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Anni Settanta: piani sovietici d'invasioneLettera al Presidente Francesco Cossigadi Gianni Donno - 2 aprile 2005 Nelle numerose rievocazioni del Presidente Cossiga sulla storia del primo cinquantennio repubblicano apparse nel tempo in diverse sedi, vi sono importantissimi elementi di conoscenza e di comprensione per molte delle vicende, ma anche alcune zone d'ombra. Che sarebbe molto utile che il Presidente contribuisse ad illuminare. Iniziando dalle sue dichiarazioni nell'audizione in Commissione stragi del novembre 1997, durante la quale Cossiga affermò testualmente: «nel 1966, quando divenni sottosegretario alla Difesa ebbi un briefing con un funzionario, che mi riferì che a quell'epoca il Partito comunista italiano era ancora strutturato su tre livelli. La struttura del Partito comunista vera e propria entro cui, come poi ha dichiarato con molta onestà ed ha confermato Zagladin, esisteva la cosiddetta amministrazione speciale di cui erano al corrente in un secondo momento solo il segretario del Partito e il capo della segreteria (quindi prima Longo e Cossutta, poi Berlinguer e Cervetti). Esistevano due altre strutture. La struttura paramilitare, sia ben chiaro, nulla ha a che fare con il cosiddetto Triangolo rosso. Tant'è vero che, come è noto, Togliatti, quando accaddero questi episodi, si precipitò a parlare in quelle Federazioni [Cossiga parla a questo punto dell'omicidio di don Pessina, n.d.r.].[Si ponga attenzione a quest'ultima succinta affermazione sull'esistenza della "seconda struttura" del Pci, su cui Cossiga non ritornerà più nell'audizione! n.d.r.]. «L'altra struttura [quindi la terza, n.d.r.] era quella di cui avete senz'altro letto, perché se ne può trovare traccia in qualunque testo sulla storia del Partito comunista: si trattava di una struttura clandestina, un partito parallelo, che veniva tenuto dormiente per il caso che il Partito comunista venisse dichiarato illegale, in modo che potesse essere subito sostituito da una struttura in grado di funzionare...Si trattava di una struttura difensiva del partito comunista, organizzata certamente dal Comitato per la politica estera del partito comunista dell'Unione sovietica con l'aiuto del Kgb. Non è stata considerata illegale in quanto era una struttura puramente difensiva: una Gladio [Stay behind, n.d.r.] alla rovescia, dotata di stazioni trasmittenti. Mandarono in Unione sovietica a fare dei corsi quindici o venti persone, come risulta dagli atti della Procura della Repubblica, nell'eventualità che il Partito comunista legale fosse dichiarato illegale.» Presidente Pellegrino: «e anche nell'ipotesi in cui potesse verificarsi una involuzione autoritaria della situazione italiana?». Cossiga: «sì certamente. Tant'è vero che, benché si trattasse di una struttura clandestina, l'autorità giudiziaria di Roma ha chiesto l'archiviazione anche dopo aver accertato che i fatti contestati erano veri: si trattava infatti di un'attività non rivolta contro lo Stato italiano, perché prepararsi a far fuggire persone dall'aeroporto dell'Urbe, addestrarsi a truccarle o altre attività del genere non vedo in quale altro modo potessero esser giudicate». Come si può leggere, quindi, sul secondo livello organizzativo del Pci, cioè sulla struttura paramilitare, che è quella che giornalisticamente è stata definita "Gladio rossa", Cossiga dice poco o niente. Fra le due strutture menzionate da Cossiga (quella paramilitare e quella clandestina) si è fatta una voluta confusione in questi anni, da studiosi vicini alla sinistra nonché da magistrati. Ma è proprio sull'Apparato paramilitare riservato (e non certo sulla struttura clandestina del Pci, che avrebbe svolto il semplice compito di protezione e di fuga per i dirigenti), che si son particolarmente soffermati la ricerca nelle Commissioni Stragi e Mitrokhin, nonché il dibattito storiografico e politico e le testimonianze di questi anni. Per la semplice ragione che le ipotesi giudiziarie di "organizzazione di banda armata", "spionaggio", "intelligenza con una potenza straniera ostile" (se mi è consentita questa semplificazione terminologica) non possono che riguardare la struttura paramilitare e non certo quella clandestina di protezione, o "difensiva" che dir si voglia. Ed insieme alle ipotesi giudiziarie, tutto il dibattito storico-politico è ruotato intorno al fatto che se il Pci avesse in effetti avuto una struttura armata illegale, con collegamenti con l'Urss (istruttori, piani insurrezionali, campi di addestramento nei paesi dell'Est e via dicendo), sarebbe risultato assai difficile sostenerne la "democraticità" e la sua fedeltà alla Costituzione. Come dire che, alle origini dello Stato repubblicano, alcuni dei suoi promotori al contempo ne organizzavano in armi la più seria minaccia all'esistenza. La minaccia consistette nella ipotesi di uno scatto rivoluzionario per impadronirsi del potere (e portare a compimento il moto resistenziale dei comunisti) o, tramontata questa eventualità, a seguito delle elezioni del 18 aprile 1948, per sostenere, in funzione di "quinta colonna" nelle retrovie occidentali, un eventuale conflitto fra i due blocchi nello scenario europeo. Questa seconda ipotesi, affacciata nel mio lavoro in Commissione stragi e adesso resa molto fondata dal Presidente della Commissione Mitrokhin, senatore Guzzanti, è stata a lungo negata da storici e politici vicini alla sinistra. Un negazionismo che in questi anni si è venuto incrinando, di fronte all'evidenza della nuova, crescente documentazione disponibile, ma che ha visto molti anziani esponenti del Pci saldamente attestati nel rifiuto. Tant'è che lo scorso anno, in Senato, in occasione del dibattito sul libro di Zaslavsky sullo stalinismo nella sinistra italiana, Emanuele Macaluso ha riconfermato con nettezza il suo diniego circa l'esistenza della "Gladio rossa", mentre immediatamente prima il Presidente Cossiga aveva ricordato a chiare lettere che quella struttura non solo esisteva, ma, con ogni evidenza, era illegale, anticostituzionale. Qualche giorno addietro, finalmente, nuova luce ha illuminato la importante questione. Nella sua lunga lettera il Giornale (16 marzo), in risposta alle dichiarazioni del senatore Guzzanti, che alcuni giorni prima aveva parlato di piani militari sovietici d'invasione dell'Europa, nei primi anni Settanta, con ricorso anche a ordigni nucleari di bassa portata, Cossiga precisa: «durante la politica di solidarietà nazionale il primo punto all'ordine del giorno del Comitato di Sicurezza dell'Alleanza Atlantica, cui parteciparono i nostri servizi di sicurezza, riguardava la forza e la possibilità di dispiegamento politico e militare dei Partiti comunisti d'Italia, di Francia e degli altri Paesi occidentali e la valutazione della loro capacità di sostegno politico militare ad una eventuale forza d'invasione». Con ogni evidenza, Cossiga si riferisce al Comitato Speciale della Nato, i cui archivi sono ancora di fatto inaccessibili, ma di cui, per puro caso, ho trovato tra le carte del Ministero dell'Interno e pubblicato nella mia Relazione-libro sulla "Gladio Rossa" (editore Rubbettino) un importante documento in minuta (pp. 484-97). Si tratta dei periodici questionari di informazioni sul tema "Attuali minacce alla sicurezza in dipendenza dell'attività comunista nei paesi della Nato", che il Comitato speciale, presieduto da D. L. Stewart, inviava ai Ministeri degli Interni dei paesi alleati. La data è luglio 1959. La risposta del ministero dell'Interno italiano è dello stesso mese. Il Comitato speciale Nato, fra l'altro, chiede notizie sul "Valore dei partiti comunisti e delle organizzazioni paracomuniste come strumento di infiltrazione, di sovversione, di spionaggio e di sabotaggio; di propaganda, di azione di massa", con due domande precise: «esistono indizi di reclutamento di spie e di sabotatori in seno al partito o alle sue "filiali"?»; «esistono indizi di un piano di azione predisposto dal partito in caso di guerra?». Le risposte italiane sono: «il partito ha istruito i propri attivisti per la raccolta di notizie ed informazioni». E sul secondo quesito: «per il caso di guerra il partito, mobilitando tutti i suoi attivisti, è in grado di iniziare movimenti di reazione, destinati a trascinare le masse. Si ritiene che il partito, per tale eventualità, abbia predisposto piani di azione che dovrebbero essere attuati localmente a mezzo di squadre speciali: dal successo che si ripromette di ottenere inizialmente, il partito potrebbe attuare, opportunamente adattandoli, i ben noti piani insurrezionali che fanno parte della tecnica comunista di ogni paese». Quindi, sin da pochi anni dopo la costituzione del Patto di Varsavia (novembre 1955), la Nato svolgeva le indagini di cui Cossiga parla per il periodo successivo, cioè per gli anni Settanta. Le "squadre speciali", di cui fa menzione la risposta italiana, erano gruppi di armati del Pci, già da tempo rilevati dai servizi italiani in diverse province del Centro-nord, per il cui addestramento (a tre livelli: guerriglia, sabotaggio, intercettazione) le informative sul via-vai di centinaia di militanti del Pci (non una ventina), dai campi di addestramento cecoslovacchi, sono numerosissime sin dal 1956 (dopo i fatti d'Ungheria). E che non si trattasse di semplici "guardie del corpo", a protezione dei dirigenti, o di vigilantes delle federazioni e delle sezioni del Partito, sta a dimostrarlo il tipo di addestramento avuto nei campi dell'Est e il timore che la Nato avanzava - a detta di Cossiga - sulla "capacità di dispiegamento politico e militare dei partiti comunisti d'Italia e di Francia" (con la relativa risposta che avrebbe dato il Ministero dell'Interno italiano). Anche Giuliano Ferrara non parla affatto di strutture "difensive" (comprendendo che una struttura paramilitare clandestina è sempre illegale e anticostituzionale), ma di "Struttura paramilitare riservata": «quando la dissidenza cinese, il mito guevarista e le prime agitazioni studentesche e operaie del 1967 crearono il rischio di mobilitazioni incontrollate, fu proprio Luigi Longo, il più prestigioso leader della Resistenza armata, a ordinarne lo smantellamento» (Il Foglio, 6 marzo 2001). Dalle parole di Ferrara, che l'illustre giornalista non ha mai voluto ulteriormente articolare, si comprende facilmente come non si sia riferito a strutture di "body guards" o di "vigilantes"! Insomma, il "secondo livello" organizzaztivo del Pci (la struttura paramilitare), di cui così poco abbiam saputo da Cossiga, era presente ed attivo anche dopo gli anni Cinquanta (morte di Stalin e allontanamento di Pietro Secchia) e per gran parte degli anni Sessanta. (Tralasciamo il fatto che da quell'addestramento, militare ed ideologico, sarebbero fuorusciti diversi esponenti delle Brigate rosse). Oggi, le dichiarazioni del Presidente della Commissione Mitrokhin, senatore Guzzanti, circa i Piani di invasione sovietica dell'Europa negli anni Settanta, e le rievocazioni del Presidente Cossiga sullo stesso tema, riaprono il discorso sulla "Gladio rossa", cioè sulla struttura paramilitare del Pci, che in quei Piani d'invasione avrebbe avuto il ruolo di "quinta colonna". E sarebbe oltremodo utile che il Presidente intendesse riprendere questo discorso ed approfondirlo. Gianni Donno Gianni Donno è consulente della Commissione Mitrokhin e Professore ordinario di storia contemporanea presso l'Università di Lece |
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Ragionpolitica, periodico on line n.103 del 2/4/2005 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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