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numero 280
6 marzo 2008
 
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La Costituzione non è il Vangelo

di Simone Rosti - 2 aprile 2005

Anch'io avrei preferito un'Assemblea Costituente. Avrei cioè desiderato che la Costituzione della Repubblica Italiana fosse modificata con un largo accordo tra tutte le forze politiche del Paese. Ma, come rilevato da Gianni Baget Bozzo, sebbene una parte minoritaria della sinistra si renda conto, tacitamente, della necessità di aggiornare la Carta fondamentale dell'Italia, non vi è alcuna volontà di procedere con le riforme. Ecco che allora chi ha la responsabilità di governare e chi aveva nel proprio programma, accolto dalla maggioranza degli italiani con le elezioni del 2001, la riforma dell'assetto istituzionale dello Stato, deve procedere. Non voglio approfondire le questioni politiche, ottimamente delineate nel sopraccitato articolo di Gianni Baget Bozzo.

Tuttavia desidero chiarire perché la modifica della Costituzione non è un attentato alla democrazia. Anzi, è un bene per essa e per tutto il popolo italiano che, a maggior ragione, sarà chiamato alle urne per il referendum confermativo, una volta approvata la riforma in seconda lettura.

Per analizzare ciò si deve partire da una premessa. Cos'è la Costituzione? E' l'insieme delle norme fondamentali che disciplinano i rapporti fra Stato e cittadino, che delineano l'architettura istituzionale dello Stato medesimo, che raccolgono i valori e i principi ispiratori della Carta e le norme sulla produzione del diritto.

Ciò che ci interessa sottolineare è che esistono due Costituzioni: quella formale (cioè quella scritta) e quella sostanziale, vale a dire quella serie di rapporti tra i vari attori della società e di indirizzi che la stessa società ha espresso in un dato momento e che i costituenti hanno dovuto interpretare per mettere, in termini grezzi, «nero su bianco». In una democrazia liberale, insomma, la Costituzione non è rappresentata dai desiderata di un partito o di una singola persona, ma la responsabilità dei costituenti sta nel creare una carta fondamentale che sgorghi dalle esigenze del popolo in un dato momento storico.

Questo è il passaggio fondamentale. La Costituzione non è eterna. La società si evolve: le nuove dinamiche economiche, sociali e politiche (pensiamo solo alla globalizzazione) spingono la società ad avere esigenze diverse nei decenni. Per dirla in altri termini: una bella ragazza che si specchia a vent'anni non potrà avere la stessa immagine riflessa a settanta, a meno che faccia un patto con il diavolo e si ritrovi, come il personaggio di Oscar Wilde, morta. Oppure potrebbe farsi un lifting, ma il corpo (in cui comunque si trovano i tratti di una persona anziana) sarebbe artificioso, cioè non vero, non reale.

Se il realismo ci impone di guardare alla realtà in tutti i suoi fattori, dobbiamo renderci conto che l'Italia è mutata. Il popolo italiano sessant'anni fa aveva delle esigenze, oggi ne ha altre. Il Paese nel 1948 si rispecchiava in una Costituzione: oggi non vi si rispecchia più, a meno che non lo si voglia forzare. E allora è giusto procedere ad una riforma costituzionale che aggiorni quella esistente, delineando un'architettura delle istituzioni più efficiente, in linea con le richieste della società italiana.

Prendiamo il caso della Francia. Oggi, nel Paese transalpino, vige una Costituzione introdotta nel 1958 e che stabilisce un assetto istituzionale e insieme di relazioni cittadino-Stato diverse da quelle di cento anni prima. E' la cosiddetta Quinta Repubblica. Pochi sanno che la Costituzione francese precedente a quella attuale rimase in vigore per soli dodici anni (integrata tra l'altro da modifiche introdotte nel 1954). I politici francesi eletti all'Assemblea Nazionale, consci dell'inadeguatezza di tale carta (in particolare dovuta all'instabilità ministeriale e alla incapacità di far fronte alle sanguinose agitazioni in Algeria) si presero la responsabilità di conferire al governo presieduto dal generale De Gaulle l'incarico di predisporre un progetto di riforma della Costituzione, da approvare successivamente tramite referendum popolare. Così accadde e il 4 ottobre 1958 fu promulgata la nuova Costituzione della Repubblica Francese.

Il caso sopradescritto potrebbe apparire poco attuale. Allora, per una maggiora evidenza empirica, prendiamo ad esempio due realtà sopranazionali: le Nazioni Unite e l'Unione Europea. L'organizzazione internazionale guidata da Kofi Annan è agli occhi di tutti inadatta ad affrontare le sfide politiche del mondo odierno. La tanto discussa e iniqua proposta di riforma del Consiglio di Sicurezza non è comunque adeguata a rispondere alle nuove esigenze. Come per il nostro Paese, il villaggio globale non è più quello di cinquant'anni fa. Le Nazioni Unite sono da riformare radicalmente perché appaiono come un mostro burocratico, antidemocratico, inutile e spesso dannoso. I membri permanenti del Consiglio di Sicurezza (Francia, USA, Gran Bretagna, Cina e Russia) rappresentano il mondo di Yalta, non quello della globalizzazione. Tuttavia, per seguire gli interessi nazionali (come è giusto che sia nelle relazioni internazionali) si rifiutano di procedere a radicali cambiamenti. In altri termini: l'Onu non funziona perché non è adatto a rispondere alle esigenze dei popoli: se non procederà al rinnovamento sarà sempre più una macchina bruciasoldi.

L'Unione Europea è il caso opposto. L'integrazione economica, arrivati a un certo punto, non è più bastata: i governi europei si sono resi conto che i popoli e le società del vecchio continente richiedevano qualcosa di più. Ecco che allora il Trattato Costituzionale europeo è stato scritto. Dai Trattati di Roma del 1957 alla firma del 2004, passando per l'ingresso di nuovi membri, l'Atto Unico, Amsterdam, Nizza e via dicendo, c'è sempre stato un continuo aggiornamento delle esigenze della società, messe nero su bianco dai governanti. Certo si possono discutere scelte opinabili, si può evidenziare la richiesta di colmare un gap democratico ancora marcato, si deve ammonire una burocrazia troppo potente, ma la dinamica di aggiornamento del processo d'integrazione dimostra che se non si fanno passi in avanti non si rimane fermi: si torna indietro.

Il caso italiano è ancor più evidente: gli ultimi anni di stabilità e di governabilità devono essere coadiuvati da un contesto favorevole. Ecco perché un premier più forte (legittimato dai cittadini), un esecutivo più efficiente, il riconoscimento del ruolo delle Regioni (nell'ottica di quel principio necessario nel rapporto cittadino-stato che è la sussidiarietà) e via dicendo sono passaggi necessari. E chi grida di attentato alla Costituzione fa bene: è una carta fondamentale, non il Vangelo. L'attentato a una Costituzione di sessanta anni fa mi sta bene perché norme obsolete, spesso anacronistiche e, soprattutto, non adeguate alle richieste del popolo italiano, sono da modificare. Per il bene del Paese e delle generazioni future.

! Simone Rosti
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