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La Marina Militare del futurodi Alessandro Romanò - 8 aprile 2005 Cogliendo l'occasione del rinnovamento delle navi di classe fregata della nostra flotta militare, sarebbe utile fare delle considerazioni generali a proposito degli «strumenti» che occorrono alla nostra Marina Militare per vincere le sfide che i decenni prossimi le proporranno. Terminata la Guerra Fredda, l'America si è trovata sola, o affiancata in modo discontinuo da un'Europa frammentata, a dover fronteggiare crisi internazionali su un panorama mondiale che va dalle crisi delle «sempre calde» democrazie latino-americane ai talebani dell'Afghanistan, dalla Corea del Nord all'Irak - per citarne solo alcune. Questo è il contesto in cui nasce e matura l'idea dell'Italia protagonista in prima linea per difendere e/o far applicare il diritto in seno alla comunità mondiale degli Stati. Sulla scorta di questo scenario, il proverbiale pragmatismo dell'establishment militare americano riscopre tutta l'importanza ed il valore di una flotta poderosa ma al tempo stesso efficiente e velocemente operativa. I soloni che davano per spacciata questa branca delle forze delle forze armate a tutto vantaggio dell'aeronautica si sono dovuti presto ricredere, non appena ci si è posti il problema di dover ri-dislocare grandi quantità di armamenti pesanti (blindati, semoventi, cingolati-trasporto truppe e carriarmati) che con i Galaxy, C-5 e C-130 non era possibile effettuare. Gli USA hanno risolto il problema con una scelta duplice, grazie ai cospicui fondi che destinano annualmente per la difesa. Se da un lato si è scelto di preposizionare grosse quantità di materiale nelle basi (APS - Army Prepositioning Stock), dall'altro si è scelto di adottare la stessa tecnica prendendo però come «basi improprie» navi porta-container dal medio all'elevato tonnellaggio(fino a 63.000t) da dislocare nelle basi fuori dal territorio americano in senso stretto. Ciò comporta degli oneri finanziari che neanche triplicando gli stanziamenti vorremmo e potremmo sostenere come singolo Stato. La parola d'ordine per il futuro sembra essere quindi «mobilità», al fianco ovviamente del progresso tecnologico. Soltanto affiancando unità da trasporto veloci e unità da trasporto logistico ad alto tonnellaggio (da dislocare nei nostri porti) riusciremo a fare in modo che la Marina italiana non si occupi soltanto del controllo delle acque nei teatri di guerra (compito affidato generalmente a incrociatori, fregate e corvette), ma riacquisti un ruolo di centralità non certo per «vezzo» ma in virtù di una effettiva e concreta utilità che verrebbe ampliata laddove questa si incontrasse con le esigenze dell'esercito. Un ulteriore problema interessante da discutere riguardo alle unità di ultima generazione della nostra Marina riguarda la propulsione. A tutti è noto che le unità sommergibili e di superficie a propulsione atomica hanno un'autonomia maggiore e di conseguenza maggiore «amovibilità», ma avendo l'Italia scelto di rinunciare a questa forma di energia il problema resta aperto. Alessandro Romanò |
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Ragionpolitica, periodico on line n.104 del 8/4/2005 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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