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6 marzo 2008
 
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John Milton, sonetto 17

di Mariacristina Nasi - 8 aprile 2005

John Milton (1608-1674), autore inglese, poeta e polemista, seppe conciliare il suo impegno letterario con quello politico; scrisse a sostegno della causa puritana durante la Rivoluzione del 1649; divenne Segretario per le Lingue Estere nel Commonwealth, il governo repubblicano instaurato da Oliver Cromwell. Dotato di una vasta cultura (conosceva latino, greco, italiano, francese, ebraico), angosciato dall'esiguità dei frutti di quella che sentiva come una vocazione, pur confidando nell'ispirazione divina, che riteneva l'unica dispensatrice di conoscenza, potenza creatrice e purezza d'eloquio, si interrogò costantemente sulla missione civile e sulla funzione pubblica della poesia, che deve essere, a suo dire, forza d'incivilimento, operante nella società, capace di ammaestrare dilettando, agevolare la pratica delle virtù, temperare le passioni, suscitare nobili sentimenti.

L'altezza del suo stile deriva dal concetto di nobiltà dell'arte e della poesia, intese come strumento di riforma della società. Rappresentò la condizione umana, elevando la vicenda personale a livello universale. La sua opera propone un modello di sublimità e grandezza; la sua arte trae i massimi effetti dalla scelta delle parole e dei suoni, dalla intensità infusa in ognuno di essi. La sua volontà fu tesa verso la verità morale, oggetto delle sue riflessioni, spesso contenute nel breve spazio di un sonetto, quale il 17, in cui Milton, colpito da cecità nel 1652, raffigura un cieco, afflitto di avere fatto poco per la causa divina, consolato dalla Provvidenza:

«Quando penso a come la mia luce sia spenta,
prima della metà dei miei giorni, in questo vasto e oscuro mondo,
e che financo un solo talento che la morte ha da celare
possa giacere inutilizzato, per quanto io mi sforzi
di servire il mio creatore, e presentare il mio esatto resoconto, per tema ch'Egli, ritornando, possa rimproverarmi,

"Forse che Dio esige la nostra quotidiana fatica, una volta che la luce è negata?"
ansioso domando; ma la Pazienza, per prevenir
quel mugugno, lesta replica:
"Dio non ha bisogno né del lavoro dell'uomo né dei suoi doni; chi meglio
sopporta il suo mite giogo, quegli meglio lo serve; il suo stato
è regale - migliaia al suo comando s'affrettano
e senza riposo percorrono terra e oceano:
ma lo servono anche coloro che solo gli stanno vicino e aspettano."»

Milton, credente senza eccessi, ma convinto nell'animo, si interroga su come sia possibile servire il Signore sempre, su come sia fattibile, non tanto continuare a credere, pur nelle avversità, né risultare d'esempio o d'aiuto agli altri, poiché nel bisogno, quindi mezzo attraverso cui il prossimo, volente o nolente, può prodigarsi per il sofferente, quanto questi, nei suoi limiti invasivi, nella sua nullità lampante, nella carne fremente, possa essere Suo come lo vorrebbe. Ed è qui che ci si scontra con una delle più difficili qualità richieste al cristiano, l'obbedienza a Dio, cioè alla vita: la nostra grandezza di cristiani si traduce in un'anima, votata a Dio, perché amante di Cristo, nostra Croce e nostra Gloria, nostro bene e nostro male, nostro tutto, perché noi niente. Se concepiamo la nostra reale pochezza, nonostante i nostri presunti progressi, diveniamo grandi in Dio, che ci donerà il Suo Santo Spirito.

Milton vuole essere un cristiano autentico, ma per esserlo deve cogliere la volontà di Dio; è cieco, non può fare, ma deve essere; il suo interrogativo umano trova risposta nella Pazienza-Provvidenza divina, che non vuole lamenti, bronci, malcontenti per ciò che non si è riusciti a fare, quasi si potesse colmare la misura di Dio. Ogni parola del sonetto vibra dell'angoscia cristiana di volerci sdebitare con Lui, che "ci ha amato per primo" (IGv 4, 19) e in maniera ineffabile. Il mondo è buio, la luce è spenta, non si vuole essere improduttivi, non si vogliono avere talenti inutilizzati, ma come fare, cosa fare? Anche quando non possiamo, dobbiamo sempre, perché ciò che ci viene chiesto, può sempre essere dato; da qui la forza del cristianesimo, che con Cristo ha già "distrutto la morte" (ITim 1,10).

Dio non ha bisogno di noi, come noi di Lui: solo chi ama Dio con tutto se stesso, vive realmente, perché supera se stesso e gli altri, diviene obbediente e umile, accetta il suo giogo, che "è soave", come "leggero è il [suo] peso" (Mt 11,30). Chi, con animo fervente d'amore, resta con Dio e attende alla Sua volontà, ha colto l'essenza del cristianesimo; non chi resta inadempiente; né chi adempie ad ogni cosa indifferentemente; ma chi sa vivere ogni istante e per sempre, in Dio. Solo allora non vi sarà nulla di troppo o troppo poco, perché il nostro parziale avrà trovato il Suo completo.

A differenza dell'uomo, Cristo non parla mai invano. E a Milton, cieco, ieri, come ad ogni cristiano, ricorda: «Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: "siamo servi inutili. Abbiamo fatto quello che dovevamo fare!"» (Lc 17, 10) e: «se uno rimane in me e io in lui, porta molto frutto, perché separati da me non potete fare niente» (Gv 15, 5).

! Mariacristina Nasi
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Ragionpolitica, periodico on line n.104 del 8/4/2005
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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