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6 marzo 2008
 
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Radiohead, Ok Computer

di Riccardo Meynardi - 2 aprile 2005

RadioheadOk Computer, album uscito presso Capitol nel 1997, non è un disco facile. Né da ascoltare né da raccontare. E' visionario, duro e dolce insieme. La voce di Thom Yorke è trascinante, suadente, malinconica, mai fastidiosa, a volte pungente. Proprio come lo sono i riff di chitarra, gli interventi pesanti del basso e l'incostante accompagnamento della batteria. I Radiohead alternano momenti di quiete a momenti di spasmodica confusione, fino a che quiete e caos non si fondono in un unico corpo musicale, in cui rimangono comunque ben distinte le due anime della loro musica.

Il gruppo è nato suonando brit pop. Qualche impavido li ha addirittura paragonati agli U2, ma il paragone non regge. L'evoluzione dei Radiohead è esclusivamente elettronica. Non hanno nulla di commerciale. Neppure il primo singolo estratto è commerciale: Paranoid android. Traccia due, "androide paranoico". Attacca un riff di chitarra elettrica che si mischia poi con una voce acuta, piena e corposa. Un testo delirante,«Please could you stop the noise / I'm tryin to get some rest / From all the unborn chicken voices in my head / What's that?», che porta facilmente ad immaginare la faccia di Yorke che parla con la sua immagine riflessa allo specchio, assolutamente inadatto a vivere nel mondo in cui vive. Un lamento, come lamentoso è tutto il disco.

Karma police, forse la canzone più nota del gruppo britannico, si trascina in una ritmica regolare e straziante, con suoni aspri che stridono tra loro. Detto così sembra una vera bruttura, un qualcosa di inascoltabile, eppure l'album lo si ascolta e riascolta volentieri, cercando di cogliere suoni sempre nuovi. Proprio come la band ha seguito il suo percorso di sperimentazione dando vita ad Ok computer, l'ascoltatore segue un suo percorso sperimentando di volta in volta un approccio diverso alle dodici tracce.

RadioheadE così si scopre tutta l'energia di Airbag, il primo brano, la pienezza di Let down, il quinto, o la delicatezza di No surprises, il decimo. Il fatto è che si ha a che fare con un album unico in senso assoluto. Probabilmente gli stessi Radiohead non riuscirebbero a rifare un lavoro del genere, un'unione di suoni fuori dal comune che da soli non varrebbero un bel niente, ma che insieme danno vita ad un corpo alieno per la musica degli anni Novanta. Un mix elettronico crudo e provocatorio, che si tiene spesso su melodie cantilenanti ed esplode, di tanto in tanto, in raptus di follia urlata.

E' impossibile esprimere un giudizio qualitativo, è un album eccezionale, né bello né brutto. Eccezionale. Non lo si può ascoltare facendo quattro chiacchiere con un amico, non è la colonna sonora ideale per un viaggio in auto (neppure breve), ad una festa lo si può mettere a fine serata quando anche i buttafuori sono andati a dormire e si cerca un modo sbrigativo per disfarsi di chi proprio non vuole togliere il disturbo, non è neppure lontanamente adatto ad un appuntamento romantico. Probabilmente è un album personale, da ascoltare in solitudine, riflettendo e socchiudendo gli occhi, da soli con se stessi. Appena si capisce che è musica, ci si accorge anche che è bella musica, unica in senso assoluto, inadatta a qualsiasi situazione, adatta a qualsiasi collezione di cd. Irripetibile, indescrivibile, indispensabile.

! Riccardo Meynardi
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