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6 marzo 2008
 
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Gioacchino Murat a Napoli

Tra politiche antagoniste e voglia di indipendenza, non recise mai il legame culturale con la Francia

di Elviro Di Meo - 2 aprile 2005

Benedetto Croce, nel prospettare il futuro sviluppo di Napoli e del Mezzogiorno, non può fare a meno di indicare una rilettura del passato, senza tralasciare niente, nemmeno quegli interrogativi e quelle questioni avvolte ancora dal dubbio. Al filosofo stanno a cuore - un pò fedele al grande amore che ripone nella storia, motore silenzioso del divenire umano - le radici della Napoli moderna. Iniziano con un matrimonio - avvenuto poi mica tanto per caso - le sorti della città che si prepara a vivere da protagonista, nel primo decennio dell'ottocento, la stagione delle grandi trasformazioni.

Gioacchino Murat, generale francese al fianco di Napoleone, fedelissimo braccio destro nella giornata del brumaio -(9 novembre 1799, fine del Direttorio, con il colpo di Stato) - sposa subito dopo la sorella Carolina. Una carriera lampo la sua: costeggiata qua e là da vittorie e da spedizioni militari che aiutano l'Imperatore a consolidare il potere in Europa e culminata con la nomina a Re di Napoli (agosto del 1808). Nell'antica Parthenope Murat introduce il codice napoleonico che cambia i rapporti giuridici tra i cittadini. Si sovvertono le classi sociali che fino ad allora hanno controllato il Regno, valorizzando la borghesia terriera. Il nuovo Re non cancellerà, però, l'opera di rinnovamento già avviata dalla dinastia borbononica.

Rispetterà fino in fondo i confini del Regno, la sua unità territoriale, le tradizioni patriottiche che lo hanno profondamente segnato dal '99 in poi, anno della Repubblica Parthenopea. E qui si incrinano i rapporti con il cognato più celebre. Divergono le scelte e gli obiettivi. Napoleone considera Napoli e lo stesso Regno soltanto un'appendice; poco più di un'area periferica del «Grande Impero», tanto che solo dopo l'occupazione dello Stato pontificio fu possibile assicurarne a pieno le comunicazioni con gli altri domini. Una terra di conquista che serviva a sopperire non solo alle proprie necessità ma anche al mantenimento di un numeroso esercito francese di occupazione. Napoli ripiegata su se stessa a presidio militare del Mediterraneo; base strategica per i grandiosi progetti di dominio dell'Oriente che l'Imperatore aveva in mente. Per Murat il Regno è sicuramente qualcosa di più. Lo dimostra la lungimirante difesa che ne fa degli interessi economici.

Tra le due politiche antagoniste, spesso in conflitto, a tratti ricucite, poi di nuovo divergenti, rimane almeno il legame culturale che getta un ponte, mai più reciso e destinato a durare a lungo, tra Napoli e Parigi. Tra l'Illuminismo francese e il Riformismo partenopeo che trova in Murat e nei suoi ministri il suo punto più alto. In quest'ottica, da un lato il desiderio di autonomia, dall'altro il modello francese di riferimento, si inseriscono gli ammodernamenti urbanistici, iniziati da Giuseppe Bonaparte, negli anni precedenti al suo trasferimento sul trono spagnolo. Due anni prima a Murat, Giuseppe aveva dato le disposizioni per realizzare un asse di collegamento, partendo dal nucleo cittadino più antico, fino ad arrivare al palazzo di Capodimonte; lasciandosi così alle spalle via Toledo e le propaggini della collina di Santa Teresa, completamente superata. Corso Napoleone, aperto alla fine del decennio, scavalca, con un grande ponte, il vallone della Sanità, proprio in corrispondenza dell'omonima chiesa: uno dei simboli della Napoli seicentesca, probabilmente realizzata sui dettami di Frà Nuvolo. La nuova costruzione distrusse, a causa della fuoriuscita di un pilastro, gran parte del chiostro ovale. La perdita è discutibile. Ma poco importa. Il programma urbanistico dei due Napoleonidi va oltre.

Ha un sogno molto più ambizioso, Murat, per Napoli. Aprire la Capitale del Regno verso Nord, in direzione di Milano e dei territori aversani, ricucendo così lo strappo con le province interne. Non solo, e' l'occasione per dotare la città di una strada d'ingresso che fosse corrispondente «alla sua grandezza e alla sua magnificenza». Intenzione di Carlo di Borbone ma rimasta sulla carta, come è documentata nella mappa del Duca di Noja. Murat non si arrende alle difficoltà e alle ingenti spese del progetto. Nel '12 ordina l'apertura della strada che da via Foria si inerpica verso la collina di Capodimonte, nei cui pressi esisteva la spianata per le manovre e le esercitazioni delle truppe francesi. Inutile nasconderlo: il carattere di questo intervento è tipicamente francese, risponde, senza nessuna esitazione, al gusto di grandeur tanto caro nella terra d'Oltralpe. La progettazione fu affidata a Giuliano De Fazio, architetto finissimo, che prevedeva di concludere la strada con un arco eretto in onore al Re. I progettisti che intervennero successivamente nella sistemazione del corso mostrarono una sensibilità paesistica, in particolare nel bel disegno della gradinata terminale del corso. Un felice episodio neoclassico di progettazione del paesaggio. Un segno che, almeno nelle buone intenzioni, avrebbe condizionato l'immagine della città futura. In parte è andata così. E' proprio nell'Ottocento.

Elviro Di Meo

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