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Il mercante di Venezia: banalizzando Shakespearedi Elena Siri - 8 aprile 2005 Shakespeare è un autore classico, e come tutti i classici prevede un certo rischio nella rilettura e nell'interpretazione. Avvicinarsi alla sua opera e tradurla in teatro o in cinema vuol dire essere capaci di grande umiltà, di passione, di duro lavoro, di attenzione, di filologia, di gusto, di idee, di cervello e di cuore. Niente di tutto questo compare nel film Il mercante di Venezia, prodotto cinematografico davvero discutibile diretto da Michael Radford ed interpretato da attori quali Al Pacino e Jeremy Irons. La banalità è la cifra su cui si accorda tutto il film: banali le inquadrature, scontata la recitazione, svilita la trama. Persino la città di Venezia, scenografia naturalmente ricca di suggestioni visive, viene ripresa con sguardo superficiale e senza emozione. Sebbene non sia facile togliere respiro alla città lagunare, così come non è facile ridurre un testo shakespeariano ad una telenovela languida, il regista riesce a meraviglia nella sua banalizzazione del tutto. Il testo viene ridotto ad una minestrina tiepida con una operazione davvero ingrata verso l'autore. Lo svilimento viene annunciato ancor prima della sigla con una serie di didascalie sconcertanti sull'ambientazione della storia nella società veneziana dell'epoca e sulla condizione sociale degli ebrei. Queste note pressappochiste ed improvvisate, scritte in un brutto italiano, sembrano uscite da un cattivo sussidiario di seconda media per offendere la cultura e l'intelligenza dello spettatore. Non è lecito pensare di fare un film su un testo di questa portata come se si raccontasse per la prima volta una storiella disimpegnata, ignorando tutto ciò che quest'opera ha già significato in quattro secoli di civiltà artistica. Il film attraversa senza nulla dire temi come l'amicizia, l'amore, l'avidità, la vendetta, la legge, l'onore. La ricostruzione storica è gravemente carente ed approssimata, la figura di Shylock una macchietta. L'avaro che si è eretto a paradigma universale dell'uomo schiavo della cupidigia è qui ritratto come un vecchio arcigno e capriccioso, così come Antonio, la sua vittima, appare nient'altro che un tiepido mercante sventurato ed ingenuo che si fida troppo degli amici. Il pubblico sonnecchia mentre la bella Porzia, più adatta a Il tempo delle mele che ad un dramma shakespeariano, per la scelta del futuro marito si cimenta nel gioco degli scrigni che pare un bingo o un «gratta e vinci». Gli spettatori attendono per quasi due ore che Shakespeare faccia capolino, almeno per un attimo, in un breve monologo, in un atmosfera, in un istante...Ma Shakespeare non arriva mai, neanche nel gioco dei travestimenti, neanche nel momento cruciale dell'esecuzione della sentenza, neanche in uno sguardo, neanche in una parola. Il sommo autore rimane sapientemente lontano da un film che non gli rende merito, da un'opera che non lo rappresenta, da un lavoro incapace di riportare l'emozione della sua scrittura. Essere o non essere? Shakespeare questa volta non vuole davvero esserci.
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Ragionpolitica, periodico on line n.104 del 8/4/2005 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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