazioni sociali tra gli uomini, Il Contratto sociale. Secondo Rousseau, «per un uomo la peggior situazione è essere alla discrezione di un altro» (Robert Derathé, introduzione a Il Contratto sociale). Rousseau in questo concorda con i pensatori liberali inglesi e con i liberal-riformisti francesi di scuola ugonotta, come de la Boétie: la tirannia è un male assoluto. Il problema però sono le scelte che si effettueranno per combattere i tiranni. La strada di Rousseau è quella del socialismo di stato, del giacobinismo "temperato", del menscevismo. Si tratta di una linea divergente da quella del liberalismo: «non c'è che la forza dello Stato che faccia la libertà dei suoi membri». Il cittadino non deve più dipendere dal monarca ma dalla Volontà Generale, l'entità metafisica sostituta del Sovrano. «Tutta l'argomentazione del Contratto Sociale - ed è la parte più difficile da comprendere - tende a dimostrare che il cittadino resta libero se si sottomette alla volontà generale. Questo presuppone che la volontà generale sia anche la sua, come dice l'autore in parecchi passi del suo trattato. Ora, ciò è possibile solo se il cittadino fa astrazione del suo io individuale per integrarsi totalmente nella città. [...] Da qui la necessità di trasformare l'uomo in cittadino attraverso l'educazione pubblica, di "darlo interamente allo Stato", di fare infine - secondo l'impressionante formula dell'Emile - "ch'egli ami la patria fino all'esclusione di sé".» (Derathé, cit.) Come si vede, lo stato giacobino presuppone che il cittadino si trasformi in una formica asservita al Bene superiore, sacrificando a questo le proprie stesse idee (tale è la scelta dell'educazione "di Stato"). Si tratta di argomenti all'ordine del giorno per almeno 150 anni, a partire dalla dottrina dello Stato Etico di Hegel, dalla teoria dello Stato socialista di Marx ed Engels, fino alle pratiche totalitariste del ‘900. Le leggi«Quando dico che l'oggetto delle leggi è sempre generale, intendo dire che la legge considera i sudditi come corpo collettivo e le azioni come astratte, mai un uomo come individuo, né un'azione particolare» (Rousseau, Contratto sociale, VI). Come si vede, le azioni sono considerate astratte, ciò le assoggetta al Potere, reso invisibile dall'azione della Volontà generale, trasformato e incarnato nel suo apparato burocratico, dal funzionario di banca al singolo giudice kafkiano. Nella religione rousseauiana non c'è colpa nel singolo, ma solo una colpa collettiva: «se lei dice a un criminale che la sua colpa non dipende né dalla sua natura, né dal carattere, ma da circostanze sfortunate, gliene sarà violentemente riconoscente. Durante l'arringa sceglierà proprio quel momento per piangere. [...] Quei bricconi vogliono la grazia, cioè l'irresponsabilità». (Albert Camus, La Caduta) Se il criminale fa parte di una classe o di una "parte politica" nemica della "Volontà generale", allora egli verrà giudicato colpevole indipendentemente dalla sua innocenza personale; se viceversa il criminale è un ladro "povero" in una società con egemonia culturale socialista, egli verrà giudicato innocente indipendentemente dalla sua colpevolezza personale: sarà la società imperfetta ad averlo spinto al crimine. Rousseau, infatti, nega la presenza del male, della colpa, del peccato, nei soggetti che vivono nello stato di Natura. All'opposto del libro del Genesi, e in accordo con l'ecologismo pangermanista (lo "Spirito del Volk"), l'uomo secondo natura è buono, e dev'essere guidato dai sacerdoti invisibili custodi della "indistruttibile" Volontà Generale. Rousseau individua i sacerdoti della Legge, mutuandoli dallo Stato della antica Roma: si tratta di «una magistratura speciale, che non fa corpo con le altre [...] Questo corpo, che chiamerò tribunato, ha il compito di tutelare le leggi e il potere legislativo. [...] [Il tribuno] è più sacro e riverito, come difensore delle leggi, del principe che le eseguisce e dello stesso corpo sovrano che le fa». Il tribunato, avverte Rousseau, rischia di degenerare esso stesso in tirannia «quando usurpa il potere esecutivo, del quale è soltanto il moderatore, e quando vuole ordinare l'esecuzione delle leggi, che devo solo proteggere». Pertanto «il miglior mezzo per prevenire le usurpazioni di un corpo così formidabile, potrebbe essere quello di non renderlo permanente, ma di stabilire degli intervalli durante i quali restasse soppresso». La qual cosa non è mai avvenuta: i tribuni della legge non revocano se stessi. Per questo motivo già Kafka legge il mondo burocratizzato dalla Legge come un universo finzionale, un teatro nel quale giudici e avvocati non sono tali se non formalmente, e anzi si comportano come bambini o come attori. La metamorfosi della Legge, da Codice di norme a organo che tutela lo Stato in nome del Bene, passa attraverso la demolizione della religione. Non si deve dimenticare che tribuni non sono solo i giudici, ma tutti coloro che scelgono di militare in nome e in favore della nuova religione civile predicata da Rousseau e dai suoi epigoni: militanti di partito, intellettuali, giornalisti. Ecco i tribuni del popolo. ReligioneRousseau oscillò per tutta la vita tra cattolicesimo e protestantesimo. In realtà il punto finale, e culminante, del Contratto sociale ha come titolo Della religione civile, ed è un atto demolitorio di ogni chiesa. Si tratta dello stesso processo che ha portato alla formazione di una Costituzione europea basata sul riconoscimento di radici culturali nella Rivoluzione francese e non sui valori della cristianità. Rousseau studia il politeismo greco-romano con criteri politici: esso derivava dal fatto di "mettere Dio alla testa di ogni società politica". Così ogni città aveva il proprio Nume. Ma i pagani subordinavano la fede alla politica: quando un popolo ne conquistava un altro, imponeva il proprio dio a quello sconfitto, il tutto con un procedimento al quale nessuno si ribellava. Al contrario: «quando gli Ebrei, assoggettati ai re di Babilonia, e in seguito a quelli della Siria, vollero ostinarsi a non riconoscere altro Dio che il loro, questo rifiuto, considerato come una ribellione contro il vincitore, attirò su di loro le persecuzioni». Lo stesso avvenne anche dopo che Gesù «venne a stabilire sulla terra un regno spirituale; che separando il sistema teologico da quello politico, fece sì che lo Stato cessasse di essere uno e cagionò le divisioni intestine che non hanno mai cessato di agitare i popoli cristiani. Ora, questa nuova idea di un regno dell'altro mondo, non essendo mai potuta entrare nella testa dei pagani, i cristiani furono sempre considerati da loro come veri ribelli» che simulavano la sottomissione a Cesare. Ma Rousseau va oltre: la pretesa del potere temporale da parte della Chiesa di Roma «ha reso impossibile ogni buon ordinamento negli Stati cristiani; e non si è mai potuto venire a capo di sapere a chi si dovesse obbedire, se al signore o al prete». Gli arabi, per Rousseau, stabilirono delle "regole molto sane", unificando i due poteri nelle mani dei Califfi discendenti di Maometto. «Ma divenuti fiorenti, colti, civili, fiacchi e vili, furono soggiogati dai barbari; allora ricominciò la divisione tra i due poteri [civile e religioso] [...] essa esiste tuttavia, soprattutto nella setta di Alì [gli Sciiti]; e vi sono stati, come la Persia, dove non cessa di farsi sentire». Quale dev'essere dunque il corretto rapporto tra Stato e Religione? Secondo Rousseau vi sono tre tipi di relazione. Quella peggiore è «la religione dei lama, quella dei giapponesi, il cristianesimo romano», in quanto «in questo modo si danno agli uomini due legislazioni, due capi, due patrie, li si sottomette a doveri contraddittori». Questa forma di società è "cattiva", in quanto «tutto ciò che rompe l'unità sociale è sbagliato». Un'altra soluzione «riunisce il culto divino e l'amore delle leggi, facendo della patria l'oggetto dell'adorazione dei cittadini, insegna loro che servire lo Stato significa servirne il dio tutelare.» E' una teocrazia laica, foriera di incubi molto bene preconizzati dallo stesso Rousseau: «diventando esclusiva e tirannica rende un popolo sanguinario e intollerante: esso respira allora in un clima di assassinio e di massacro e crede di fare un'azione santa uccidendo chiunque non ammetta i suoi dei. Ciò mette un tal popolo in uno stato naturale di guerra con tutti gli altri». Si tratta degli incubi totalitari del Novecento. Rimane allora la forma sociale nella quale lo Stato si incontra col cristianesimo evangelico, nella quale gli uomini si riconoscono tutti fratelli e figli dello stesso Dio. «Ma questa religione, non avendo alcun legame particolare col corpo politico, lascia alle leggi la sola forza che esse traggono da se stesse senza conferirne loro alcun'altra [...] Inoltre, invece di far sì che i cuori dei cittadini si affezionino allo Stato, li distacca da esso come da tutte le cose di questo mondo.» Siamo di fronte agli stati liberali cristiani: negli Stati Uniti come nell'Inghilterra della rivoluzione liberale. Ma anche questa soluzione viene respinta, perché il male è proprio in uno dei due termini dell'equazione Stato-Religione: «il cristianesimo non predica che servitù e dipendenza. Il suo spirito è troppo favorevole alla tirannia perché questa non ne approfitti sempre. I veri cristiani sono nati per essere schiavi». La scelta non può che essere quella di una dichiarata ed esplicita religione civile. «Vi è dunque una professione di fede puramente civile, della quale spetta al corpo sovrano fissare gli articoli, non precisamente come dogmi di religione, ma come sentimenti di socialità senza i quali è impossibile essere buon cittadino o suddito fedele. [...] I dogmi della religione civile devono essere semplici, pochi di numero, enunciati con precisione, senza spiagazioni né commenti. L'esistenza della divinità potente, intelligente, benefica, previdente e provvida, la vita futura, la felicità dei giusti, il castigo dei malvagi, la santità del contratto sociale e delle leggi: ecco i dogmi positivi. In quanto ai dogmi negativi, io li limito a uno solo: l'intolleranza.» Dove l'intolleranza è quella di chi pensa che sia possibile convivere in pace con delle "persone che crede dannate". Per Rousseau l'intolleranza è nel genoma del cristiano. La religione civile, al contrario, avendo reciso la fede cristiana, è Bene per definizione, e «chiunque osi dire: "Fuori della Chiesa non v'è salvezza", deve essere espulso dallo Stato». Come in Sartre, che diceva l'inferno essere "gli altri", anche per il laicismo acritico (come per l'islam) l'inferno è insito nel cristianesimo, mentre è assente dalla religione civile basata su eguaglianza, fraternità e legalità, così come sono uscite dalla Rivoluzione francese. Rousseau è il filosofo di riferimento per l'Unione Europea franco-renana. Bisogna saperlo.
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Ragionpolitica, periodico on line n.103 del 2/4/2005 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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